La storia del delta d’Europa – i fiumi

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

Un aspetto meno noto del problema di inondazione in un delta occupato dall’uomo è il seguente.
La maggior parte delle grandi alluvioni fluviali nel delta Reno-Mosa è stata causata dalla formazione di tratti ghiacciati nel fiume, dall’accumulo di acqua da scioglimento, e dalla formazione di danni alle dighe creati dalle infiltrazioni di ghiaccio nelle stesse. La situazione era spesso aggravata dal fatto che alla foce dei fiumi il ghiaccio non si era ancora sciolto, mentre la zona delle sorgenti collocata più a sud era già in discioglimento. Questo tipo di alluvioni non era presente negli altri paesi.

L’area oggi chiamata Biesbosch è la più grande zona sommersa da acque dolci ed esposta alle maree di tutta Europa. E’ il risultato di continui cedimenti negli argini sia della Mosa che del fiume Waal, che nel 1500 portarono all’annegamento di 28 villaggi un tempo emersi, e che dopo molti anni di tentativi di riparazione delle dighe interne furono abbandonati all’acqua. Ci sono documenti di viaggiatori dell’epoca che riportano descrizioni del luogo, con viste su laghi da cui emergevano campanili di chiesa, il cui livello del suolo precedente all’inondazione era di parecchio sotto il livello dell’acqua.

In Olanda, come in ogni altro luogo ma forse più che altrove, i corsi dei fiumi furono profondamente modificati dalla costruzione di alti argini e dalla modifica del loro corso. L’età dell’oro olandese, caratterizzata da una grande espansione coloniale, si è basata sulla forza della navigazione, esterna come interna: i corsi d’acqua olandesi furono per secoli la via di trasporto principale, superiore in importanza a quella delle strade su terra, che al loro confronto erano state sviluppate relativamente poco.
La costruzione sistematica di canalizzazioni trasformò i fiumi in corsi d’acqua domati e regolati, in cui gli elementi di paesaggio particolari furono amputati: rami interrotti, canali secondari essiccati, e porti naturali ricoperti di sedimenti.
Il fiume Reno e il fiume Mosa sono gli esempi principali di questa azione di modifica dei corsi d’acqua dolce nel delta olandese.

Quali sono stati i cambiamenti nell’ecosistema del Reno negli ultimi secoli? Il “Reno naturale” è un’immagine preistorica. La deforestazione è stata avviata a partire dai tempi dei Romani. Negli ultimi due secoli, la canalizzazione e irregimentazione del fiume, da ricco di meandri a raddrizzato e navigabile ha visto sparire tutti gli ambienti alberati, paludosi o con prati lungo fiume. L’area in cui insisteva il corso d’acqua è passata dalle originali ampiezze di oltre quindici chilometri, ad uno stretto corridoio di alcune centinaia di metri. L’estensione del letto del Reno si è ridotta del 95%, e quella che una volta era la piana alluvionale del fiume è ora parte di un ambiente occupato da costruzioni e abitati civili.

il letto del reno

Il fiume Mosa fu “normalizzato” nella seconda metà del diciannovesimo secolo, e trasformato da un fiume selvaggio, pieno di curve e meandri nel letto di ghiaia, a uno stretto canale a larghezza costante. Nonostante questo, i problemi rimasero, perchè il fiume era non navigabile per gran parte dell’anno, ed era soggetto a rischio esondazione durante i momenti di piena.
Essendo collegato al mare, il fiume era esposto agli effetti della marea per buona parte del suo corso, e l’incursione di acqua salata poteva facilmente raggiungere livelli indesiderati.

Il “Delta project”, uno dei più imponenti progetti di ingegneria civile al mondo, costituito dall’imponente modifica del delta avviata a seguito dell’inondazione del 1953, ha introdotto un paradosso. Da un lato, con la costruzione di imponenti dighe-ponte all’estremità del delta, ha migliorato di molto l’accessibilità di isole un tempo isolate e ha portato a un grande sviluppo degli sport acquatici e delle attività ricreative legate all’acqua. Dall’altro lato, i gradienti dell’estuario e le strutture zonali dell’ecosistema sono state annichilite, trasformando il delta in un insieme di compartimenti stagni e non resilienti in cui zone d’acqua dolce e d’acqua salata sono separate da grandi muri di pietra.

Negli ultimi vent’anni l’interesse per l’ecologia come scienza è aumentato di molto. Si è capito che gli estuari naturali, con il loro ritmo delle maree e i loro gradienti tra acqua dolce e salata sono ecologicamente molto più sani delle zone d’acqua separata e isolata create artificialmente nel delta di oggi. Il delta è diventato una somma di enormi acquari, instabili e difficili da gestire. Le alghe ammuffiscono, le sabbie vengono erose e scompaiono sotto il livello dell’acqua. Le acque sono torbide e invase da specie esotiche, e solo venti anni sono passati dalla costruzione della grossa diga sull’Oosterschelde. Ora, nel ventunesimo secolo, si parla di un “nuovo delta”, in cui le dinamiche delle maree dovrebbero ritornare, ricostruendo connessioni tra i corpi acquatici, mantenendo il requisito di massima sicurezza per gli abitanti del delta.