Domenica vado in bici, come sempre. Prendo il treno fino ad Aurisina. Il mio piano è visitare lo stagno di Ceroglie.
Mi inoltro nel sentiero 31, un single-track che va nel folto: sommaco che si chiude sulla strada, acacie che graffiano le gambe. Quando il sole è troppo caldo, mi fermo sul muretto di una villa, e pranzo col panino portato da casa.
All’incrocio di Slivia del sentiero 33, sbaglio direzione, e me ne accorgo solo quando sono a San Pelagio.
Pazienza.
Cambio meta.
Vado allo stagno di Colludrozza.
Avevo già visitato lo stagno di Colludrozza in inverno.
Ora è caldo e estivo, rigoglioso di verde acquatico.
Mi siedo sul bordo dello specchio tondo.
Il rumore bianco della natura ha un effetto ipnotico.
Grilli che cantano. Vento negli alberi. Sbattere d’ali di libellule che si incrociano. Qualche bolla d’aria che esce dall’acqua.
Quando mi risveglio, mi accorgo che non era un sogno. Lo stagno è ancora lì davanti a me.











