L’ultima tappa del nostro giro in bici sul Mincio e sul Po ci ha portato a superare la soglia dei 200 km totali.
Spesso lungo il percorso del Po erano praticabili sia argine destro che argine sinistro. Il Po fa da confine di regione, per cui le persone che abbiamo incontrato hanno dimostrato rivalità nei confronti di quelle dell’altro lato, consigliandoci sempre di restare nella regione in cui eravamo: per esempio ci spiegavano che dall’altro lato la strada era più lunga/scomoda/tortuosa (e parliamo di ciclisti che sembravano informati sui fatti) o i ristoranti più cari!!
Solo dopo Ferrara la ciclovia diventa segnalata in modo ufficiale come percorso “Destra Po”.
La pianura alluvionale verso Ferrara, dobbiamo ammetterlo, è monotona e piatta: non c’è confronto coi percorsi dei fiumi di montagna come il Brenta. Anzi, il placido, largo e opaco Po in certi tratti mi ha ricordato l’immutabile Mekong della mia lontana trasferta in Cambogia.
Ferrara, come meta, è il premio del ciclista viaggiatore. Il centro pedonale è il regno delle bici, e anche fuori dall’area storica sono numerose le piste ciclabili fianco strada. Passare per Ferrara all’ora di pranzo, coi suoi mattoni rossi e gli intonaci arancioni, ci ha fatto sentire il caldo del viaggio tutto in una volta, mentre l’occhio spaziava sotto i portici a volta dal colore terra bruciata…
La gita si è conclusa al meglio sull’erba soffice del Parco Massari, dove fontane ed ombra ci hanno garantito la tanto attesa frescura finale, prima del ritorno in treno, a casa per cena.




