Qualche tempo fa avevo scoperto l’arguzia di Vittorio Frajese, in un libro sulla censura assai brillante nonostante il tema in teoria pesante, e mi sono affezionata ai meandri delle sue divagazioni sulle “cose galileiane”.
Quindi sono andata alla ricerca di un altro suo studio meno facile da reperire (la mia libreria preferita ci ha messo parecchio tempo ma me l’ha trovato) sul processo a Galileo come evento che non finisce mai di essere visto con luce nuova.
E questo era il caso: “Il processo a Galileo, il falso e la sua prova“.
Secondo Frajese, alla comprensione degli eventi sul processo a Galileo si possono ancora aggiungere dei tasselli rispetto alla storiografia pregressa.
La tesi dell’autore è che nei documenti del periodo precedente al processo si è annidato un falso, un verbale non firmato ma comunque scritto da un notaio che l’ha compilato controvoglia, come le macchie dell’inchiostro e la perizia calligrafica sulle carte di molti secoli fa sembrano dimostrare.
Forse il titolo accattivante che parla di falso calca un po’ la mano e in realtà più che di un falso si tratta di una forzatura che volutamente lasciava spazio ad ambigue interpretazioni.
Comunque a parte questa originale analisi dei documenti, la rivisitazione del caso Galileo è sempre interessante.
Siamo al cuore dell’origine della scienza moderna, e Galileo nel suo “Dialogo sopra i massimi sistemi” non può resistere alla tentazione di confontare evidenze sperimentali che supportano il modello copernicano eliocentrico, con le parole di Simplicio che anche se rappresenta la parola della Chiesa, alla fine è un personaggio secondario.
Mi ha sorpreso riscoprire come il “Dialogo” avesse fatto tutto l’iter regolare per superare la censura dell’Indice, e come solo dopo il papa (in persona!) pentito e infuriato abbia supportato il processo a Galileo con l’Inquisizione.
Ma l’irregolarità del processo a Galileo è un fatto storico.
Non c’era giudizio di eresia sul modello copernicano (questo è uno degli argomenti meglio sottolineati da Frajese), nè divieto ad illustrarlo in ogni modo, quindi le premesse per avviare il processo a Galileo erano mancanti.
Nella sua testimonianza, scritta agli atti, Galileo un po’ si rende conto che non ci sono proprio tutte le condizioni per muovergli processo.
Però l’abiura da parte del matematico comunque arriva, perchè la minaccia del “tormento” nelle celle dell’Inquisizione, alla sua ormai avanzata età, è sufficiente a fargli scrivere testamento e a lasciar perdere.
In fondo la diffusione del metodo scientifico andava comunque avanti.