Ieri pomeriggio, all’imbarco del volo per Helsinki, era facile intuire le diverse nazionalità.
Il corridoio sopraelevato che raggiungeva l’aereo era in parte esposto all’aria aperta, roba da sciarpa e berretto oltre al cappotto.
Con parlata chiaramente finlandese si accodavano delle ragazze in abitino estivo, spalle nude, palese “solata” da vacanza al sud che le aveva rese color fucsia, ed altri loro amici con le maniche corte.
Io invece mi sono tenuta gli strati addosso, e ho approfittato per pisolare un po’ durante il volo. Come PiQ che appena entra in carrozzina valuta se non sprecare una buona occasione di dondolio.
All’arrivo, il paesaggio mi è sembrato un po’ lunare. Piste di atterraggio sgombre, eh, niente da dire, però ai fianchi delle corsie i cumuli di neve erano alti anche un metro.
La notte è arrivata all’improvviso, anche col fuso orario che faceva quasi mezzanotte. E sui lati della strada innevata, si allinevano gli alberi bianchi, che apparivano in successione appena i fari del taxi li invitavano a far cucù.
Le distanze grazie a internet si sono accorciate. Ai miei tempi c’era solo il telefono. Nel cinquecento ti ci sarebbero voluti sei mesi per arrivare in Finlandia. Meno male che il progresso c’è.