Durante gli ultimi viaggi in treno ho finito di leggere un saggio che mi era capitato in mano quasi per caso.
Si tratta de I padroni del cibo di Raj Patel. Lo avevo cominciato a sfogliare in libreria così, giusto per curiosare, in una delle tante mie esplorazioni da Asterios, quando lui se n’è accorto: “bello quello, è un saggio importante!“, mi ha detto. E così non ho saputo dire di no: me lo sono portato via.
“I padroni del cibo” è stato scritto da un economista. E si vede. I modelli sociali che propone sono ben strutturati, collegati da cause ed effetti su grande scala e nel lungo periodo.
E’ come se proponesse delle integrazioni a Diamond, che in Collasso aveva scritto la storia dell’agricoltura.
Cosa dice, in questo lavoro, l’autore:
“Il mercato non è tanto un campo da gioco quanto un filo del rasoio. Anche se c’è un minimo di spazio per scegliere cosa piantare, si tratta sempre di decisioni difficili, basate sull’ottimizzazione di parametri multipli, con scarso margine di errore. Il mercato punisce le scelte sbagliate con la miseria. Per gli agricoltori già fortemente indebitati ciò significa la bancarotta.
La globalizzazione ha trasferito il controllo dell’agricoltura dalle mani dei contadini a quelle di chi può influenzare il mercato stesso.
La meccanica dell’allestimento di un sistema alimentare mondiale ha implicato i processi paralleli del colonialismo e della creazione forzata di un mercato.
Nei paesi del Sud globale, i governi hanno dovuto cedere ai donatori di capitali ampie porzioni della loro sovranità di spesa economica e sociale. Da quel momento in poi le scelte sullo sviluppo nazionale non sarebbero venute dai governi nazionali bensì dai creditori.”
Lo scopo del libro non è solo riscrivere la storia degli ultimi secoli da un punto di vista imperniato sul controllo della filiera delle risorse alimentari. E’ anche il prendere in esame le battaglie all’interno del sistema alimentare stesso, evidenziando le esperienze che propongono percorsi alternativi, i movimenti che costruiscono una cultura altra, e che hanno saputo ottenere dei successi concreti.
Non si può dimenticare come le esperienze innovative citate (Sem terra, Slow food, Via Campesina) abbiano ancora una scala ridotta, e riescano a sostituirsi al sistema dominante solo all’interno di certi confini (anche se cercano di allargarli un po’ alla volta). Chi vuole costruire una alternativa profonda, si deve confrontare con il paradosso “purezza-rilevanza”. E con le sproporzioni di forze presenti di fronte a chi parte dal basso.
