Una giornata da supporter… in Ungheria – parte 3

Sono nell’auditorium di Érsekvadkert in Ungheria, è passata qualche ora dall’inizio del soundcheck, quando, ad un certo punto, gli artisti spariscono tutti dietro le quinte.
“Sta per arrivare il pubblico”, vengo avvisata.
Che strano, io su quelle sedie della platea avevo fatto mio un posto in prima fila già da molto tempo prima degli altri.

Sandor esce per primo, e lo spettacolo comincia.
Si vede che questo è il suo territorio, perchè le sue lunghe spiegazioni in ungherese vengono apprezzate dal pubblico che evidentemente non disdegna di parlar di musica.
L’esibizione di Sandor, che si conclude con un affascinante pezzo tibetano, viene seguita da quella di Roland, suo allievo, e nel passarsi il testimone eseguono un brano assieme.
E’ insolita per me una rassegna in cui si susseguono quattro musicisti dediti tutti alla chitarra acustica contemporanea. Solo i Deja, che chiudono il concerto, aggiungono la voce, che è quella di Serena. “Voce arabeggiante“, le dice Nikolai, che li precede come penultimo sul palco, con una esibizione che contiene delle cantilene bulgare, insieme ai ritmi variati con improvvisazione.
Nikolai viene applaudito con molto entusiasmo, e così l’atmosfera è diventata calda al punto giusto.
Quando arriva il turno dei miei amici, con i loro pezzi solari si crea continuità al clima avvolgente portato dalla musica precedente.

Sandor e Roland Nikolai, Bulgaria l'ingresso dei Dèja l'esibizione dei Deja

Andrea e Serena aprono l’esibizione con un brano tipico del loro lavoro: “Credo alle favole“. La loop-station di Serena le permette di sovraincidere la propria voce dal vivo, costruendo polifonie vocali che riecheggiano su quattro tracce sovrappposte.
Adoro vedere come Andrea trasporta il suono sulle corde in “Tu sei qui“. Gliel’ho visto fare molte volte, ormai, ed è sempre, in qualche modo, diverso.
Durante l’esecuzione, sono colta dalla sorpresa di vedere che sulla scena c’è anche un pezzo di me. Sullo sfondo vengono proiettate immagini tratte dai cd, e riconosco il segno della mia matita, sulla proiezione di frammenti della copertina di “Laila“.
Ad un certo punto, si crea una visione sorprendente: tra i video sovrapposti sullo schermo, compare il viso di Serena che sta cantando, ripreso dalle telecamere di scena, affiancato al volto della bambina disegnata per il cd, quasi a sovrapporsi in una similitudine evidente. Nessuno in sala, in quel momento, lo sa. Ma la bambina disegnata sulla copertina è veramente Serena, ritratta da una foto recuperata da vecchi album di quando era piccola, con le foglie in mano, mentre viveva nella Russia asiatica.
Quel frammento di storia riemerso da una vecchia stampa sbiadita si è per un attimo intrufolato tra le immagini della cantante di oggi, che calca un palcoscenico dell’Europa dell’est.

decimo festival internazionale di chitarra acustica Andrea, Serena di oggi, e Serena a otto anni

Alla fine, l’ultima canzone è un tripudio di chitarre.
Tutti i musicisti sono tornati fuori assieme, e arrangiano “Norwegian Wood“, improvvisando giri tra corde e voce.
Si vede che questi giorni di tour sono serviti a creare un’intesa tra gli artisti.
Il pubblico ungherese applaude, con un ritmo delle mani che diventa cadenzato e crescente: tutti all’unisono, creano un passo battuto a più riprese per trasmettere agli autori l’energia restituita dalla platea.
Non posso capire quello che viene detto tra i saluti finali nella loro lingua, ma certo la musica è stata compresa in modo universale.

manifesti del concerto tutti sul palco per il pezzo di chiusura

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