Anche la giornata di lunedì è stata dedicata tutta alla bici.
Parto da Longarone, e vado a visitare (dall’esterno) la Centrale Idroelettrica di Soverzene. All’ingresso dell’edificio, due grandi mosaici degli anni ’50 mostrano tutto il complesso idroelettrico del Nordest. Parecchi bacini si trovano nei luoghi che ho visitato in questi giorni: Cortina, Pieve, Lago di S. Croce. Le mie mappe Tabacco mostrano canali d’acqua interni ai monti, che passano da una piantina all’altra, sforacchiando tutta la zona: il sistema idrico è tutto comunicante. Quella di Soverzene è l’importante centrale di bilanciamento dei carichi. Negli anni ’50, all’epoca della realizzazione dei mosaici, il progetto per la diga del Vajont era già dato per sicuro, aveva il suo posto nella rete, ed in fondo era uno dei tanti elementi del sistema. Meta di tanta parte della distribuzione di energia, era la zona industriale di Marghera. Il disastro del Vajont è del 9 ottobre 1963. Negli schemi esplicativi visitabili oggi presso la centrale, che ricordano come l’idroelettrico sia un’energia rinnovabile, mi sembra strano, ma l’icona del bacino del Vajont, indicativa di quello che avrebbe dovuto essere il suo ruolo, non è stata rimossa.
Proseguo il giro scendendo lungo il canale Cellina.
Quando la vista si apre sul lago di Santa Croce, per gli occhi è una sorpresa. Decine e decine di vele volteggiano nell’aria, come in un turbinio di farfalle giganti.
Resto ipnotizzata a lungo dalla danza colorata, tra acqua e monti, e faccio della macchina fotografica la mia rete, per cacciare le immagini migliori. Solo il cielo che brontola e si fa scuro lato monti, riesce a smuovermi e a ricordarmi che devo andare.
Alcune gocce di pioggia portate dal vento mi inseguono lungo tutta la discesa sulla strada del Fadalto, ma almeno davanti a me il cielo lato valle resta aperto e incoraggiante.
E’ solo dopo la doccia nel bed&breakfast di Vittorio Veneto che i tuoni rombano e scroscia il temporale.
La bici è parcheggiata all’asciutto.















