Cosa succedeva un anno prima della mia nascita

In questi giorno sto leggendo, tra gli altri, un libro che mi ha prestato Bibi, Just as I thought, di Grace Paley. In italiano il titolo è reso in un modo apparentemente terribile, “L’importanza di non capire tutto”, in realtà indicativo della tenace volontà dell’autrice di interrogarsi e approfondire sempre.

Il libro riunisce i discorsi tenuti nelle principali università americane e straniere, gli articoli, i saggi della scrittrice americana, attivista politica, pacifista, femminista.
Nel 1974 partecipa alla Conferenza Mondiale della Pace. Porta con sè documenti firmati da una rete di intellettuali per la richiesta di liberazione di prigionieri politici di vari paesi. In quel periodo, a Mosca, incontra un fuzionario russo, Alexej N. Stepuntin, segretario generale dell’Istituto relazioni russo-americane. Ecco come descrive la conversazione tenuta con lui.

“A una prima occhiata, sembrava vagamente la parte migliore di un vecchio poliziotto.
(…)
Alexej pensava che noi capissimo che nessuno aveva affermato che l’Unione Sovietica fosse una democrazia. Era una dittatura del proletariato. Non aveva altra scelta, se non fare quello che il proletariato voleva che facessero. Il proletariato non voleva che pubblicassero Solženicyn; non era interessato a sentire il punto di vista di poeti di second’ordine con aspirazioni borghesi. A quel punto, mi sembrò uno dei miei condiscendenti ma amabili zii.
(…)
Noi andammo dritti di prua, e sostenemmo che il punto era che noi non potevamo chiedere la libertà di prigionieri vietnamiti, brasiliani, cileni o sudafricani senza includere anche quelle richieste di scarcerazione per le migliaia di prigionieri politici detenute nei campi russi.
(…)
Lui disse: (…) Grace, riguardo a Solženicyn, basta che tiri su il telefono e immediatamente ottiene una conferenza stampa con tutta la stampa straniera. Allora… chi altri può parlare con l’intero Occidente al punto che, quando parla, tutti si fermano per ascoltarlo? Chi? Di cosa si lamenta? Rilascia interviste dal mattino alla sera.
(…)
– Alexej – gli dissi – la Russia è ricca e potente tanto quanto il mio paese. Non deve preoccuparsi della libertà di parola, di associazione, dei documenti ufficiosi scritti sotto banco. Può avere tutto questo, così come l’abbiamo noi. Una volta, a Washington, abbiamo avuto quasi mezzo milione di persone che urlava sotto le finestre della Casa Bianca, e il Governo continua a fare esattamente quello che vuole. E’ riuscito a bombardare e a tormentare il popolo vietnamita per dieci anni. Anche voi potete tollerare la libertà di parola e continuare a usare le maniere forti con la Cecoslovacchia. Potreste avere le stesse riunioni agli angoli delle strade che abbiamo noi. E’ un problema di fiducia. Alexej, voi non avete fiducia nella vostra vera forza.

Alexej mi guardò con un’espressione piena di meraviglia, poi scosse indietro la testa ed emise una risata di prim’ordine da basso russo.
Io pensai: Che maiali che siamo, noi americani! Non solo consumiamo un terzo delle risorse naturali della terra ma anche, con tutta quella nostra crassa disinvoltura, un terzo delle libertà individuali dell’uomo. E poi, lasciamo al resto del mondo l’eredità di terribili lotte per ottenere cibo, calore e un riparo, insieme all’oppressione e alla tirannia, loro inevitabili compagne.”

Aleksandr Solženicyn passò i primi cinquantasei anni di vita in Unione Sovietica, parte dei quali in “esilio interno” da un gulag all’altro. Fu espulso nel 1974 (ovvero nel periodo a cui questo estratto fa riferimento). Attraverso i suoi scritti ha fatto conoscere al mondo i Gulag, i campi di lavoro sovietici, e, per questo merito, ricevette il Premio Nobel per la letteratura nel 1970.

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