Le parole e i gesti

Diego ha già da tempo imparato il significato di molte parole e frasi, e anche se non lo dice, ce lo mostra coi gesti dialogando ampiamente con noi.

Lo si capisce ad esempio quando gli facciamo delle domande: “Vuoi fare oppa-riccio?” (cioè: andare sul cavallo a dondolo che in realtà come animale è un riccio).
Da un po’ Diego ha imparato a dire “Sì”. Il suono non è sempre perfetto, potrebbe a volte suonare come un “cì”, certo è che si scuote con tutto il corpo per annuire quasi facendo un balletto, quindi non ci sono dubbi: vuole salire sul riccio.
(Vabbè, questa era facile, il riccio gli piace tantissimo: ci sta su delle ore con molto entusiasmo fino a stancarsi e entrare nel mondo dei sogni).

Altro esempio facile: il “bau” per i cani, che continua ad ampliare il suo significato.
Diego ama individuare i cani mentre giriamo in città, persino a casa mentre guarda fuori dalla finestra le persone che passano per strada, e li riconosce sui libri, nelle figure che sono fotografate o disegnate, non c’è problema. Tra i suoi giochi c’è il cane di legno e il cane di pelouche a forma di manopola che può essere usato come burattino, ci è proprio affezzionato e in certi momenti se li abbraccia.
Ieri sera l’ho visto controllare attento la sua ombra che si formava sul muro quando lui si avvicinava alla parete bianca, e allora gli ho mostrato un po’ di ombre pure io: ombre cinesi classiche, il cane fatto con la mano che alza il pollice per raffigurare l’orecchio, e apre il mignolo per abbaiare, bau bau!
Che affare che ho fatto: Diego ha capito subito benissimo che anche quello era un modo per giocare con l’idea del cane, e si è messo a rispondermi e ad incitarmi tutto il tempo, portando la mia mano di nuovo davanti al muro per ricominciare se mi fermavo, così abbiamo fatto bau bau con le ombre cinesi per un sacco di tempo, roba da finire con il crampo alle dita!

Il nome di varie parti del corpo lo capisce bene perchè lo riprendiamo insieme in molti momenti: anche se non le nomina, le mostra volentieri quando le invochiamo durante il bagnetto. Quindi ovviamente conosce la testa, le manine, e così via. Però ieri ha provato ad ascoltarmi con più attenzione, e anche a ripetere: “Ma-no…. Ma-no“.

Il top della giornata, sempre ieri sera, è arrivato alla frutta.
La mela la conosce già, la indica anche sui libri, per quanto sia poco più di un tondo con stanghetta, ma la pera la confondeva un po’ con altri nomi. E invece ieri, quando sono arrivata a casa con la pera, lui ha provato a chiamarla mela, ma io gli ho spiegato che no, si chiama pera, “pee-raaa“.
E lui ha provato a ripetere: “pe…ja, pe…ja“, e gnam!!, se n’è mangiato un morso. “pe…ja“, gnam!! , un altro morso. La evocava, la assaggiava, aaaah, sospiro di soddisfazione, la porgeva un secondo per indicare anche a noi che quella era una buona pera, poi la riprendeva con sè, e ricominciava in tutta autonomia, “pe-ja“, gnammm.
Combinazione perfetta: conquistato il nome del frutto… e anche il suo gusto!!!