Lo scorso ottobre sono tornata a vedere le conferenze di State of the net, un appuntamento molto interessante che parla della attualità collegata al mondo della rete e dell’informazione digitale.
Gli anni scorsi c’erano interventi sia critici che entusiastici, ma in questa tornata è stato messo fin da principio in evidenza il punto di vista più recente: siamo entrati dell’era della “post verità”.
Uno dei discorsi chiave è stato quello di Walter Quattrociocchi, che ha analizzato le dinamiche sui social network della diffusione di notizie false, evidenziando come i gruppi di utenti che seguono notizie fondate scientificamente oppure che invece diffondono quelle che in realtà sono bufale, ebbene, questi gruppi non si parlano tra loro. Ma soprattutto, se in qualche caso si incontrano, escono dal confronto ancora più rafforzati nelle loro credenze iniziali.
A fine intervento, mi sono fatta dare i riferimenti del libro di Quattrociocchi appena pubblicato sul tema, Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità, dall’autore che mi ha detto: “E’ proprio fresco di stampa. Non ho ancora visto come sono venute le copie del libro!”, e la sera stessa (dopo un salto veloce in libreria al limite dell’orario di chiusura), avevo già afferrato la mia copia del breve saggio (“Ce l’ho prima ancora dell’autore!”, gongolavo fra me e me…).
Dopo averne divorata la lettura, ho temporeggiato un po’ prima di scriverne una recensione. Infatti questo studio, che analizza bene le dinamiche attuali, lascia l’argomento ancora aperto: quali strategie correttive e approcci utilizzare nell’era della post verità?
Nel frattempo l’argomento era dibattuto sulle testate principali, anche ieri sera su radio popolare ne parlavano i cronisti con Paolo Attivissimo, ospite che spiegava l’approccio presentato nel suo blog: non solo spiegare quando una notizia è falsa con i fatti alla mano. Ma mostrare qual è il metodo per ritrovare la fonte e controllare come stanno le cose. Un metodo accessibile a tutti.
Oggi ho letto il punto di vista della giornalista Brooke Borel che si è occupata per anni di verifica dei fatti (“fact checking”), e che è andata oltre la semplice questione delle notizie fasulle. Traduco un suo passaggio chiave, in cui cita anche gli studi del docente di comunicazione e giornalismo Mike Ananny:
“Sono turbata come tutti i giornalisti dalla vista della diffusione sempre più ampia di notizie false, anche quando le informazioni fattuali che le smentiscono sono disponibili. Ma se i fatti non contano, cosa è che conta? La storia delle notizie – e le strutture di potere che ne controllano la diffusione e il consumo – può offrire indizi su come contrastare le notizie false in modi che il solo controllo delle fonti non riesce a fare. Il punto di partenza è considerare che la notizia fasulla potrebbe essere uno strumento di lotta non contro la realtà, ma uno scontro tra poteri. Le notizie fasulle sono l’evidenza di fenomeni sociali in gioco, relativi alla lotta tra le visioni di gruppi diversi di persone, in riferimento non al mondo che c’è, ma al tipo di mondo che vogliono.”
Ok, dunque che dire delle varie polarizzazioni che si formano in questo periodo, che sembrano spuntare come funghi, tra contrapposizoni e populismi che ricordano il proliferare delle eresie nel medio evo?
Per darne una lettura, cito un estratto dal blog di Wu Ming:
“A partire dal marzo 2016 e fin dentro l’estate, le mobilitazioni contro la Loi Travail – cugina di primo grado del nostro Jobs Act – hanno spazzato via la politica della paura. Nessuno parlava più dell’emergenza-terrorismo. La contraddizione primaria aveva riguadagnato il proscenio. Il conflitto vero, quello tra sfruttatori e sfruttati, oscurava quelli falsi, come «Occidente vs. Islam», «Degrado vs. Decoro», «Europeismo vs. populismi» et cetera.
Un movimento sovversivo opera una radicalizzazione fedele all’etimologia del termine, poiché va alla radice delle disuguaglianze e dell’esclusione, ne attacca le basi strutturali.
Mentre la lotta di classe dall’alto viene combattuta incessantemente, 24 h su 24, quella dal basso è diventata un concetto tabù, è indicibile, anzi, impensabile. L’ideologia dominante deve sempre far pensare ad altro, spostare il discorso su contrapposizioni secondarie. Ma quando si torna a praticare quella lotta e a dirla, essa fornisce agli esclusi, ai discriminati, ai precarizzati l’unica alternativa alle «radicalizzazioni» farlocche, che hanno mille appariscenze ma, di riffa o di raffa, sono sempre fasciste.”
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Addendum: link ad uno splendido articolo di Christian Raimo su Internazionale: “Un antidoto al veleno della post verità”



