L’uso del ghiaccio di una volta

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Nel giorno di Santo Stefano, siamo tornati allo stagno di Gropada, dopo otto anni che non lo visitavamo.
La giornata di sole invernale era calda, eppure la superficie dell’acqua si è rivelata ghiacciata, con lunghi cristalli a forma di stella.

Dal pannello del posto abbiamo letto che il ghiaccio sullo stagno si vedeva di frequente.
“Oggi uno stagno rappresenta una risorsa ambientale, culturale, educativa e turistica. Un tempo però per gli abitanti del Carso gli stagni rappresentavano una risorsa economica diretta. Erano infatti fondamentali per l’abbeverata del bestiame domestico (mucche, pecore, capre, cavalli) e della selvaggina, per lavare i panni, per irrigare gli orti siccitosi e anche, se si asciugavano le cisterne, come risorsa idrica d’emergenza. Inoltre, gli stagni più vicini ai paesi fungevano da serbatoio d’acqua d’emergenza da cui far partire la catena umana di secchi per spegnere gli incendi. Ma erano anche piscina e luogo ricreativo per molti giovani che vi si rinfrescavano dalle calure estive.
Infine, date le basse temperature invernali, si formava negli stagni uno spessore di ghiaccio che arrivava anche ai 20 centimetri. Esso veniva tagliato in blocchi e poi conservato in cavità a forma di cisterna circolare, profonde dai 7 ai 10 metri, che prendono il nome di ghiacciaie (jazere o ledenice). Il ghiaccio non veniva venduto solo a Trieste, ma commercializzato in tutta Europa e caricato in botti di legno foderate con paglia su navi che giungevano sino in Egitto. Questo commercio fu però abbandonato agli inizi del ‘900 per la forte concorrenza del ghiaccio prodotto con i refrigeratori elettrici.”

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