Fredda accoglienza

Questa mattina ho iniziato uno di quei viaggi verso il nord che durano tutto il giorno. Tra un paio d’ore sarò arrivata alla mia meta in Finlandia, intanto per ora aspetto in una delle infinite tappe intermedie, all’aeroporto di Helsinki.

Il tragitto è subito cominciato in modo movimentato. Il primo volo che dovevo prendere era in ritardo, e l’ora di partenza veniva aggiornata a più riprese. Ci è voluta un’ora prima dell’imbarco, e a fine volo, all’atterraggio, è arrivato il primo brivido: il mio volo successivo sarebbe decollato da lì a dieci minuti. Inutile provare a correre al gate: la mia coincidenza era persa, e ho dovuto cambiare piano di viaggio.

Nel segmento di volo successivo, con un nuovo biglietto stampato di fresco, gli imprevisti sono continuati. Poco dopo aver preso posto sul sedile dell’aereo, un ragazzo si è avvicinato a me mostrandomi il numero del suo biglietto: 16C, lo stesso che avevo io. Per fortuna alla mia sinistra c’era un posto libero, per cui la mia prima esperienza di overbooking si è risolta senza problemi!

Il ragazzo del biglietto viaggiava con un amico, che si è seduto alla mia destra: mi sono ritrovata in mezzo ai loro fitti scambi di parole, tra le quali ne riconoscevo alcune: “da, da”, oppure “niet”, mentre loro si scambiavano panini, il primo dei due guardava sul portatile un concerto di George Michael, e sullo sfondo del computer una piccola icona riportava l’immagine dell’altro.

Verso la fine del volo, la gentile voce della hostess ha descritto la zona che sorvolavamo, e la temperatura al suolo. Il ragazzo alla mia destra è trasalito come me: “cetirie nais? minus forty degrees?” Anche a me sembrava di aver sentito meno quaranta, ma mi pareva strano: al mattino erano solo meno venticinque… Appena tocchiamo terra, lo vedo controllare il meteo sul telefono. Il numero è chiaro: meno quattordici. “Minus fourTEEN, not minus forty!”, ci diciamo con sollievo. Mi faccio ripetere come si dice quel numero nella loro lingua: cetirie nais, quattordici. Immagino di aver capito tutto, grazie a quei numeri in russo che mi aveva insegnato papà… in realtà mi sbagliavo: come mi hanno spiegato poi, quella lingua era bulgaro.

Il viaggio continua tra poco, e le variazioni non sono finite. Il prossimo volo, che doveva arrivare all’una di notte, ha annunciato un quarto d’ora di ritardo. Ci dormiremo su!