Storia delle differenze di reddito, dal Settecento ad oggi

Che cosa hanno in comune Barack Obama, il Papa, Marine Le Pen e Christine Lagarde (direttrice del Fondo monetario internazionale), e la sottoscritta? Hanno tutti letto il libro di Thomas Piketty.

Il capitale nel XXI secolo, saggio dell’economista francese Piketty, già tradotto in molti paesi e da poco anche qua da noi, è diventato subito molto popolare, secondo me, per due motivi.
Il primo è che presenta una chiave di lettura poco usata, per le questioni economiche e finanziarie di oggi, e cioè l’esame di come le risorse economiche si suddividono nella popolazione, all’interno di un paese, nel mondo e nel lungo periodo di diversi secoli.
Il secondo motivo è che la prosa è facile e scorrevole, la lettura di oltre settecento pagine fila via piacevolmente, tra aneddoti letterari, ricostruzioni di tipi di società e studi statistici con basi di dati estremamente ampie ed approfondite come nessun predecessore aveva fatto fino ad ora.
Io l’ho apprezzato molto per entrambi questi motivi.

La chiave di lettura della realtà proposta in questo libro, ovvero quella che guarda alla distribuzione dei redditi da proprietà e da lavoro, in fondo abbastanza semplice e alla mano per poter leggere la nostra quotidianità, si rivela un punto di vista che non si può più dimenticare.
In questi giorni si parla molto del lavoro, delle sue regole che nel trentennio dopoguerra venivano agganciate ai diritti, e che ora sembra che debbano proprio essere compatibili con i mercati. Ma perché “i mercati” sono sempre citati come un’entità astratta? Perché le suddivisioni del margine creato da una azienda, tra la frazione consumata nello stipendio dato ai lavoratori, e la frazione destinata ai premi riconosciuti agli azionisti, sono suddivisioni spesso opache e a malapena negoziate nelle contrattazioni collettive?
Dietro all’astratto e anonimo concetto di mercato, ci sono proprietà private, rendite di capitale che segnano il nostro mondo oggi, come nell’Ottocento facevano le grandi proprietà terriere, e i grandi romanzi sociali dell’epoca lo ricordano bene.

La prima ed essenziale formula che Piketty presenta nel suo lavoro, è quella che confronta la velocità con cui cresce la rendita da capitale (oggi prevalentemente finanziaria) rispetto alla velocità con cui cresce l’economia in generale. Il risultato di questo confronto nel lunghissimo periodo è che la prima, nella stragrande maggioranza dei casi, è maggiore della seconda.

Eh, ora dovremmo parlare più in dettaglio del significato della crescita dell’economia, ovvero la crescita del prodotto interno lordo, e di quegli indicatori che passano continuamente attraverso le notizie dei media, nel confronto tra i paesi (pensiamo alla grande crescita della economia cinese di questi anni), e nei dibattiti anche pro e contro un certo livello di crescita (pensiamo ai movimenti a favore della decrescita), tutti temi di cui intuiamo il significato, ma afferrarlo quantitativamente non è così facile.
Dunque: provare “Il capitale nel XXI secolo” per credere: finalmente si accendono delle luci sulla interpretazione di questi argomenti. Sulla base di dati ampiamente misurati.
Giusto un esempio per orientarsi: dall’anno zero all’Ottocento, la crescita economica era trascurabile. Potremmo, al confronto con lo sviluppo odierno, approssimare la crescita di quei primi diciotto secoli, a zero. Quindi, il pur importante rilievo che si dà oggi alla crescita (che, a dirla tutta, è la combinazione della crescita demografica e del miglioramento dello standard di vita medio), in realtà può essere ridimensionato, se osservato in una scala di lungo periodo.
Secondo Piketty, il marxismo, con l’attenzione per la prima volta assegnata al capitale, aveva sì avviato un discorso importante, ma poi non lo aveva sviluppato quantitativamente, perché non ce n’erano i mezzi statistici, arrivando a tesi (come quella della crisi di sovrapproduzione) grossolanamente approssimate, forse neanche utili. Ma ora, i dati sulla tassazione delle persone fisiche e giuridriche, accumulati per un paio di secoli in molti paesi, e altri indicatori ed archivi pubblici e privati, permettono di fare di nuovo i conti con il capitale e più in dettaglio con la distribuzione dei redditi da capitale. Per tornare a ricordarsi che le proporzioni tra i gruppi sociali non sono stabili.

Infatti (e qui sta la nota significativa), il capitale fluisce continuamente da alcune frazioni della popolazione ad altre. E ha una tendenza quasi definitiva. Quella di concentrarsi nelle mani di pochi. Altro che mobilità sociale verso l’alto. Molto significativo è, purtroppo, il movimento nel verso opposto…

Non banalizziamo troppo. Ci sono anche le tendenze equalizzanti, quelle dello sviluppo tecnologico e della diffusione della conoscenza. Però di solito non riescono a controbilanciare completamente l’effetto Monopoli (quello per cui, alla fine della partita, rimangono solo due attori in campo: un giocatore che ha vinto accumulando tutta la posta in gioco, e il banco). Infine (e molto importanti secondo l’autore) ci sono le politiche nazionali e fiscali, con l’effetto lievemente re-distributivo della tassazione.

Questo studio permette di capire il significato di debito pubblico, dei paradisi fiscali, dell’inflazione, di leggere la dimensione dei gruppi sociali (quello che possiede zero, venti, cinquanta, o ottanta per cento della ricchezza disponibile…) in Italia e in occidente e nel mondo, anno dopo anno, prima e dopo le guerre, negli anni sessanta, ottanta e al giorno d’oggi; e di dare significato agli slogan del tipo “meno tasse per tutti”…

Il saggio di Piketty non è un lavoro a tesi unica. Vuole essere lo stimolo per un dibattito.
Il messaggio più importante è questo: forse è proprio il caso di avviarlo, ampiamente e in un confronto tra paesi e rispettive legislazioni, il dibattito sui meccanismi spontanei e quelli derivanti da normative, che influiscono sulla distribuzione dei redditi. Perché se la lasciamo a sè stessa, la società non va verso nessuna forma di equilibrio spontaneo.