L’altra settimana avevo sognato di andare a vedere la mostra delle fotografie di Monika Bulaj. Nel sogno le foto si trasformavano in video, i filmati rappresentavano danze e rituali collettivi allegri e frenetici.
Ieri ci sono andata, era l’ultimo giorno, c’era la fila per il biglietto fino a fuori e fino alla strada: era prevista una visita guidata con l’autrice.
L’esperienza della mostra è stata prevalentemente quella del racconto: dalla viva voce della fotografa, ho potuto sentire incredibili storie di viaggio, una visione intima dei popoli rappresentati, una analisi cauta e sensibile della condizione di quei luoghi.
Per comporre quest’opera documentaria, Monika Bulaj, nell’arco di tempo che va dal 2009 ad oggi, è andata a più riprese in Afghanistan, per un totale di sei mesi passati in quella terra.
Dalle sue parole: “Un viaggio solitario, dividendo con gli afghani il cibo, il sonno, la fatica, la fame, il freddo, i sussurri, il riso, la paura. Spostandosi con bus, taxi, cavalli, camion, a dorso di yak. Dal confine iraniano a quello cinese sulle nevi del Wakhan, armata solo di un taccuino e una Leica, fatti per l’intimità dell’incontro. Balkh, Panjjshir, Samanghan, Herat, Kabul, Jalalabad, Badakshan, Panir Khord, Kost wa Firing. Uno slalom continuo per evitare i banditi targati talib, seguendo la complicata geografia della sicurezza che tutti gli afghani conoscono. Parlando con gli afghani, ho scoperto che la guerra è una macchina miliardaria che si autoalimenta e che pur di funzionare arriva al punto di pagare indirettamente tangenti allo stesso nemico. Rifiutando di viaggiare con un’unità militare – ‘embedded’ – protetta da un elmetto in kevlar, ho ritrovato un mondo che dalla Maillart a Bouvier gli europei amarono e che ora, dopo dieci anni di presenza militare, abbiamo rinunciato a conoscere.
La culla del sufismo e di un Islam tollerante che, lì come in Bosnia, l’Occidente si ostina ad ignorare. Un mondo odiato dai taliban e minacciato dal nostro schema dello scontro bipolare. Un paese nudo e minerale, dove un albero ha una maestà senza eguali e l’individuo non ha spazio per l’arroganza. Una terra abbacinante, dai cieli sconfinati, e così inondata di sole che bisogna rifugiarsi all’ombra – interni, albe, crepuscoli – per ridare un senso alla luce, al fuoco, ai bagliori dello sguardo.
Un Paese disperato, dove si rischia la vita solo andando a scuola e dove nelle periferie i bambini si svegliano alle quattro del mattino per andare a prendere l’acqua con gli asini.
Ma anche un Paese d’ironia, capace di ridere nei momenti più neri, rispettoso degli anziani, perfettamente conscio che il solo futuro possibile sta nella scuola, e nei bambini che domani saranno uomini. Nel ‘giardino luminoso’ dell’Afghanistan ho seguito d’istinto i suoi sentieri, trovando focolai di speranza nei luoghi più insperati, nel fondo più nero della disperazione”.


Meno male che siamo nate in Italia.