Contatto

Sabato scorso siamo andati a vedere “Galline di allevamento”, uno spettacolo di teatro danza a cui ci aveva invitati la nostra amica Serena che ne curava nientepopodimeno che la regia.
Non è usuale questo tipo di performance, ma abbiamo già familiarizzato con le performance coreografate da Pina Bausch (per fare un precedente illustre) e quindi non ci siamo stupiti troppo se l’impianto narrativo era affidato a sensazioni che emergevano per via istintiva, a un’atmosfera creata durante le scene di danza, e solo in piccola parte era rinforzato dalla voce fuori campo o dalle poche parole importanti espresse dalle ballerine.

Il lavoro era incentrato sul far percepire le assurdità del conformismo, e le molte scene disumanizzanti, alternate a poche altre e intense scene umanissime, creavano un forte contrasto. Per far riflettere sul ritorno del senso, verso la fine dello spettacolo.
Non potevano non colpire i momenti in cui si simboleggiava il rogo dei libri (lo so, l’immagine non era esattamente quella, ma era immediato evocare ricordi di rappresentazioni simili; e faceva comunque orrore il getto con spregio delle letture da scartare: via la cultura, via il pensiero) o la catena di montaggio dell’industria dei polli (agghiaccianti grembiuli rossi!).

Per passare dal simbolo universale alla situazione concreta più vicina a noi, le ballerine hanno inscenato l’esibizione della “donna oggetto” (la coreografa mi ha detto a fine spettacolo: “Siamo tutte ragazze, è stato facile per noi pensare a questo tipo di esempi di omologazione”), che non poteva non essere triste e stridente, come il clown dalla bocca grande che in realtà, dentro, piange.

Finchè, ad un certo punto, lo spettacolo mi ha toccata.
“Sì, queste situazioni le ho veramente sentite anche io”, mi sono detta.
Ho ricordato lo sforzo che faccio quelle volte in cui cerco, cerco davvero, di rimanere con i miei atteggiamenti entro la media dei modi di fare dei presenti. Senza eccedere, senza farmi notare subito perchè più enfatica, o più muta, o più originale, o diversa. Quelle volte in cui sai di essere in un ambiente che, se non stai dentro lo stile generale, se si nota troppo l’alterità, scatta improvvisamente una reazione negativa da parte di qualcuno che tiene d’occhio queste cose. Scatta il pericolo del rifiuto.
E per fortuna, non mi capita spesso.

Galline di allevamento - un momento dello spettacolo

GALLINE DI ALLEVAMENTO

regia: Serena Finatti e Barbara Tesini
concetto, coreografia: Barbara Tesini
creato con: Monica Clama, Martina Cuoco, Marianna Martinelli, Annalisa Scocchi, Agnese Spinelli, Giulia Strizzolo
drammaturgia/adattamento teatrale: Serena Finatti
musiche: AA.VV. e originali di Gian Pietro Seravalle
voce: Enrico Cavallero
testi: originali e tratti da Polli di allevamento di Giorgio Gaber (1978)
scenografia/oggetti di scena: Danzaevento e Alberto Bolzan
durata: 50 minuti – atto unico
produzione: Danzaevento

Foto de festa

L’altra sera, durante la ottima Osmizada de Bora.La con bora a 150 km/h a Servola, uno degli amici ci girava sempre intorno con il grosso obiettivo della macchina fotografica. Senza flash. E io pensavo: cosa combinerà ‘sto qua, che se movemo come paiazi, cantando sù-e-zò-pel-pal…
E invece quando ho visto la sua galleria fotografica, pubblicata su bora.la, mi sono detta: bravo, belle foto, obiettivo luminoso, ma guarda un po’, che el xè rivà anche a farne bèi!
E a rendere bene il clima festaiolo.

Durante la cena, per festeggiare l’insediamento al potere redazionale Bora.Laiano della nuova Responsabile dei contenuti del sito Sara Matijačič, ho potuto permettermi persino un brindisi “di genere”: “Perchè dopo una capa donna, abbiamo di nuovo una capa donna, evvài! (Che prima di vederne due di seguito dovemo aspetàr vent’anni…)

Foto qui in anteprima, courtesy di Ivan Doglia.

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Io spesso non mi sento in minoranza, ma in condizione di “singoletto”. E comunque da queste cose c’è molto da imparare

Oggi ho finito un libro che mi ha veramente molto appassionato.
E’ un saggio di sociologia sui rapporti dinamici con cui le minoranze affrontano la loro condizione e i rapporti con le maggioranze che stanno in posizione di vantaggio.
Si chiama “Coping with minority status: Responses to Exclusion and Inclusion

Il testo procede su capitoli diversi dedicati a situazioni molto varie, ciascuno leggibile come uno studio a sè, eppure ben collegato poi nella visione d’insieme.
Ne ho tratto diverse chicche che vale la pena citare.
Oggi comincio con questa.

“La ricerca nel campo delle giustificazioni che un sistema si dà, ha messo in evidenza come la gran parte delle persone che appartengono ad un gruppo svantaggiato (nel testo sono citati gli esempi degli afroamericani e delle donne), spesso hanno internalizzato le ideologie con cui il sistema giustifica sè stesso, come ad esempio l’individualismo o la meritocrazia: per questo, credono che chiunque possa avere successo nella società, e che la soluzione alla loro condizione di svantaggio stia nella mobilità individuale.
Dunque, anche se un certo numero di mobilitazioni sociali ha origine all’interno di questi gruppi di minoranza, molti altri membri di questi stessi gruppi non percepiscono l’ingiustizia che di fatto è in essere verso di loro, non si battono per il cambiamento sociale, e quindi non costituiscono fonte di influenza o interazione verso il cambiamento.
E’ invece noto e ben documentato quanto le minoranze attive possano avere influenza sulle maggioranza, per far riarticolare la posizione di svantaggio o vantaggio reciproco.”

Il materiale di stamattina

Grande presenza sul palco per l’attore, Alberto Pagliarino, che durante la rappresentazione di Pop Economy oggi al Miela ha coinvolto il pubblico, interagito, improvvisato.
E anche se lo conoscevo già, il meccanismo della crisi dei mutui subprime, messo in scena così e spiegato in modo divulgativo, mi è apparso ancora una volta più chiaro.

httpv://youtu.be/Cx7XahH33-w

Spunti dell’inizio d’anno

I due giorni a cavallo del veglione li abbiamo passati sul divano (e nel mio caso, col mal di gola).
Abbiamo visto sei film.
Divertenti.
Per dirne uno: Die hard 4.
Non dovrei farne la recensione, perchè probabilmente è l’ennesimo film-pubblicità alle armi di difesa personale diffuse nella società americana.
Però, in quanto film molto maschile, rivela diverse cose.

Ad esempio.
Il protagonista John McClane, un classico “tipo Bruce Willis”, è un duro con delle fragilità: l’essere un semplice battitore libero che mette in gioco il proprio corpo, e l’avere degli affetti famigliari. Nella serie “Die Hard”, i suoi affetti, che lui protegge e rispetta con fedeltà, diventano generalmente uno dei suoi massimi alibi, in quanto vengono costantemente messi in pericolo o presi in ostaggio. Infatti il detective John McClane ha la stessa sfiga che aveva Jessica Fletcher: dove passava lei c’era sempre un delitto; dove passa lui, c’è sempre il rapimento di una fanciulla della sua famiglia.
Vediamo come John McClane, che in apertura di film viene criticato dalle donne di casa (e certe volte non si sa neanche perchè), poi in chiusura viene di nuovo apprezzato (in qusto caso dalla figlia liberata) soprattutto quando si comporta come un vero duro: il riconoscimento di ruolo mostra provenienze bipartisan.

A volte sbaglia, quando “risponde male” e non sa usare la diplomazia nei confronti di interlocutori con cui dovrebbe far squadra, eppure questa forma di rudezza fa parte del personaggio, e viene tollerata dalla trama, perchè di fatto non fa danni, e alla fine diventa un vanto. Certe sue uscite sono così “oltre” che, secondo me, riescono contemporaneamente ad essere un prendersi troppo sul serio e una autoironia.
La funzione di John McClane è quella di vincere eroicamente contro il duro assoluto (il cattivo di turno) che, oltre ad essere rude almeno quanto lui (gare di reciproci sfottò comprese), è anche un “cinico”, quello che dà le “lezioni” punitive (da modello autoritario fuori moda), che sfuma nel terrorismo quando mette in pericolo grandi fette della società civile per i suoi scopi, e che poi si rivela banalmente intento alla appropriazione indebita di grande portata (la vile fuga col malloppo).

Insomma il modello maschile rappresentato è estremo (oltre ad attraversare mille esplosioni in modo simpaticamente irrealistico, secondo me John McClane non si può definire un buon modello, dato che fa fuori un sacco di gente pure lui, per quanto malviventi affrontati in momenti sempre vestiti da “legittima difesa”), e comunque affronta e gestisce un chiaro problema: quello del neutralizzare il maschio ancora più estremo di lui.

Gli altri film del cambio d’anno:
Die Hard 1
Die Hard 2
Le idi di marzo (al cine la sera prima)
Marta sui Tubi in concerto
Il 7 e l’8
The art of flight (e di questo, godiamoci anche il trailer)

httpv://www.youtube.com/watch?v=kh29_SERH0Y

La classe a raccolta

Ieri sera c’è stato un ritrovo con i compagni di scuola piuttosto nutrito, con diversi rientri di chi sta lontano da Trieste.

Mentre Erica immaginava come sarebbe stato ripetere la foto di classe della cena della matura, io mi rendevo conto di avere ancora a casa la gonna che avevo usato quella sera.
E mi ricordavo esattamente la posizione che era occupata da Matteo.

Matteo ieri sera era con noi, nel gesto che gli abbiamo voluto dedicare (una raccolta destinata al centro antiviolenza sulle donne, che sta risistemando una delle sue case rifugio).
Infatti questo gesto di solidarietà era tipico suo.

foto di classe

Vicino o lontano?

Ieri sera sono andata a vedere un convegno al teatro Miela. Si parlava, tra l’altro, della crescente mobilità geografica femminile e delle varianti rispetto al modello dell’uomo “breadwinner”, capofamiglia e procacciatore del principale reddito familiare.

Melita Richter, sociologa, ha raccontato la storia di una donna che viveva in Yugoslavia.

“Ingegnere, attiva nella politica, era abituata durante le vacanze a portare i suoi figli all’estero, come turisti, a sciare. Ma poi si è sentita tradita dal suo governo, quando è crollato e ha portato il suo Paese nel baratro.
La prima a perdere il lavoro è stata lei. Poi suo marito. E’ andata a cercare un impiego all’estero. Ora è l’unica che mantiene la sua famiglia.
Da diciotto anni vive in Italia. Fa la badante.”

Invito all’evento: mostra collettiva, e non solo…

Questo venerdì si terrà l’evento, tutto a cura di autrici e artiste donne, “Immagini, pensieri poetici e filosofici – Poetične in Filozofske misli ter slike“.

Introduzione di Ester Pacor, Performance di Mirta Čok e Nicolò con la sua band,
interpretazione filosofica di Maria Cristina Milič.
Nello spazio espositivo verrà presentata la mostra collettiva: “Arte del fare” in Carso e Città. Tra le molte autrici, parteciperò anche io con dei disegni.

Venerdì 11 novembre alle ore 17.30, nella “Casa di Ljenčka” – a Trebiciano, Trieste – Oggi Museo Etnografico.
Siete tutti invitati!
immagini, pensieri poetici e filosofici