Un piccolo tuffo nella storia dell’arte

Ho comprato un libro di storia del’arte dopo averne sentita la recensione per radio, così, al volo.
Terre senz’ombra di Anna Ottani Cavina è un saggio leggero ma pieno di riproduzioni di dipinti e acquarelli, dedicato al paesaggio italiano come veniva visto dagli stranieri che venivano a visitarlo nei secoli, durante il loro percorso di formazione alla pittura e all’arte.
Queste opere hanno costruito un immaginario del paesaggio italiano come soggetto a sè stante, immaginario che però non corrisponde alla realtà storica, bensì alla mediazione culturale operata dagli occhi degli artisti sulla base delle conoscenze che avevano a quei tempi.

Così come l’orientalismo aveva creato una visione d’oriente costruita dall’occidente, non necessariamente corretta.

L’autrice fa puntate, passaggi, cartoline e curatele di mostre, che nell’insieme compongono un escursus su vari secoli, non necessariamente esaustivo sul tema, ma sicuramente punteggiato da certi pittori chiave a cui la curatrice si è appassionata.
In certi capitoli, esplode come una sorpresa, il senso di meraviglia per la visione di alcuni artisti, nel loro rapporto personale con l’Italia o con la natura.
L’autrice inserisce note biografiche dai diari e dai bozzetti e dalle opere minori o preparatorie o di diletto ma non destinate al circuito dei mecenati, e ricostruisce personalità d’artista private e a tutto tondo.

Sì, quel cielo stellato dipinto in una precisa data del Seicento, un paesaggio di cielo notturno, non poteva altro che esser stato visto con un telescopio come quello di Galileo, nell’anno della scoperta della vera conformazione della via lattea e dell’osservazione delle macchie lunari.
Rivelazioni come queste sono un vero regalo alla storia della pittura come storia della capacità di vedere, che sia pittorica, culturale o scientifica.

E tu, quanto sei SMART?

Ho finito da poco di leggere SMART di Frédéric Martel, un libro che fa il giro del globo per capire come evolve l’uso di internet e del digitale, chiedendosi se l’uso del web contribuisce ad appiattire e uniformare il mondo.
La risposta dell’autore, testata sul campo con centinaia di interviste e approfondimenti nei paesi più diversi, è che non esiste una internet, ma casomai si dovrebbe parlare delle internet, al plurale.
Perchè è con forte radicamento al territorio, alle comunità, alle lingue e alle culture che si stanno sviluppando le reti e i servizi digitali del futuro.
Quasi con una marcata suddivisione in gruppi, connessi per argomenti simili e riferimenti del luogo precisi.

La velocità del cambiamento nel settore digitale, nei paesi non già appesantiti da consolidate e storiche infrastrutture, è particolarmente marcata. Dove non si erano ancora diffusi i computer, si sono direttamente espansi gli smartphone e le applicazioni per diffondere informazioni e servizi, pagamenti dal telefono, notizie, propaganda o allerta sui pericoli del territorio.
Un capitolo decisamente gustoso è quello dell’india, dove per fare un esempio chiave, si racconta come la carta d’identità unica e digitale si sta diffondendo velocemente, e questo progetto governativo si collegherà alla creazione di un nuovo sistema sanitario che riguarderà oltre un miliardo di persone. Nelle parole degli svilupparori indiani si sente chiaro e forte l’entusiasmo per i progetti in corso, come questo.
Sono capitoli decisamente drammatici invece quelli centrati sui paesi tormentati da dittature, e l’uso della rete oscilla tra l’oppressione della censura e il salvataggio in forma virtuale scambiato all’istante (come i tweet d’allarme che segnalano le vie delle città a rischio, dove stanno avvenendo tumulti: “evitate quella strada!”).
Il libro comunque si apre con le storie di successo. E secondo me, quasi non è possibile stare dietro all’accelerazione delle start-up della Silicon Valley, anche solo nel loro frenetico racconto. Lì, nella “valle”, il mondo delle start-up è inserito in un sistema complesso che le supporta in modo forte: una struttura scalabile, che accompagna tutte le fasi di creazione d’impresa, dallo sviluppo embrionale (dove chi fallisce cerca di farlo presto, per ricominciare subito con la prossima idea) al finanziamento sulle varie taglie d’azienda da parte di investitori per tutti i gusti (li chiamano “angeli del business…”), che puntano nel giro di pochi anni a farle diventare internazionali.
Degli Stati Uniti ho sicuramente trovato interessante il capitolo che, senza peli sulla lingua, spiega come la vedono gli americani sul monopolio: secondo il partito repubblicano, può andare bene se un settore di mercato è “monopolizzato” da uno, due o massimo tre operatori globali; per il partito democratico, forse è meglio che siano almeno quattro…
Sicuramente attento è l’autore francese, alla partita lenta che sta giocando l’Europa: il vecchio mondo è troppo abituato alle sue infrastrutture classiche e fa fatica ad innovare, pigro persino nell’adottare il suffisso .eu negli indirizzi web. Quindi il suo suggerimento è: diamoci una mossa…