Verso l’aeroporto dei tre confini

Le trasferte che mi organizzo in questo periodo sono super condensate.
La mattina, cerco di non partire troppo presto: voglio condividere con Diego i grissini della colazione, prima di andare via.
La sera, faccio in modo da non tornare tardi, per mantenere la tradizione della cena fuori al venerdì.

E così, oggi ho chiesto a Diego di non svegliare papà Dado la notte successiva, e sono partita.
Mi sono catapultata in aeroporto a mezzogiorno, e ho cominciato le manovre per il controllo di sicurezza dei bagagli.
Ero a corto di sacchetti trasparenti per i liquidi da mostrare a parte, ma facevo affidamento sulla macchinetta che li distribuiva racchiusi in palline colorate.
Pronto l’euro?
Inserito, via.
Gira gira gira la manopola.
Sembra una di quelle macchine con erogatore di gomme per bambini.
Gira gira… stop. La manopola arriva a fine corsa.
Ok.
E la mia pallina colorata?
Cerca cerca nello sportello…
Prova, riprova a girare… è proprio a fine corsa.
Niente!
Euro mangiato a sbafo!
Poco affidamento dovevo fare su questo sistema di fornitura sacchetti autorizzati.

Decido di non ritentare.
Mi butto al controllo sicurezza con quello che ho, usando una busta per documenti, non standard di misura, non chiusa come dovrebbe…
Occhio alla fuga del dentifricio e della cremina, vero pericolo guizzante fuori busta!
Il placido controllore della sicurezza ignora i miei prodotti di bellezza.
Tiro dritto.
Riprendo busta anomala e dentifricio.
Fatta.

Arrivo a Monaco, ho dieci minuti per il cambio.
Molte donne hanno preso il mio stesso volo. Sul bus che ci trasporta con giro largo dell’aeroporto, due mamme fanno “cin cin” coi passeggini. Il piccolo scontro le attiva all’improvviso, e le signore cominciano a svelare un po’ delle loro storie.
La prima, una bruna giapponese con le lentiggini, ha un figlio piccolo dai capelli rossi. “Mio marito è sloveno“, inizia a raccontare. L’altra ha i colori luminosi del nordeuropa, e richiama all’attenzione i suoi tre bimbi dagli occhi chiarissimi: “She comes from Japan!“, spiega, presentando la sua nuova amica, seguita da un coro di “Oooooh!” affascinati. Anche lei ha figli bilingui, dice che parla con loro in olandese.

Smontiamo davanti al pannello dei voli di collegamento. “Boarding time!”, grida la mamma olandese, facendo correre i bimbi.
Anche io vedo che il mio volo sta già imbarcando i passeggeri. Devo darmi una mossa!
Rapida occhiata ai cartelli con le frecce.
Guai a sbagliare in questi momenti!
Il bus ci ha lasciati nel bel mezzo dell’edificio aeroportuale, ma la mia porta d’imbarco ovviamente si trova nell’estremità più lontana. Non c’è spazio per errori di direzione!
Giungo a fine corridoio proprio a pelo, mostro il biglietto, e le porte si chiudono poco dopo il mio passaggio.

I voli brevi hanno ridotto molto la quantità dei cibi offerti.
Trovo un toblerone sul primo.
Un toblerone sul secondo.
Quello con le piramidi giganti che ti pungono mentre lo addenti.
Meno male che mi ero presa il sacchetto della mensa prima di partire. Frittata arrotolata con ripieno di spinaci, l’ho messa nel panino.
Avviso per chi volesse riprovare questo tipo di merenda: gli spinaci sono scivolosi. Addenti un lato, e scappano via in blocchetti dall’altro lato. Forse sono gli stessi blocchetti in cui, nella fase precedente, se ne stavano surgelati a mo’ di cubo?
Non ci penso su, e sto contenta per la mia dose verde giornaliera. Mi rifarò con il prossimo spuntino, da accaparrare subito dopo l’atterraggio.

Intanto, il cielo fuori dal finestrino è intensamente azzurro.
L’ovatta delle nuvole si distende su più piani.
L’aereo comincia la discesa, e si inclina per manovra proprio a ridosso di questo strato soffice; sembra che voglia fendere la torta di fiocchi di panna con la sua ala.
Bianco bianco bianco attorno a noi, e il capitano annuncia l’ultima fase di volo in tedesco.
Dura molto, il passaggio tra le nubi, e a volte si traballa un po’, tra il vapore più o meno denso.
Immagino il pilota con le mappe e il suo radar, con la memoria che gli ricorda cosa c’è anche se non si vede.
A noi, il mistero nasconde ancora la vista della meta, e persino la sensazione di scendere o salire diventa un po’ imprecisa.
Ma eccolo, il suolo che riappare.
Campi bruni e alberati, casette dal tetto scuro e acuto. Una dopo l’altra, si accostano come segnaposti di legno giocattolo.
Da qua sotto, il cielo sembra più grigio, poca luce passa ormai nel pomeriggio.
E piano piano la pista si avvicina…
Tac, contatto, siamo ora giunti a terra.
Frenata garbata, vento sulle bandiere.
Auf Wiedersehen“, dice la voce.
Fatto: il viaggio del giorno è completato.
Sono a Basilea.

Quando una cosa gli piace molto…

Dado ha una chitarra acustica da “battaglia”, che lo ha accompagnato in molte serate canterine con gli amici, all’aperto o in osmizza, e persino nei primi appuntamenti con me quando ci stavamo appena conoscendo. Un po’ graffiata e vissuta, in questi giorni sta vivendo una nuova avventura. Lo strapazzamento da parte di Diego.

Diego si è appassionato alla chitarra di Dado dopo aver visto all’asilo il maestro Paolo che suonava la chitarra durante le feste aperte ai genitori, con le filastrocche che fanno ballare tutti i bambini. Ah, quelle filastrocche ora le sappiamo a memoria pure noi!
A casa nostra la chitarra di Dado stava a riposo da diversi mesi sul suo trespolo, fino a quando Diego non ha cominciato a chiederci di tirarla fuori.
Una volta al giorno.
E poi più volte al giorno.
E poi ha cominciato a diventare un gioco fisso quotidiano.
Abbiamo allentato le corde perché fossero meno pericolose. Non se lo sarebbe aspettato, questa chitarra, dopo tante gloriose serate, di finire scordata e stonata tutto il giorno alla mercè di un bimbo piccolo che la pizzica, la rigira nonostante le dimensioni per lui imponenti, e si diverte a schiacciare continuamente il porta plettri! Diego è riuscito a far suonare la chitarra anche alla zampa di peluche del suo panda…

Ieri mattina, ho cominciato a mostrargli un po’ di immagini sparse dal web, foto di chitarre acustiche di varie foggie e colori. Non mi aspettavo le conseguenze di questo gesto: Diego da quel momento mi ha chiesto di rivederle almeno dieci volte!
Qualche ora dopo, ho ceduto ad una tentazione che avevo in mente già da tempo.
Sono andata a comprare una chitarrina di legno tutta per lui. Da tempo passavo davanti alla vetrina che la teneva in bella mostra, ma non ero convinta perchè era un gioco per bimbi di almeno tre anni. Ho smesso di trattenermi e mi sono detta: almeno questa ha le corde morbide di nylon, e non le corde di acciaio della chitarra vera.

Quando ho mostrato a Diego la sua nuova chitarrina, credevo non l’avrebbe considerata molto, dato che già da settimane aveva nel cuore quella grande di papà. Che erroneo pensiero adulto-centrico! Appena ha visto il suo nuovo strumento maneggevole e colorato, non l’ha più mollato un secondo! Letteralmente: da quel momento in poi, non ha voluto separarsene più!

Le rispettive appartenenze, sono diventate chiare subito. Diego è andato verso la chitarra grande, e ha detto: “papà!”, e poi ha guardato la sua, piccola: “Gegio!“, riferendosi a sè stesso. E ha continuato così, indicando a turno i due strumenti: “papà, Gegio, papà, Gegio!”
Quella stessa mattina eravamo attesi a pranzo per il compleanno di Luisa. Ovviamente la nuova chitarrina è dovuta venire con noi. Come togliergli un gioco nuovo appena spacchettato? Durante il tragitto, Diego ha strimpellato dal suo seggiolino in auto.
Al ristorante vegano, il piccolo musicista si è fatto sentire da tutti.
“Neanche Jimi Hendrix magnava con la chitarra in man!”, gli ha detto nonno Giordano!

Al ritorno a casa, la chitarra grande ha ritrovato il suo posto d’onore. Dado l’ha accordata di nuovo, e ha cominciato a duettare con Diego sulle note di Pippi Calzelunghe. Devo dire che Diego aveva la giusta postura, teneva lo strumento con le due mani come i veri!
Alla fine la sera, pronto alla nanna tra le mie braccia, Diego non ha voluto lasciar andare la sua nuova amica: gli occhi ormai gli si chiudevano, e ancora allungava la mano nel buio; con le dita al rallentatore, rompeva il silenzio pizzicando le corde…

Cinquanta parole

Siamo alle soglie dell’anno e mezzo, e la pediatra ieri ha constatato che Diego cresce con peso e altezza nella media. E’ stata sorpresa quando le abbiamo spiegato che Diego sa dire più di cinquanta parole, e che ne mette in fila due o tre per esprimersi: in questo Diego ci sta dimostrando che è avanti!

Ecco un tipico esempio.
Vediamo Diego intento a rivisitare la sua collezione di orologi di carta, tirandoli dentro e fuori dalla scatola apposita che li raccoglie. Alcuni sono ritagliati dalle pubblicità dei giornali, altri sono depliant accattivanti catturati nelle gioiellerie, e c’è anche il suo orologino giallo di carta plastificata che gli ho fabbricato a Capodanno per guardare insieme la mezzanotte. La collezione ovviamente si estende anche ai nostri polsi: il primo amore è stato quello per l’orologio di nonno Giordano, che ha la luce che si accende a comando. E in aggiunta, tutti noi veniamo controllati. Io, da diversi anni ormai, l’orologio non lo porto più: mani libere dagli impicci! E Diego questo lo verifica quotidianamente: punta il ditino sul mio polso, e ribadisce: “No orologio mamma!”.

Altro classico di questi giorni.
E’ ovvio dire che Diego è un “nativo digitale”. Conosce bene il telecomando per accendere la radio (domenica scorsa era riuscito a conquistarlo, e premeva insistentemente il pulsante centrale a forma di tondo grande; ovvio per lui che lì ci fosse la chiave dei controlli!). Adora gli smartphones e l’iPad; chiede spesso di guardare insieme i video di cani o di animali divertenti. Papà Dado lo sta catechizzando e già adesso è diventato “un evangelista di Jobs”; infatti controlla sempre se sul retro dei dispositivi elettronici c’è un logo della Apple: “mela, mela, mela!”.
A casa ha già due telefonini giocattolo quasi uguali. Noi, colpevoli di aver lavato il primo con una spugna troppo umida che ne ha fulminato la suoneria, abbiamo voluto prendergliene un altro. E con questi Diego chiama virtualmente nonno e nonna, e immagina dialoghi con loro, posandosi un telefono su ciascun orecchio. E’ molto colpito dal fatto che uno dei due si sia rotto. Infatti ci spiega sempre la differenza tra i due apparecchi giocattolo: preme il ditino sul primo, e controlla: “suona!”; e poi preme il ditino sul secondo, e ribadisce: “no suona, otto!”