Bisogna conoscere il nostro sistema di welfare

Quando sono nata io, il sistema sanitario nazionale non c’era ancora.
Era frammentato.
Dei tre pilastri del welfare italiano, dopo sanità e pensioni, il terzo ambito, frammentato lo è ancora: si tratta delle politiche sociali e delle politiche per la famiglia, che non hanno una collocazione a sè, ma rientrano entro altri capitoli di spesa, e sono gestite dalle regioni se non dai comumi con delle differenze nei vari territori.
Quando ho comprato questo saggio, Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia, ancora non conoscevo l’autrice Chiara Saraceno; e ora invece la noto spesso, e mi capita di sentirla ospite di trasmissioni radio, come sociologa che conosce bene il nostro sistema e vi ha contribuito.

Alcune sue osservazioni su questa parte del nostro sistema potrebbero valere come note di più vasta portata:
La mancanza di una politica sociale in Italia potrebbe essere spiegata come una strategia per evitare conflitti aperti e scelte chiare, in un campo in cui esistono valori e aspettative sociali tra loro in tensione, se non contraddittori: conflitti tra il valore dell’ugualianza tra i sessi, riconosciuto a livello formale, e le aspettative di comportamento ancora legate alla divisione del lavoro in base al genere; tra il valore dell’unità e solidarietà familiare e il valore attribuito all’autonomia individuale; tra quello della privacy e quello della responsabilità sociale. Il persistere di forti differenze di valori in questo campo è indice delle differenze e divaricazioni culturali che hanno caratterizzato la storia politica del nostro paese“.

saggio in tema

Prova a catturare le immagini della notte, se ci riesci…

Sarà che il clima ventonevoso di questi giorni me ne fa sentire la mancanza, ma questa notte ho sognato di fare una bella passeggiata in bosco con il sole caldo del tramonto.
Il mio programma era salire il sentiero del monte Cimon (chissà se esiste davvero?) per arrivare a visitare un trio di laghi che portava lo stesso nome.
La scarpinata nel bosco era intervallata da percorsi fatti a scale di legno, che per qualche fantasioso motivo si arrampicavano anche su per i tetti delle osterie, e portavano ad ampi panorami sulle colline e sotto nuvole iridescenti.
La vegetazione era ancora tinta d’autunno, e io cercavo a più riprese di fotografare questi splendidi paesaggi, però l’immagine che inquadravo non era mai uguale a quella che poi rivedevo nel monitor della macchinetta fotografica. E naturalmente, in quell’ambiente onirico il pulsante dello scatto non si premeva bene: bisognava pigiare più volte e non si era mai sicuri che l’immagine fosse stata salvata. Per cui mi dicevo: “Che strano, oggi la macchina fotografica funziona male come nei sogni…”

Le atmosfere del periodo beat

La scorsa settimana ho passato una serata a Gorizia.
Toccata e fuga, giusto quello che ci voleva per calarsi in altri luoghi.
Nel contesto della manifestazione “Juke Box & Beatles”, i nostri amici Deja con l’attore Enrico Cavallero hanno proposto una selezione di testi di autori della ‘beat generation’ (ma non solo), accompagnati da musiche originali e improvvisate.
Tra Kerouac, Ginsberg e Bukowsky hanno trovato spazio Sartre e Duke Ellington, così come Billie Holiday e Luigi Tenco.
Ho cominciato a scattare qualche foto, ma poi ho smesso: non volevo distrarmi dall’atmosfera intensa che voci, parole e suoni stavano costruendo…
Una immersione in altri tempi, in fondo non troppo lontani.

Enrico alla lettura delle poesie Serena, voce, composizione ed effetti Andrea, musica e improvvisazione Enrico Serena e Andrea

Tipica scenetta col bebè

Dopo ogni pappa, la tappa assicurata per Diego è quella al fasciatoio per il cambio.
E’ tutto pronto per ogni esigenza: asciugamanino e carta assorbente, vaschetta appena riempita di acqua calda, faldine di cotone per il lavaggio e tutti i ricambi necessari.
Via il primo calzino.
Via il secondo calzino.
Sbottonare la parte bassa della tutina.
Sfilare una gambetta, fuori il piedino!
Sfilare l’altra gambetta, giochiamo con l’altro piedino!
Staccare le linguette adesive del pannolino, controllare….
Aaaah! Spruzzo di pipì in arrivo! Richiudere subito il pannolino!
Fiuuu… Giusto in tempo.
E Diego ti guarda e ride…
sarà un caso?

Dado e il piedino di Diego

Comunichiamo

“Come impara un bambino a parlare? Sapevate che già dopo qualche ora dalla nascita un neonato sa distinguere la lingua materna da una qualsiasi altra? Sapete che un neonato di un mese già riconosce il volto della propria madre? Riuscite a credere che a cinque mesi è in grado di contare? Queste sono alcune delle sorprendenti capacità dei neonati, così piccoli e già capaci di capire il mondo.”

Con questa apertura, una lettera dalla SISSA ci invita a partecipare ad uno studio dedicato ai bambini tra i quattro e i cinque mesi.

Certo è che Diego in questo periodo chiacchiera tantissimo.
Sperimenta muggitini ululanti, grattachecche della gola, vocalizzi a volume variabile e adora sentire cantare.

Inoltre riconosce ormai bene certi oggetti e situazioni.
Per esempio, per capire se è il momento di un pisoletto diurno, quando mi accorgo che è rilassato lo porto davanti alla carrozzina e gliela mostro, gli chiedo se vuole andare lì e aspetto di vedere come reagisce. Se percepisco che è ben disposto, allora posso andare sul sicuro: quando lo metto giù e rincalzo la copertina, lui si accoccola un attimo, fa un sorrisino, e via. Addormentato di botto.