Verso l’uso del nuovo congelatore, quello grande

Mercoledì sera, mentre Dado torna da Mogliano, ci diamo appuntamento di là, in casa nuova. Io scongelo il sugo, per portare su la cena direttamente in pentola, pronta.

Controllo le mono-porzioni di salsa al pomodoro nel freezer. Ci sono quelle del sette gennaio, e quelle del venti febbraio. Prendo le prime, per finire le scorte meno recenti.
E penso: “Buono il sugo del sette gennaio, me lo ricordo“.
Come un intenditore, che sceglie il vino dell’annata giusta.

date del sugo

E meno male che c’è anche un quarto volume…

Nel terzo libro della serie di Douglas Adams, La vita l’Universo e tutto quanto, ci sono delle scene che da sole valgono tutta la serie.
Ad esempio il nono capitolo, dove arriva l’alba sul pianeta Sconchiglioso Zeta. E il robot depresso Marvin parla con una creatura a molle di animo cordiale, il materasso Lorro.

Il materasso rimase alquanto impressionato e si rese conto di avere a che fare con un’intelligenza fuori del comune” (ovvio, penso io mentre leggo, stai parlando con Marvin…) “Rabbrivicchiò in ogni centimetro della sua superficie corporea, increspando l’acqua della palude, invasa dalle alghe. Spiancicò nell’acqua. Garbazzò in giro. E poichè lo sforzo era stato eccessivo, cadde giù, inondando Marvin di fango, alghe e lattughe puzzolenti

Spettacolare.

la vita, l'Universo e tutto quanto

Stanotte ho sognato di far l’effetto neve con farina e setaccio

Domenica scorsa, niente bici. Troppo raffreddore.
Prima di rintanarmi a casa, a leggere tutto il giorno sul divano, ho fatto una tappa al teatro per bambini. Ero troppo curiosa, volevo andare a vedere lo spettacolo messo in scena da Julian e Giustina.

Dopo una breve introduzione sul palco, con scaramucce tra gli attori che si apprestano a fare colazione, con biscottini gentilmente offerti dai bimbi del pubblico, parte la fiaba. Musichetta magica, abbassarsi delle luci. Comincia “Il brutto anatroccolo“.

il brutto anatroccolo

In quanti modi si può raccontare una fiaba?“, chiede Julian ai presenti. “Con le marionette, con i burattini, leggendo un libro“, rispondono i bambini. Ma questa volta, saranno i dolci, l’acqua e le teiere ad animarsi.

Non svelo i trucchi portati in scena, ma non li dimentico. Sarei rimasta un’ora in più, a veder gli oggetti del tavolo al centro della scena che prendono vita. Allora, me ne invento degli altri. E me li annoto qui.
Una luna che sorge da dietro gli alberi, fatta con una meringa che si leva di tra i finocchi?
Dei bagnanti che si abbronzano, scaldati come del pane tostato?
I fiori portati dal vento, fatti coi petali per le infusioni del tè?
L’insalata che si lava in ammollo, come un raduno sul mare per la Barcolana?
Cubetti di ghiaccio, come pattinatori che scivolano?
E il mio preferito (questo lo copio dallo spettacolo), l’arancio che rappresenta il sole, e che compie un grande arco, sollevato in aria…

Fantascienza

Dopo oltre due anni di quasi solo saggi, sono finita intrappolata nella narrativa.
Meno male che la serie di Douglas Adams non finisce subito.

Il secondo volume, Ristorante al termine dell’universo, è (come gli altri della serie) scritto negli anni Ottanta.
Verso la fine c’è una scena che mi è sembrata subito familiare. I protagonisti del racconto, catapultati nel mondo preistorico, trovano dei doni distribuiti su un sentiero che corre lungo l’esterno di un villaggio. Capiscono che sono stati messi lì apposta dagli abitanti del villaggio stesso, per fare in modo che i viaggiatori di passaggio, attirati dai regali, continuino il cammino lungo il sentiero, senza addentrarsi nella zona abitata.
Ho riconosciuto questa situazione perchè l’ho trovata, identica, anche tra i comportamenti delle tribù di cui parla l’ultimo saggio che avevo letto, quello di antropologia degli anni Trenta.

Un aneddoto descritto negli anni Trenta coincide con una situazione narrata negli anni Ottanta, nei due libri che ho letto di seguito. E’ un caso o è fantascienza?

ristorante al termine dell'universo

Recensione film: Qualunquemente…

Cetto La Qualunque mi ha colpito.
Secondo me il film è fatto in modo meno banale di quello che sembra.
Il personaggio pazzesco impersonato da Antonio Albanese ha dei difetti che ben conosciamo, che sono resi iperbolici, insopportabilmente comici, e nonostante questo, c’è qualcosa nel personaggio che ce lo fa piacere.

E’ qui il problema.
Guardiamo un Cetto volgare, disonesto, corrotto, ma soprattutto fiero di essere tutto questo e molto di peggio.
Eppure troviamo anche un equilibrio in questo.

Secondo me Cetto ci piace perchè è assertivo.
La sua ipervolgarità è sfumata al punto giusto, fino a raggiungere un equilibrio.
L’equilibrio di chi sente di essere all’interno di una struttura culturale legittima.
Tra le vicende del film, ci sono diversi piccoli dettagli che non si notano all’inizio, ma a ripensarli si vede che hanno senso coerente.
Una struttura culturale è tanto più sentita come legittima se è coerente.

Ma non finisce qui.
La cosa che adoro di più del film è che il sistema “Cetto” ha un limite finito.
Ci sono anche altri sistemi, in giro (e ora non sto qui a svelare chi ne è portatore).
E queste alternative contendono a Cetto la palma per il “peggio”…

Se non ora, quando? Piazza Unità piena per la dignità delle donne

Il seguente articolo è stato pubblicato su bora.la

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La manifestazione “Se non ora, quando?”, svoltasi domenica 13 febbraio in centinaia di città italiane, è nata sul web.
Il sito senonoraquando13febbraio2011 ne elenca motivazioni e simboli.

Trieste ha risposto con una piazza Unità d’Italia insolitamente piena, e il fatto che la manifestazione sia stata prevalentemente spontanea è stato visibile dalle caratteristiche del corteo.

Diverse associazioni femminili hanno preso parte al corteo, ma alcune ne hanno anche preso le distanze; e per la maggior parte dei partecipanti si sono visti singoli cittadini; soprattutto donne, ma anche i loro compagni e mariti, le famiglie, i bimbi.

Tra le assenze, quella dell’UDI, che a livello nazionale ha preso la seguente posizione: “A titolo personale, ognuna è libera di partecipare; è opportuno però ribadire che l’UDI non può essere chiamata a schierarsi, a portare donne a una manifestazione che non rientra nella sua politica. Noi non abbiamo mai sottovalutato l’importanza di esporci nelle piazze, nelle quali ci siamo misurate in diverse situazioni: raccolta firme, Staffetta, in ultimo, il contrasto agli stereotipi con la Campagna Immagini Amiche. Ma non possiamo rinunciare alla nostra identità per rappresentare un confuso genere femminile, indignato e anonimo. La manifestazione in questione è infatti promossa in varie città come una manifestazione di donne non meglio definita.”

Tra le presenze, con i propri simboli e striscioni, quella delle realtà consolidate della Casa internazionale delle donne, e del Coordinamento donne Trieste. Seguite da molte persone che avevano creato il proprio cartellone colorato, il proprio messaggio personale. Il tricolore fatto di mutande, l’invito a spegnere la tv, la mimosa in mano.

Il vademecum della mobilitazione è stato nel complesso rispettato: non ci sono stati simboli politici o sindacali, a parte qualche adesivo o spilletta per la coda dell’occhio. Non era previsto alcun segno di riconoscimento (oggetti, fiocchi, sciarpe, colori..) oltre al logo della manifestazione creato da Maddalena Fragnito. Per cui gli ombrelli alti aperti, le sciarpe collegate a far striscione, sono risultate sì, prevalentemente rosa, rosse, bianche, nere… ma comunque casuali.

Alla testa del corteo, con in mano lo slogan principale, “Se non ora quando“, si sono presentate la Presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat, la parlamentare Tamara Blazina, insieme a donne notoriamente attive nella città. E molte giovani, giovanissime.

Il fatto che la manifestazione sia stata prevalentemente spontanea, effettivamente chiamata dal pensiero serpeggiante del web più che da strutture centralizzate, è risultato visibile dall’andamento che il movimento di piazza ha avuto nel corso della mattinata.
Dopo l’appuntamento delle ore 11 nel cuore della Piazza Unità d’Italia, che ha potuto sorprendere i visitatori della domenica con la presenza di migliaia di persone accalcate in una piazza praticamente piena, si è coagulato un primo corteo, che si è incamminato verso il Canale, intasando via Cassa di Risparmio, e poi bloccando per breve tempo il traffico delle Rive, giusto il tempo dell’attraversamento fino allo spazio pedonale. Un secondo corteo, più lento e che quindi si è ritrovato sganciato, ha compiuto un percorso più breve, megafono alla mano, fino a Piazza della Borsa, per poi rientrare e ritrovarsi con l’altro segmento in Piazza Unità.

Comunque, i temi resi visibili dall’iniziativa sono risulati prevalentemente due: il “Berlusconi dimettiti” (declinato in molti modi, per lo più ironici, tipo: “zio Mubarak si è dimesso, papi Berlusconi fai lo stesso“) e quello della dignità delle donne calpestata dall’immagine corrente. “La dignità delle donne è la dignità dell’Italia“, “Donne sull’orlo di un crisi di disgusto“, “Donne non in vendita“, con in mano il saggio di Lorella Zanardo, “Il corpo delle donne“.

Questa, in sintesi, l’immagine che la piazza Triestina ha esposto, con una partecipazione prevalentemente allegra, pacifica, bambine al seguito (“Anche lei c’è stata, alla sua prima manifestazione!“, ha detto la mamma di una bambina di un anno).
Sicuramente, una partecipazione numerosa. Secondo il servizio d’ordine, che ha scortato il tratto nel traffico con le auto della polizia, l’argomento ha portato in piazza più persone del solito.

Per quanto generico il messaggio di partenza, che verrà poi declinato da interpretatori dei media anche nazionali in molti modi (non necessariamente corrispondenti al pensiero di chi ci è stato), l’opinione di chi scrive è che la risposta triestina all’idea di lancio è stata rappresentata dal seguente simbolo.
In uno dei cuori pulsanti dell’evento, alla testa del rumoroso gruppo di percussioni della sezione femminile della Banda Berimbau, le BerimBabe, non c’era il solito fischietto del vispo capobanda di sempre, ma una ragazza, schemi del ritmo nella mano alzata. “Ora suoniamo il tre; ora il quattro…“, incitava, facendo segnare il passo a tutto il seguito. Una donna si è sostituita al leader che siamo abituati a vedere da sempre: ci ha messo la propria faccia, alla guida.

poropat e blazina alla testa del corteo La dignità delle donne è la dignità dell'Italia
Le BerimBabe nel cuore della manifestazione Lo striscione della Casa Internazionale delle Donne La mimosa in mano alle bimbe Gli slogano ufficiali
testa del corteo in via Cassa di Rispamio

Una serata da supporter

i Deja sul palco del Seven

Sabato scorso, mentre eravamo belli comodi davanti ai pc nello spazio-studio di casa nuova, abbiamo chiamato Andrea e Serena per avvisarli: “Ci saremo anche noi al vostro concerto di stasera, a che ora inizia esattamente?
Che bello, siamo contenti di sapere che venite! Il concerto è al pomeriggio, all’Angolo della Musica di Udine, poi avremo una video intervista al Seven, se ci seguite poi ceniamo assieme“.

Di pomeriggio e non di sera?
Vicino alla stazione di Udine?
Controlliamo su internet l’orario dei treni mentre siamo ancora al telefono… ce n’è uno che ci riesce a portare giusto in tempo, parte in meno di mezz’ora…

Ok ce la facciamo, vi salutiamo che dobbiamo uscire subito, a tra poco!

Saltiamo sul treno al volo, arriviamo al locale (che è un negozio di musica a più piani), capiamo di essere arrivati in tempo dal suono tipico del sound check.
E così passiamo il resto della giornata a seguire i movimenti dei nostri amici che si destreggiano tra presentatori dallo stile a volte strano, gestori di locali in cui si sovrappongono eventi senza scaletta preordinata, ospiti che si esibiscono in una breve performance con passi di danza nel fumo, registrazioni di video per Telefriuli, e sorprese continue su quale sarà il programma della serata.

Anche se devono passare dall’attesa a digiuno alla chiamata improvvisa, dall’umore fuori tono del presentatore che fa l’originale al commento di apprezzamento del pubblico che applaude tra le telecamere, i nostri amici riescono a calcare la scena quando è il loro turno creando l’atmosfera giusta. E non è facile, sapendo cosa succede dietro le quinte.
Noi conosciamo la scaletta originale, e ci accorgiamo di quando i Déja la cambiano perchè “sentono” che si sta creando un clima diverso, adatto a voci sommesse, o ad una forza che può essere espressa in pieno.
Ce ne vuole, di sensibilità e di modulazione dei nervi, per calarsi nel colore giusto a ogni momento, e loro sanno come farlo! Noi supporter, che rubiamo i dettagli della storia tra una pizza e un drink, lo vediamo bene.

foto di Serena Serena tra le luci del dietro le quinte Andrea e Serena in attesa dell'intervista
Dado al Seven piedoni DadoPao Luci a terra