Com’è andata

Questa mattina mi sono svegliata, e prima ancora di aprire gli occhi, ho pensato: “aaah che bello, tra poco ci sarà l’evento Concerto in cucina, letture di cucina, non vedo l’ora di godermelo“.

No no, lo so, si è già svolto lo scorso sabato pomeriggio, ho avuto solo uno spaesamento dello spazio-tempo.
E’ che mi sarei fatta volentieri un bis, tutto daccapo dall’inizio alla fine!
Giusto per darvi un’idea, vi riporto uno scambio di messaggi che si è svolto dopo l’evento:

Ciao Serena, mia mamma dice che sei una Edith Piaf moderna!
Ah ah, ringraziala! Beh, lei ha fatto successo, spero sia di buon auspicio… Noi siamo contenti, è stata una serata di gran gusto!

Innanzitutto devo ringraziare tutte le persone che hanno contribuito affinchè questo fosse possibile.
Non si direbbe, ma a guardarla dall’interno, una iniziativa così coinvolge un gran numero di persone e per parecchio tempo.
Andrea e Serena, Riccardo e Giulia, Carla e Davide, Rita e Franco, e pure Francesca che ha messo a disposizione la cucina… sono una squadra non da poco. E molti altri hanno contribuito con suggerimenti e agganci. Come Domenico, Julian, Francesca, Alessia, Paolo…

E poi c’è molto da imparare da questi momenti creativi di gruppo.
L’importanza della prova generale.
Il bisogno di feedback.
Di ascoltarci bene.
Di creare l’atmosfera.
Ad un certo punto (stavamo ancora componendo frammenti di prova) è arrivata la nostra ospite a sorpresa. Come un pezzo mancante al mosaico. Che ha ricreato le polarità.

Rido ancora, quando ripenso alla matita che sottolinea i “capelli sintetici bruciati del premier”. Alla potenza di un volo, di un lancio di fiori, poi accarezzati tra le mani raccolte. Alla cena in pizzeria poco dopo, con gli amici che cantano, forse si trasportano ancora. Alle idee per le prossime volte.

Ce n’è molto di più, che per un pomeriggio solo.

p.s. guest star: Giulia Mininel, danza contemporanea. Un mito.

Fiori per l'inaugurazione scaldiamo il cuore della casa La cucina per l'inaugurazione Carla e Tullia
Giulia e gli occhi blu in attesa dlel'inizio Giulia alla danza Dado e Carla
Giulia e Serena Andrea e serena
Riccardo alla lettura i cd dei Deja

Passeggiata in giardino

Domenica, dopo pranzo, faccio due passi tra le fronde umide di pioggia.
Un tappeto di foglie gialle oro mi dà il benvenuto. E’ il melograno.
Un tronco davanti a me ha una striscia orizzontale scura, strappata dalla corteccia. E’ il ciliegio.
Foglie basse multilobate sono punteggiate di gioielli d’acqua brillante. E’ il nasturzio.
Un profumo intenso mi coglie all’improvviso, ma non vedo fiori davanti a me. Mi giro. Niente. Dall’altro lato. Non so. Sniffo ad occhi chiusi, alzo la testa… Trovato! E’ il nespolo.

raindrops nasturzio

Un’anteprima, un assaggio

Tra pochi giorni uscirà il nuovo cd dei nostri amici Déja.

Mentre partecipavo al loro progetto con i disegni per la copertina, sono stata colta di sorpresa.
La matita che corre per assecondare le mie visioni è qualcosa che conosco da sempre. Ma la trasformazione del lavoro grazie all’interazione con gli altri è stata una esperienza forte che non conoscevo prima.

httpv://www.youtube.com/watch?v=5YDa51F3pjM

Voglio il mio spazio creativo

Oggi abbiamo fatto il secondo sopralluogo nello spazio dell’Atelier, dopo il primo con gli amici addetti a voce e suono, in vista dell’evento del 30 ottobre.
Questa volta eravamo con Riccardo. Ci portava i suggerimenti per la sua parte delle letture. E visualizzavamo un simbolo di cucina dentro a un teatro, i cappotti, il pifferaio magico.

Ora non posso parlare troppo del “dietro le quinte”.
Non va svelato.

Però, sono rimasta incastrata nella sensazione di chi sta studiando.
Avrei continuato molto di più, a provare, a giocare con l’immaginario sull’evento. Uno, dieci, quanti eventi.
Cento prove generali.
Per il gusto di fare le prove, di per sè, anche solo tra noi e per noi.
E accanto, la sera che si posa sulle piante del giardino interno.

il desktop di Ca.Fe.News

In qualche modo, si procede

Questo pomeriggio abbiamo partecipato ad una assemblea di condominio che si potrebbe definire “psichedelica”. C’erano tutti gli effetti speciali tipici di queste occasioni. Compresa la frase di apertura discussione: “Adesso potete litigare!“…

Ora siamo tornati a casa. Ho appena scoperto che le noci del giardino di ma e pa sono piuttosto buone, ma difficili da aprire. “Non continuare a mangiare le noci tutte di seguito“, mi ha detto Dado. “Ma sto aprendo sempre la stessa!“, ho risposto io.

il bigliettino dei compiti

la noce del giardino Le noci del giardino

Invito all’evento dell’anno!!!

atelier della casa

Concerto e letture in cucina

Sabato 30 ottobre 2010 il folk acustico dei Deja e brani di Nievo, Benni e Yoshimoto inaugurano il nuovo spazio interno e raccontano la novità “cucine”

Atelier della Casa – via Raffineria 4/c  – Trieste
Sabato 30 ottobre 2010 dalle 18

Trieste, 19 ottobre 2010Canzoni in cucina, letture di cucina.
L’Atelier della Casa sceglie di presentare così al pubblico triestino, sabato 30 ottobre (dalle 18), i nuovi spazi interni del negozio di via Raffineria e le proposte della nuova stagione. Le note sono quelle dei Deja, duo acustico che presenterà in anteprima pezzi dal nuovo album Laila. I brani sono tratti da autori di ieri di oggi – da Ippolito Nievo a Banana Yoshimoto, passando per Stefano Benni – e hanno in comune uno sguardo personale e fantastico su quello che è il cuore della casa: la cucina.

La vera novità della stagione all’Atelier della Casa infatti è proprio lei, la cucina. Una parola che non indica solo un mobile, ma uno spazio della mente, dell’immaginario, del cuore. Ecco allora apparire, per una sera, una cucina tra le cucine, fatta di parole. E’ la colossale cucina persa tra le rovine del castello di Fratta, ma pulsante di vita nei ricordi d’infanzia di Ippolito Nievo, con la sua “fuliggine secolare” e le tante infernali pentole fumanti. Oppure la cucina che Mikage, protagonista di Kitchen di Banana Yoshimoto, elegge a proprio nido e compagnia, cullata dalla voce amica del frigorifero. O ancora quella stessa cucina che ospitò la spietata vendetta (servita calda!) tra gli chef sopraffini e agguerriti di Stefano Benni. Tre racconti, tre cucine a cui presterà la voce Riccardo Beltrame della Compagnia triestina Teatrobàndus.

E alle letture farà eco la musica tra le alte volte dei locali di via Raffineria. Sabato 30 ottobre infatti sarà di scena anche la voce vibrante di Serena Finatti, accompagnata da Andrea Varnier alla chitarra. Sono i Deja, affiatato duo folk acustico, già vincitore lo scorso anno del premio “Singer-Songwriter” all’Open Strings Festival in Germania forse il più prestigioso fra i festival europei dedicati alla musica acustica. Dopo il successo dell’album Distratti dal Vento, presentato al teatro Miela nel 2007 e poi in tutto il Nord e il Centro Italia in numerosi concerti, i Deja scelgono ora l’Atelier della casa per concedere al pubblico cittadino un’anteprima del nuovo album Laila, di prossima uscita (5 novembre).

Perché i mobili si vendono, sì, ma raccontano anche storie passate o future, proprio come questo spazio, l’Atelier della Casa, un immenso locale dalle alte volte celate dalla splendida facciata liberty di Via Raffineria. Un magazzino dismesso che che poco alla volta la professoressa Maria Rita Angelini ha deciso di far rivivere, nel segno dell’arredamento di qualità. Insieme al nuovo grande spazio risistemato sul retro del negozio, che si riappropria così di ulteriori 250 mq di superficie espositiva che verrà inaugurata.

duetto Deja Atelier della casa

info per il pubblico
Atelier della Casa
tel. 040/3721560
www.atelierdellacasa.it

contatto per la stampa
Carla Ferro | Press Office
www.cafenews.info

Deja
Serena Finatti – Andrea Varnier
www.distrattidalvento.com
www.myspace.com/conchiglia

Riccardo Beltrame
Associazione teatrale Teatrobàndus
www.teatrobandus.com

L’ingresso dell’individualismo nella storia moderna

L’altro giorno, mentre ascoltavo per radio sabatolibri, veniva presentato il seguente lavoro: Nonostante Auschvitz, per una storia critica del razzismo, di Alberto Burgio.
Un saggio che inizia con le seguenti parole.

Il libro nasce dalla constatazione della evidente ripresa del razzismo in Europa. Il tabù del razzismo può dirsi ormai rimosso: si può ricominciare a dirsi razzisti, senza mascheramenti o pretesti. Non è un fatto di poco conto: se una cosa non è più indicibile e non ci si deve più nascondere nel farla, quella cosa ha cambiato natura, valore e significato.
La domanda che si pone è dunque: perché ci ritroviamo in questa situazione, a soli settant’anni dai campi di sterminio nazisti? Perché, nonostante Auschwitz, non siamo guariti dal razzismo? La risposta deve coinvolgere la storia della modernità, la sua genesi, i suoi caratteri costitutivi. Tra razzismo e modernità sussiste un nesso strutturale, al punto che il razzismo deve essere considerato un ingrediente costitutivo della modernità europea. Tesi che nel saggio viene documentata sul piano storico e argomentata sul piano teorico.

Durante la trasmissione radiofonica, l’autore ha introdotto un argomento che mi ha colpito. Il concetto della differenza tra società formate da corpi collettivi e società individualiste. L’elemento individualista è così profondamente costitutivo della modernità, che mi domandavo quale fosse la condizione “altra” ad esso contrapposta.
Mentre se ne discuteva in trasmissione, mi tornavano in mente le parole di una scrittrice africana intervistata qualche anno fa al teatro Miela. L’autrice aveva stupito il pubblico col suo estremo amore per l’individualismo occidentale, spiegando come questo amore si era formato. L’infanzia dell’autrice era stata pesantemente sofferta, perchè condizionata dalle regole del gruppo sociale nomade in cui lei era nata. Un ambiente, a suo dire, primitivo, opprimente, in cui non c’era nessuno spazio per l’individuo. Raccontava di queste notti da bambina sotto una tenda occupata da molte persone contemporaneamente, in cui non erano concessi rumori o espressioni personali. Contava solo la cappa pesante dell’ente collettivo.
Partendo da questa premessa, la seconda metà della vita dell’autrice, che si era svolta (se non sbaglio) a Parigi, concedendosi finalmente in modo autorizzato una vita da single, le era parsa come una enorme liberazione.

Ricordardomi di queste parole, dunque, sono tornata al podcast con la registrazione della puntata di sabatolibri. E mi sono trascritta qua di seguito la parte in cui anche Alberto Burgio parla di questo tema.

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“La modernità ospita due modelli fondamentali di condizione sociale: quello multiculturalista e quello universalista. Entrambi i modelli, sia quello multiculturalista (che ha pregi e difetti, come la possibilità di sfociare nell’Apartheid) sia il modello universalista (che è integrativo-assimiliativo nei confronti di una identità data, non senza un prezzo) sanciscono, sia pure attraverso modalità diverse, delle relazioni gerarchiche. Sanciscono il prevalere della metropoli sulla campagna, del centro sulla periferia, della nazione coloniale sui popoli colonizzati, delle economie più forti sulle economie più deboli o servili, e in definitiva anche, vorrei mettere in evidenza, del capitale sul lavoro. Queste relazioni gerarchiche informano non solo i corpi sociali ma anche l’insieme delle relazioni internazionali.
Come si colloca all’interno di questa situazione il tema della solidarietà?
Il paradigma del riconoscimento della solidarietà è stato distrutto, polverizzato dalla modernità, al tempo della nascita del valore dell’individuo singolo.
Le società premoderne non erano società di individui singoli, ma erano società di corpi collettivi. Certamente, corpi collettivi in cui funzionava la violenza (non c’è nessuno sguardo nostalgico al proposito): le società premoderne erano società violentissime, patriarcali, assolutamente inique, servili, dove il rapporto centro-periferia era brutale, anzi, nutrito di violenza militare. Ma c’era, per ragioni molteplici, una dimensione sovra-individuale dell’esperienza. Una dimensione collettiva.
La modernità si insedia frammentando questi corpi collettivi, e regalando alla nostra percezione quella straordinaria esperienza progressiva che è il processo di individualizzazione. Ma lo fa a costo di distruggere i legami solidali. La individualizzazione moderna, proprio perchè egemonizzata dal capitalismo, genera società di individui atomizzati, competitivi tra di loro, che si vivono come enti separati e reciprocamente indifferenti. Ora quella indifferenza, che vive in modo più violento nei confronti di chi viene da lontano, nei confronti di chi è più palesemente diverso da noi, in realtà vive anche dentro le relazioni tra di noi. Non è vero che sia un altro paio di maniche. Sono convinto che c’è un continuum tra l’assenza di solidarietà tra italiani e stranieri immigrati, o tra italiani e italiani che sono palesemente diversi da noi (fenomeno che spesso ha espressioni molto violente e distruttive), e l’assenza di solidarietà non meno violenta, non meno distruttiva (nonostante si esprima con forme meno palesemente negatrici) che caratterizza, che informa di sè, i rapporti tra di noi, anche all’interno della società italiana.”