Il sogno americano numero 2

Il “sogno americano numero 1”, quello del dopo guerra, per chi non lo ricordasse, era il sogno della classe media di riuscire a possedere una casa di proprietà. Ci sembra incredibile che potesse essere considerato un sogno, dal momento che si tratta di un concetto che oggi in molti provano ad esplorare in modo naturale. Forse, a quel tempo, era la prima volta che il benessere cominciava ad essere diffuso abbastanza ampiamente da far pensare alle persone in massa che la casa di proprietà potesse essere uno degli obiettivi di percorso da far diventare “tradizionale”.
Oggi cominciamo ad osservare che il beneficio della casa di proprietà non è così ovvio, perchè la crisi dei mutui americani legati proprio all’acquisto delle case ha cominciato a far “perdere” la proprietà della casa a gruppi ampi di persone. Negli Stati Uniti, pignoramenti ed espropri hanno cominciato a far diventare deserti interi quartieri.

Ma non è del “sogno americano numero 1” che voglio parlare ora.
Lo cito solo per ricordare che, come tante cose del nostro mondo occidentale contemporaneo, si tratta di un concetto recente, un concetto che davamo per scontato, ma che si può perdere.

Infatti credo che una sorte simile possa capitare ad un’altra idea, che tutti danno per scontata, e che invece è un “sogno” anch’essa, e che può essere soggetta allo stesso destino di costruzione e anche di perdita.

Il “Sogno americano numero 2”, secondo me, è quello del “lavoro idale”, ovvero il lavoro corrispondente alle proprie attitudini e al proprio investimento formativo, anche elevato. Per la nostra generazione, nessuno aveva messo in dubbio che fosse legittimo dare a sè stessi questa meta. L’idea era che una giusta miscela di capacità, impegno e strategia d’investimento formativo potesse bastare per raggiungere un discreto soddisfacimento di questo obiettivo.

In qualche angolo della mente, tutti noi giovani abbiamo sempre saputo che ottenerlo era in effetti un “sogno”, ovvero un bell’obiettivo che poteva realizzarsi per molti ma non per tutti, ma non dicevamo certo a noi stessi che questo si sarebbe realizzato solo per “pochi”: il “molti” ce lo concedevamo: chi lo avrebbe messo in dubbio, ad esempio tra i nostri compagni dell’Università?

Invece, di recente, ho visto diverse cose che mi hanno fatto cominciare a dubitare di questo “sogno”, al punto che ora non lo chiamerò più “sogno”, ma “modello sociale”: ovvero qualcosa che può valere per certe società e per certi periodi dotati delle giuste condizioni, ma comunque si tratterà di una “idea costruita”, una idea che anticipa la realtà, ma pur sempre una idea da cui la realtà, se ne ha voglia, si può tranquillamente e liberamente staccare.

Di queste cose che ho visto, ne segnalerò due.
La prima è questa.

L’altra settimana, sono andata all’Università, a tenere una lezione presso il corso di laurea che ha dato formazione a me, secondo un percorso concluso nove anni fa. Durante la lezione, mi sono divertita molto (come già le altre volte in passato) a presentare le mie esperienze pratiche, ad un pubblico che aveva la stessa base teorica che avevo io: che bello poter dare per scontato lo stesso linguaggio. Mi sono persino lasciata andare all’entusiasmo e allo stile enfatico, come forse da un po’ non potevo fare: come se avessi preso una boccata d’aria fresca rispetto ad una quotidianità che tutti gli altri giorni mi chiedeva di essere troppo ingessata. Ma andiamo oltre, andiamo alla cosa che ho notato.
A fine lezione, ho chiesto a tutti gli studenti di parlare loro per me, di darmi un riscontro. Domanda semplice: cosa avessero deciso di fare una volta completati gli studi (erano al penultimo anno di un percorso formativo di cinque anni). Tralasciamo ora il fatto che solo una parte di loro aveva le idee chiare, e che gli altri rimandavano a più avanti il momento della riflessione sul tema (o preferivano mantenersi riservati). Quelli che si erano espressi con chiarezza ed assertività, avevano fatto delle riflessioni che ho considerato rivelatorie, perchè mi hanno mostrato una novità entrata nel pensiero dei giovani. Tra i più convinti e determinati, che stavano definendo delle scelte di campo (“questo ramo o quest’altro ramo della specializzazione è quello che voglio continuare a perseguire, e mi piace per questo e questo motivo”), ce n’erano diversi che si stavano anche rendendo conto della crisi del modello formativo legato al “lavoro ideale”. Non pochi si stavano rendendo conto di non avere più la certezza di far bene ad investire su quella che era la loro attitudine e preferenza, pur avendola identificata chiaramente.

Attenzione, vi faccio notare la anomalia più chiaramente, per chi non l’avesse colta.
Gli studenti a cui mi sono rivolta, sono stati quelli che hanno scelto il percorso formativo che (statistiche Almalaurea alla mano) dà PIU’ LAVORO e IN TEMPI PIU’ BREVI di tutti i corsi di laurea in assoluto. Inoltre, la percezione di incertezza mi è stata espressa dagli studenti PIU’ BRILLANTI e consapevoli e motivati.
Della serie: se sono loro a dire così (“è da quando sono ragazzino che mi interesso a questo settore… ho sempre investito nel mio percorso formativo in questa direzione, e ora mi sto rendendo conto che questa direzione non ha le caratteristiche che dovrebbero esserci in una direzione giusta”), cosa dovrebbero dire tutti gli altri?

Cito più nel dettaglio i numeri che esprimono questa condizione.
Rapporto Censis 2009:

“Circa l’80% dei giovani tra 15 e 18 anni si chiede che senso abbia stare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale. Dominano il disincanto e lo scetticismo: il 92,6% dei giovani in uscita dalla scuola superiore ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6% pensa che sia agevolato solo chi può avvalersi delle “conoscenze”. Inoltre il 63,9% degli occupati giudica inutili le cose studiate a scuola per il proprio lavoro. La visione pessimistica travalica i confini dell’universo educativo: il 75% dei laureati e l’85% dei non laureati di 16-35 anni pensano che in Italia vi siano scarse possibilità di trovare lavoro solo grazie alla propria preparazione”.

Il lavoro per una donna ucraina

Ma passiamo ora al secondo punto che ho notato di recente sul tema del lavoro, ovvero: l’effetto delle condizioni normative non uniformi sui diversi territori nazionali, nei confronti dell’approccio al “sogno del lavoro”.

Ho già parlato qualche giorno fa del film “Africa paradis”. Si tratta di un racconto illuminante, basato sul trucco narrativo della inversione delle parti. Un trucco che, rimuovendo (per scambio) l’identità degli attori, rivela in modo più nitido le dinamiche dei loro gesti.

Il contesto del racconto è il seguente (dal sito del festival del cinema africano).
“Anno 2033, Stati Uniti d’Africa. L’Africa è Il paradiso terrestre, la meta di milioni di profughi in fuga dall’Occidente che è devastato da guerre e crisi economiche. Una coppia di giovani francesi sceglie di emigrare clandestinamente per cercare fortuna in Africa. Ma la realtà che li attende è durissima: pregiudizi, sfruttamento, xenofobia. E intanto, nei palazzi dell’ Unione Africana, si dibatte sulla linea politica da adottare nei confronti di questa ‘invasione’.”

La situazione del lavoro, all’interno di questo contesto, è dunque questa. I due francesi hanno un profilo professionale elevato, ma questa professionalità non è richiesta nel paese che ha il benessere (che nel racconto è l’Africa), ed è inutile nel loro paese di origine (una Francia in guerra civile). Oltre alle condizioni di forte vincolo per quanto riguarda in generale i diritti di cittadinanza, tutela e presenza sul territorio, in particolare i protagonisti sono anche soggetti alla trasformazione del “sogno del lavoro ideale”, in un incubo. Infatti i rapporti di forza presenti nel sistema permettono loro di accedere solo a quello che è l’inverso del lavoro ideale: ampiamente demansionato, diminutivo del rispetto di sè, precario e legato a forme di incertezza, se non di sconfinamento al di fuori dei limiti della legge.

Questo film mi ha colpito perchè ha messo bene in evidenza, tra le altre cose, la dinamica del lavoro come parametro fortemente dipendente dai rapporti di forza. Quello che ho qui chiamato il “sogno americano numero 2”, il sogno del “lavoro ideale”, può essere trasformato in un mostro.

Per concludere, mi pare semplice ricordare che che la variabile indipendente siano le risorse (come ci insegna Jared Diamond in Collasso).
Il lavoro è una variabile dipendente, ovviamente.
Credo però che sia una forma di cecità guardare solo ai parametri di contorno (ad esempio le differenti leggi per cui in un paese o in un altro vengono incentivati o compressi gli attributi del lavoro, come la detassazione del lavoro di primingresso) o addirittura alle conseguenze (la fuga dei cervelli), senza guardare la condizione delle variabili prime, come le risorse.
Credo inoltre che vada guardato in modo distaccato il modello sociale del “lavoro ideale” (anche nella sua relazione all’investimento formativo, un investimento che, giusto per fare una analogia che è una esagerazione, non vorrei che facesse la fine dei mutui subprime), ricordando che è un sogno, un ideale.
Io ad esempio ho riscontrato con una certa sorpresa che sei anni di percorso formativo avanzato mi sono serviti per ottenere come risultato un’esperienza di sei anni di lavoro proficuamente corrispondenti a quella specializzazione. Poi ho cambiato mansione. E, per fortuna, posso dire che i sei anni spesi sulla prima mansione, hanno svolto la funzione di investimento per gli anni successivi (ad oggi un arco di ulteriori tre) ovvero per quella che è la nuova mansione attuale, comunque collocata su un piano significativamente diverso. Però accidenti, che rapporto temporale pesante, che viene fuori. Ovvero: non è che con un quinquennio universitario (per non parlare di tutti gli anni a scuola) si viva di rendita tutta la vita. Nel mio esempio si ottiene una restituzione giusta giusta secondo un rapporto temporale di uno a uno.

Investire nella costruzione del proprio “lavoro ideale” è un bell’ideale, un bel costrutto valoriale. Un valore che è stato anche faticoso strutturare, e tramandare, come forma di senso di responsabilità, alle ultime generazioni (infatti ogni generazione lo recepisce in modo influenzato dal livello formativo dei genitori, statistiche alla mano).
Mi sembra incredibile l’essere entrata in un momento della vita in cui sono disposta a mettere in discussione i sogni, gli ideali.
Però sto veramente cominciando a credere che gli ideali sono un costrutto che va riconosciuto in quanto tale, nei suoi benefici (di orientamento, di motivazione) e nei suoi limiti (e costi, meno divulgati, e da confrontare seriamente alla quantità di risorse, fossero anche solo quelle temporali).
Per dirla in modo non negativo: ogni ideale deve perlomeno essere soggetto a ricostruzione e riformulazione continua.

(Fonti per questo articolo: 1, 2, 3, 4, 5, 6).

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