L’era glaciale 3, riletta secondo un’ottica di genere

Quando ero piccola, e non avevo ancora compiuto un anno, stando ai racconti di mia madre, impazzivo per i cartoni animati appena usciti alla tv, e sgambettavo felice davanti a Mazinga Z.
Non ricordo dove ho letto che le storie dei cartoni animati giapponesi sono scritte secondo la morale scintoista, e quindi che i bambini ne assorbivano messaggi di difficile interpretazione; in effetti anche oggi non saprei dire quali sono i perni della morale scintoista.
Però conosco gli schemi della morale occidentale.
E’ facile ad esempio farne lettura identificando i ruoli interpretati dai personaggi delle recenti storie per bambini, come quelli presenti ne “L’era glaciale 3“, film d’animazione in 3D che ieri sera siamo andati a vedere con Carluca, dopo una cenetta al ristorante giapponese.

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In questo divertente film d’animazione, tipicamente formato famiglia, ci sono vari personaggi maschili, e due personaggi femminili.
Uno è la femmina di mammuth, che per tutto il film è in stato interessante fino al momento topico del parto. L’altra femmina che compare, come novità, è la scoiattolina. (E poi c’è il “mammo“, come giustamente mi ricorda Dado).

La femmina di mammuth è, nel corso della vicenda, un personaggio generalmente positivo e sicuro di sè. Infatti si fa avanti, spesso per prima, in strade impervie o ascensori pericolosi.
I maschi che la circondano movimentano la dinamica della storia, presentando momenti di timore o di dubbio, che fanno da terreno preparatorio per poi uscire con l’atto di coraggio. I loro dubbi esistenziali sono ad esempio: preferisco la vita condotta in autonomia, come un single avventuroso, o la vita di famiglia, tra cuccioli e poppate? Nel semplificato binomio tra due unici possibili stili di vita, le due cose, è evidente, si escludono a vicenda: infatti questa motivazione porterà a divisioni tra amici, separazioni temporanee e rimescolamento dei membri del branco.
Arriva però finalmente, per i maschi a tratti anche paurosi, il momento in cui tirano fuori il loro coraggio e il loro valore. All’interno di una situazione tradizionale (ovvero: attraversiamo il pericolo tutti insieme per salvare il nostro amico), la femmina, che come dicevamo era incinta, attraversa un momento per lei critico. Sono infatti iniziate le doglie per il parto, e ciò avviene nel territorio dell'”altro”, del “diverso”, che è il dinosauro. L’altro (ovviamente) è negativo e pericoloso: i dinosauri sono tutti aggressivi, e quindi i maschi protagonisti devono ingaggiare una battaglia, proprio durante il parto della nostra amica.
Una scena in particolare, all’interno di questa sequenza, è spettacolare nella sua allucinazione. Il maschio della tigre, che difende dagli attacchi degli aggressori la nostra partoriente, oltre a darle assistenza suggerendole il ritmo della respirazione ritmata (quella che aiuta le spinte), si trova in uno zoom improvviso, anche lui, nella posizione tipica da partoriente: anche lui impegnato nell’azione dello “spingere” (“forza, spingi, spingi!”). In realtà, un istante dopo, si capisce che il suo compito è quello di respingere, tramite una barriera, il gruppo di appartenenti all’altra specie, gruppo cattivissimo che sta tentando di invadere il confine dell’area protetta per le nostre donne in procinto di figliare.

Ma passiamo a quel che riguarda il secondo personaggio femminile.
Tutti conoscono lo scoiattolino de “L’era glaciale”, quel personaggio a sè stante, il cui unico lavoro nel corso di tutta la serie è sempre lo stesso: faticare, all’infinito come sisifo, per procacciarsi la sua ghianda. La ghianda è per lui sempre al margine dell’essere afferrata, gli sfugge al limite dell’unghia: solo in pochi brevi momenti accade che la ghianda sia sua, per poi perderla di nuovo e ricominciare. Questa estremizzata dinamica di inseguimento della risorsa è fonte di scenette esilaranti, che si collocano tra le più efficaci della serie animata.
Come abbiamo detto, comunque, compare una scoiattolina.
E l’intenzione di questa scoiattolina è di dedicarsi allo stesso compito: procacciarsi la ghianda, quella ghianda. E così il lavoro di rincorsa alla ghianda si fa competitivo all’infinito, in un balletto alla “te la porto via di mano” che si trasorma a momenti in un tango.
Solo una pausa, c’è, in questa competizione: quando (a seguito di un salvataggio dal rischio di morte per caduta in precipizio) tra i due scoiattolini scocca l’amore. Ed è allora tutto un cuore, un idillio (che però sarà di breve durata). Va notato che, durante l’idillio, l’oggetto del lavoro infinito, la ghianda, viene accantonato e dimenticato (infatti la ghianda “piange”, assume un’espressione da cuore spezzato…).
Comunque, poco dopo, quando finalmente si mette su casa, i battibecchi tipici della coppietta spezzano l’illusione del romantico idillio, e il lavoro di caccia all’unica risorsa disponibile fa ripartire la competizione fra maschio e femmina secondo il consueto copione. Quello che permette il ciclo eterno, è la rigidità del vincolo. Il lavoro che faccio io e quello che ora vorresti fare anche tu è lo stesso, identico. Di risorsa-ghianda, ce n’è rigorosamente una: stranamente non è divisibile a metà, nè affiancabile da un’altra ghianda. O per me, o per te.

Vi sono piaciute le loro storie?
Le difficoltà attraversate dai nostri eroi sono un po’ strane, ma tradiscono molto bene le paure della società di oggi.

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