Mare Carso bike

Domenica scorsa ci siamo trovati, Dado ed io, come nella famosa canzone di Elio:
“Ogni estate c’è un dilemma estivo: Se andare al mare o andare ai monti. Dobbiamo decidere…”

Alla fine abbiamo deciso per una combinazione mare-Carso, in modo da accontentare entrambi. Il primo pomeriggio, per ripararci dal sole cocente, lo abbiamo passato sotto gli alberi. Abbiamo caricato le bici sul tram, e siamo arrivati ad Opicina. Da lì ci siamo inoltrati nel bosco Volpi, fino alla via Crucis per Monte Grisa. Dopo di che, ancora un po’ di prato aperto fino a Prosecco, e poi giù per strada del Friuli!
L’arrivo al mare, per la seconda metà del pomeriggio, era quello che ci voleva: cosa c’è di meglio per rinfrescarsi dopo un sudata sul pedale, di una bella nuotata nell’acqua fresca di mezza sera?
Era questo, per me, il primo bagno dell’anno. Roba da non crederci. Ma cosa ho fatto fino ad ora?

bosco Volpi nuvole bianche sul Carso vista sul castello di Miramare dado al mare

Sono un’osservatrice di gerridi

Sabato scorso ho fatto un giro per i boschi dell’altopiano.
Dall’obelisco di Opicina, a Banne lungo il percorso ciclabile, per poi staccarmi dalla strada seguendo un sentiero. Trovo un pozzo, mi arrampico su fino all’antenna, arrivo a Conconello. Entro nel bosco Tommasini, giro dietro al campo di Cologna, e scendo giù per villa Giulia fino a via Cantù. Mi rinfresco alla fontana, rubo le more, mi fermo a leggere un libro.

Il comprensorio forestale composto dai boschi Tommasini, Pavani, Rossetti e Venezia risale al 1842, quando un rimboschimento artificiale con pino nero aveva cominciato a sostituire le latifoglie autoctone. I lavori di rimboschimento furono premiati nel 1900 con il premio più prestigioso all’esposizione mondiale di Parigi, e continuano tuttora con diradamento selettivo

il mare da sotto l'antenna conconello lavanda verso il cielo lo stagno di Villa Giulia
more girini nello stagno idrometra fa caldo

Prima di scendere in via Cantù mi sono soffemata presso lo stagno di Villa Giulia, ripristinato nel 1995 dai Tutori degli Stagni e delle Zone Umide. Un posto veramente rilassante, dove sono rimasta ad ipnotizzarmi per un po’, tra il canto dei grilli e il rumore del vento.
In questo periodo dell’anno i rospi smeraldini sono allo stadio di girini. Cosa fanno i girini tutto il giorno? Mangiano, mangiano e poi mangiano, attaccandosi alle erbe e alle foglie galleggianti qua e là; e scodinzolano al loro solito modo, mentre passano da una postazione di pasteggio all’altra.
E poi ci sono gli insetti che camminano sull’acqua, i gerridi detti anche idrometra, che scattano da un punto all’altro come se avessero sempre paura. Piccoli menischi d’acqua li accompagnano fedelmente, come dei pattini, sempre presenti sotto il lieve peso delle zampe.

Carretti e clanfe

Dopo la storia del gelataio de Campanelle raccontata da Giordano, molti altri carretti sono seguiti. Ha cominciato a raccontare prima Luisa, poi Rita, e poi Franco… ed ecco fatta una collezione di scenette d’altri tempi.

“Nel ’63, Luisa iera ‘ndada a abitar in Borgo San Sergio.
Iera un signor col carretto de gelato, che andava a Muja, con l’ape, e faseva l’ultimo giro a Borgo. El se fermava per ultimo sempre là del piazal de Luisa, e tuta la mularia zigava… “El xè rivà Mòcolo!”
Venti anni dopo, iera picio Davide, e ancora girava Mòcolo, e tuti i lo ciamava cussì.
Perchè el suo gelato no vegniva sempre ben, certe volte iera i tochi de iazo che colava zo pel secio, e quei tochi de iazo ai muleti ghe sembrava come un mòcolo…”

“E in Cavana? Iera el castagnèr, el baracchetto de le castagne.
E quel dei mussoli? Quela volta iera la bancarella che vendeva i mussoli, sì perchè quela volta se podeva! E dopo te se netavi la man su una straza unta, che gaveva tuti i colori meno che neto…
E poi iera el baracheto de la menta: una ioza de menta, nel bicèr de acqua (che iera quel del quartìn, sempre quei iera i biceri), e via.”

“E a Roma? Bancarelle con i blocchi di ghiaccio grandi così, che venivano grattati: ce facevano la grattachecca, e ce facevano le granite con gli sciroppi Fabbri, che costavano un bianco e un nero, meno del gelato.”
“Perchè el gelato iera roba de ricchi!”

“E a Trieste? di fronte alla pescheria, iera una rivendita de stanghe de iazo, i le becàva co la clanfa, un ganzo fatto a “U”, perchè no te rivavi a ciorlo co le mani. E cussì se inganzava el toco co la clanfa, e se lo faseva sbrissar zo pel mucio. Cussì chi lo comperava lo meteva in iazèra. Le iazère funzionava cussì, iera un contenitor dove che te metevi el iazo, e po’ bon.”

“E oggi a Barcola ghe xè i campionati de tuffo a clanfa (la seconda edizione è questo sabato, n.d.r.), che i vien spiegadi anche in lingua facile a questo link!”
From our observations, the clanfa is performed by jumping from a rock or from whatever you want and viva là e pò bon and exposing your panz to the sea with arms and legs wide open and body arcuated back. A moment before the contact with the sea, you have to close yourself with the shape of horse’s zoccolo (the clanfa) and then, just after you are inside the water, you have to reopen yourself to produce a pression wave and to not go down like a pampel against the bottom. A famous triestin baskettar explain the technique on his website (Pecile, 2008). A clanfa not well performed is called panzada and the performer will abbronz his front side immediately (Fig. de merd).

Dieci lire

Domenica scorsa, al pranzo di famiglia, abbiamo fatto una scorpacciata di funghi raccolti in bosco da Luisa e Giordano, accompagnati con la polenta.
Quando siamo arrivati al dessert, sono cominciati gli aneddoti sulla Trieste di una volta.
Nel ’57-’58, Giordano aveva dieci anni.
Ecco un suo racconto di quel periodo.

“I gelati, una volta, i costava dieci lire.
El gelatier vegniva de San Giacomo col carretto, sburtandolo a man fino a sotto la riva de via Campanelle, quela che ora xè dopo la fermata del bus, e che quela volta iera de strada bianca.
El gelatier el gaveva anca la corda. Quando i muleti i vegniva per cior el gelato, i li ciamava: cussì, in cinque-sei, i ghe dava una man per tirar el carretto su per la riva con la corda. Per ogni salita, el gaveva chi che lo iutava co la corda.
El gaveva almeno trenta chili de gelato, in seci de cinque-sei chili l’uno, e una cassettina che tegniva i coni.
Prima de la riva de via Campanelle, ghe iera un spaccetto, dove che el se fermava a bever l’ottavo, e el spetava che vegni i clienti. Ai fioi ghe prometteva un cono de gelato, se i ghe tirava el carretto su per la riva. Per ciò che no i se approfitti, alla fine el contava sempre i coni che i ghe gaveva consumado. Lui restava in spaccetto, e qualchedun ghe offriva un altro ottavo.
Co i muli iera rivadi su per la riva, e el gelatier iera ancora in spaccetto, lori i podeva ciorse soli el meritato gelato, solo che de sconto i ciamava le sorelle e le amiche (tutta la corte, cinque sei mule, fa conto che Giordano el gaveva tre sorelle…), che le vegni a ciorse el gelato anca lore, ma no col cono che poi se capissi: lore le se portava de casa el bicier. E cussì, la mularia iera orgogliosa de gaver ciolto più gelato de quel che i podeva!
El gelatier el saveva o nol saveva, o iera più importante che i ghe zuchi su el carretto?

Alla fine, anni dopo, el gelatier se ga comprà la moto Guzzi, col sidecar, e i vegniva su in due, non più a pie: lui co la moto, e el fio in sidecar. E cussì per la mularia xè finida la pacchia.”

porcini Giordano e Luisa la clanfa Giordano e Franco Rita e Luisa sotto il pesco

p.s. domani continua, con la storia della “clanfa”.