Infedeli 638-2003: il lungo conflitto tra cristianesimo e islam
E’ particolare, il saggio di Andrew Wheatcroft, sulla storia del conflitto tra cristianesimo e islam.
L’autore sceglie tre zone di contatto (mediterraneo orientale, Spagna, Balcani) e ne ripercorre le vicende nell’arco di mezzo millennio.
Però è uno, tra i vari temi, quello a lui più caro. Il tema del linguaggio utilizzato nel tempo da un gruppo per descrivere (male) l’altro.
Andrew Wheatcroft si concentra sulla storia delle rappresentazioni reciproche, prevalentemente errate, e sulla costruzione del nemico.
“Sono andato sempre più convincendomi che tentare una codificazione delle differenze tra Oriente e Occidente (pur se basate sul solido sostegno di una sacra scrittura) non può corrispondere alla realtà quotidiana della vita. Pochissimi, nell’Oriente e nell’Occidente, nel passato come nel presente, vissero o vivono volontariamente le loro vite in pieno accordo con i Sacri Libri e le Sacre Leggi. La maggior parte delle persone trascorrono i propri giorni in conformità con le usanze del proprio gruppo o comunità. I problemi si presentano nell’interfaccia, dove i due mondi entrano in collisione.”
Un esempio di contrasti generati al confine, è quello tratto dalla storia della penisola iberica.
“Il movimento dei martiri cristiani di metà IX secolo fu una protesta contro la crescente assimilazione, e il rifiuto del lento decadimento sia della loro cultura sia della loro fede. Fra i cristiani delle grandi città di Al-Andalus, l’arabo aveva sostituito il latino come lingua sofisticata della cultura, mentre la lingua parlata in casa e per strada era un miscuglio di arabo, dialetto romanzo e berbero. Un giovane ricco Cordovano, Alvaro, comunicò il forse senso della perdita che si era verificato nella cultura cristiana: <<I miei compagni cristiani si dilettano con i poemi e i romanzi degli arabi. I giovani cristiani dotati di più talento non conoscono altra letteratura o lingua di quella araba… Che peccato! I cristiani hanno dimenticato la propria lingua, e difficilmente si trova uno su mille che sia in grado di scrivere a un amico in buon latino>>.”
Se l’autore capisce come il contatto tra culture possa portare alla sofferenza, non sopporta invece come continui sempre viva la pratica di demonizzazione dell’<<altro>>. Dedica un capitolo intero a questo tema: quello in cui analizza i <<maledicta>>, le parole d’odio:
“Negli anni Cinquanta del Novecento lo psicoanalista francese Jacques Lacan offrì un’utile spiegazione di come il linguaggio conserva le tracce del suo uso. Ogni insulto deve essere contestualizzato, poichè porta dentro di sè tracce impercettibili di analoghi insulti espressi in precedenza. Nel caso del cristianesimo e dell’islam, questo contesto comprenderebbe una storia che si estende su molti secoli addietro.”
Sembra incredibile, ma ancora oggi accade che parole d’odio vengano usate in ambiti ufficiali.
Il saggio riporta i commenti di Arianna Huffington alla politica statunitense successiva all’11 settembre 2001:
“Mi hanno sempre turbata i ripetuti riferienti del presidente ai <<cattivi>>. La linea di demarcazione fra il bene e il male è oscillante a seconda della storia, della religione e della natura umana. L’inganno del pensiero riduzionistico del tipo <<combatteremo i cattivi, e vinceremo>> non è nuovo. Alexandr Solzenicyn, che personalmente era stato vittima di uno dei più orribili mali del XX secolo, ammoniva contro di esso in Arcipelago Gulag: <<Magari esistessero persone solo cattive che commettono insidiosamente ogni male e fosse sufficiente separarle da noi e distruggerle. E invece la linea che divide il bene e il male attraversa il cuore di ogni essere umano>>.”



















