Infedeli 638-2003: il lungo conflitto tra cristianesimo e islam

E’ particolare, il saggio di Andrew Wheatcroft, sulla storia del conflitto tra cristianesimo e islam.
L’autore sceglie tre zone di contatto (mediterraneo orientale, Spagna, Balcani) e ne ripercorre le vicende nell’arco di mezzo millennio.
Però è uno, tra i vari temi, quello a lui più caro. Il tema del linguaggio utilizzato nel tempo da un gruppo per descrivere (male) l’altro.

Andrew Wheatcroft si concentra sulla storia delle rappresentazioni reciproche, prevalentemente errate, e sulla costruzione del nemico.
“Sono andato sempre più convincendomi che tentare una codificazione delle differenze tra Oriente e Occidente (pur se basate sul solido sostegno di una sacra scrittura) non può corrispondere alla realtà quotidiana della vita. Pochissimi, nell’Oriente e nell’Occidente, nel passato come nel presente, vissero o vivono volontariamente le loro vite in pieno accordo con i Sacri Libri e le Sacre Leggi. La maggior parte delle persone trascorrono i propri giorni in conformità con le usanze del proprio gruppo o comunità. I problemi si presentano nell’interfaccia, dove i due mondi entrano in collisione.”

Un esempio di contrasti generati al confine, è quello tratto dalla storia della penisola iberica.
“Il movimento dei martiri cristiani di metà IX secolo fu una protesta contro la crescente assimilazione, e il rifiuto del lento decadimento sia della loro cultura sia della loro fede. Fra i cristiani delle grandi città di Al-Andalus, l’arabo aveva sostituito il latino come lingua sofisticata della cultura, mentre la lingua parlata in casa e per strada era un miscuglio di arabo, dialetto romanzo e berbero. Un giovane ricco Cordovano, Alvaro, comunicò il forse senso della perdita che si era verificato nella cultura cristiana: <<I miei compagni cristiani si dilettano con i poemi e i romanzi degli arabi. I giovani cristiani dotati di più talento non conoscono altra letteratura o lingua di quella araba… Che peccato! I cristiani hanno dimenticato la propria lingua, e difficilmente si trova uno su mille che sia in grado di scrivere a un amico in buon latino>>.”

Se l’autore capisce come il contatto tra culture possa portare alla sofferenza, non sopporta invece come continui sempre viva la pratica di demonizzazione dell’<<altro>>. Dedica un capitolo intero a questo tema: quello in cui analizza i <<maledicta>>, le parole d’odio:
“Negli anni Cinquanta del Novecento lo psicoanalista francese Jacques Lacan offrì un’utile spiegazione di come il linguaggio conserva le tracce del suo uso. Ogni insulto deve essere contestualizzato, poichè porta dentro di sè tracce impercettibili di analoghi insulti espressi in precedenza. Nel caso del cristianesimo e dell’islam, questo contesto comprenderebbe una storia che si estende su molti secoli addietro.”

Sembra incredibile, ma ancora oggi accade che parole d’odio vengano usate in ambiti ufficiali.
Il saggio riporta i commenti di Arianna Huffington alla politica statunitense successiva all’11 settembre 2001:
“Mi hanno sempre turbata i ripetuti riferienti del presidente ai <<cattivi>>. La linea di demarcazione fra il bene e il male è oscillante a seconda della storia, della religione e della natura umana. L’inganno del pensiero riduzionistico del tipo <<combatteremo i cattivi, e vinceremo>> non è nuovo. Alexandr Solzenicyn, che personalmente era stato vittima di uno dei più orribili mali del XX secolo, ammoniva contro di esso in Arcipelago Gulag: <<Magari esistessero persone solo cattive che commettono insidiosamente ogni male e fosse sufficiente separarle da noi e distruggerle. E invece la linea che divide il bene e il male attraversa il cuore di ogni essere umano>>.”

copertina infedeli

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Una delle letture più interessanti degli ultimi mesi

Venerdì di brutto tempo, raffreddore, giornata passata a casa.

Mi chiama Dado: “Come va, cosa fai?
Una di quelle solite cose mie che sembrano noiose“, gli rispondo. “Sto leggendo cosa sono i derivati“.
Brava!“, fa lui.

E aveva ragione.
Sul sito di “Valori“, periodico di finanza etica ed economia sociale, si possono scaricare degli opuscoli di approfondimento intitolati “capire la finanza“.
Ci ho trovato molte più cose legate alle notizie dei nostri giorni, di quello che si sarebbe potuto pensare.

Ad esempio il documento sui “derivati”.
Consigliato dalla prima all’ultima pagina.

i derivati - una metafora
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i derivati - gli effetti

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La carica delle cento e uno: alla caccia del potenziale femminile nascosto

Il seguente articolo è stato pubblicato anche su bora.la

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Fabiana Martini Patrizia Rigoni

Nei giorni scorsi, su alcuni manifesti della città, si poteva notare la grafica di un evento presentato con un po’ di mistero. Una catena di chicchi di melograna occhieggiava in avvicinamento, sottotitolata: “La carica delle cento e uno”. Le scritte di testo esplicative restavano piccole e ancora nascoste all’osservatore che passava di corsa.

L’iniziativa si presentava così: “Centoeuno donne e centoeuno Imprese: dalle grandi e dalle piccole Aziende, dall’Università, dalla Ricerca, dalla Formazione, dalla Sanità, dal Commercio, dalla Cooperazione, dai Servizi alla Persona, dall’Informazione, dalle Istituzioni, dall’Artigianato, dall’Arte, dalla Cultura.
La giornata del venerdì era organizzata su invito. Centouno donne erano state chiamate in tavole rotonde intitolate “I racconti delle nostre imprese”.
La mattina del sabato invece era aperta al pubblico. E proprio il sabato sono andata a vedere di cosa si trattava.

Nella cornice elegante dell’hotel Savoia, salutate in apertura dalle istituzioni locali (il Sindaco Roberto Cosolini, la Presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat) e dall’intervento di Suor Giuliana Galli, cento e più donne hanno fatto resoconto della propria esperienza di confronto avvenuta il giorno prima.

Era evidente che l’iniziativa aveva avuto una funzione di formazione reciproca.
Le convenute concordavano su alcuni insegnamenti scambiati, su esperienze di lavoro condivise come importanti che volevano elevare ad emblema.
C’era chi lavorava da sempre con la voce, alla radio, e con il suo microfono immaginava di raggiungere la persona più sola nel luogo più sperduto.
Chi aveva speso una vita intera come imprenditrice, e ricordava: “Bisogna sbagliare rapidamente, e andare avanti senza pensare troppo.

Alla prima pausa caffè, alcune delle invitate da me interpellate esprimevano dei dubbi. “Mi aspettavo un evento dedicato alla piccola e media impresa, ma poi ho capito che <<impresa>> era inteso in senso ampio. Ho incontrato molte donne che non conoscevo, e che hanno esperienza di settori anche molto distanti da quello dell’azienda“, mi spiegava Silvia Dragan, intervenuta per rappresentare la sua ditta.

Al rientro in sala, con l’atmosfera ancora un po’ semisospesa nell’aria, è ripartito il racconto.
Diversamente dalle iniziative con donne abituate ad un certo grado di riconoscimento pubblico, era frequente sentire atteggiamenti estremamente modesti, da parte di signore che pure avevano raggiunto risultati non comuni.
Molte donne con una forte storia di impresa alle loro spalle avevano parlato di discriminazione sul lavoro.
Oppure presentavano sè stesse usando i seguenti toni: “E’ un episodio, il fatto che io sia Preside“.
Mi domandavo: cosa era avvenuto in questa due-giorni, una sorta di laboratorio di ascolto?
Ad un certo punto, quando Serena Fonda Umani ha dichiarato: “Io quasi non ho amiche femmine: ho fatto un lavoro maschile, e ho conosciuto solo maschi“, le altre l’hanno interrotta in gruppo: “Ma ora hai conosciuto noi!

A quel punto è diventato palese che le donne invitate erano state riunite da una caccia ai talenti “altri”.
La organizzatrice Patrizia Rigoni definiva l’incontro una operazione narrativa. Una collana di racconti.
Il far emergere le storie meno note, ancora prive di visibilità riconosciute, eppure esperite con grande professionalità.
Con una speranza appena accennata: può ciascuna di queste perle diventare ora l’anello di una rete, moltiplicata per cento?
Cento e una“, le hanno risposto, “al femminile“.

Verso la conclusione, gli interventi hanno cominciato a trarre le somme.
Ieri si sono incontrate centouno solitudini. Qui c’è una dimensione femminile molto impegnata che abbiamo il dovere di rappresentare, riflettendo sul modo di assumere il potere e le responsabilità. Le questioni di genere sono tematiche che hanno una dignità altissima. Ci sono interi rapporti di analisi che sprecano dati e indicatori per valutare questi aspetti, eppure ancora non sono noti alla maggior parte delle donne italiane. Questo è un problema culturale, e il nostro evento ha avuto anche la funzione di far riemergere la consapevolezza“.

Il saluto di chiusura è stato portato dalla Vicesindaco Fabiana Martini, che ha speso parole di inclusione.
Questo evento ha manifestato un fortissimo e presente senso di responsabilità per il bene comune.
L’invito è ad esercitarlo anche nelle istituzioni e nella politica, ad impegnarsi. Le istituzioni hanno bisogno di voi: intervenite, partecipate, non lasciate le istituzioni sole.
Da parte delle istituzioni, l’impegno è a dare parola, creare spazi, mettere a disposizione luoghi pubblici. Supportare con servizi alla persona, domiciliari, ora stiamo lavorando verso un nuovo asilo nido, e così via.
Nel creare reti l’istituzione può avere un grosso ruolo di regia. Non solo <<proteggere>> le reti, ma anche proiettare le idee.
Vi esorto a fare allenaze con le istituzioni, alleanze tra di noi, e anche alleanze con gli uomini. Altrimenti non andiamo da nessuna parte.

la raccolta delle melagrane Il simbolo dell'evento

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Anche “Wall street 2″ non è male

Una recensione del film “Wall street 2 (il denaro non dorme mai)” dice:
Oliver Stone torna sui suoi passi rivisitando un proprio personaggio. In questi casi si tratta sempre di operazioni rischiose ma l’operazione è riuscita. Non poteva essere diversamente, vista la materia offerta dalla recente crisi finanziaria di cui ancora a lungo pagheremo le conseguenze.

Concordo.

Una delle cose che mi hanno colpito nel film è come il giovane protagonista accetti, per almeno due volte, dei ricatti. Come parte “normale” del sistema delle relazioni e dei rapporti di forza.

Inoltre, a differenza del primo, questo secondo capitolo dedica non poco spazio ad alcune vicende famigliari, usando lo stile della commedia romantica.
Strano. Cosa c’entrano?
Forse, questi elementi addolciscono la trama, e permettono di farla passare più facilmente attraverso i pensieri dell’osservatore.
Che non può non notare, nel frattempo, uno dei messaggi principali.
La recidività umana nel produrre comportamenti sociali non sostenibili.

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Ancora sulla biografia del Tintoretto

Nell’opera Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Biografia di una famiglia veneziana, uno degli aneddoti sulla vita del pittore che sicuramente è tra i preferiti dei biografi, è quello del Concorso per l’Ovato di San Rocco.

“L’episodio, di cui tutta Venezia mormorava, guadagnò risonanza nazionale quando fu stampato, nero su bianco, nelle
Vite del Vasari nel 1568. Il racconto dice così. Il giorno stabilito per la scelta del bozzetto, tra quelli proposti dai migliori pittori di Venezia, che avrebbe dovuto essere dipinto sul soffitto della Sala dell’Albergo nella Scuola di San Rocco, Banca e Zonta si riuniscono. Tre dei quattro eccellenti maestri contattati dalla Scuola (Paolo Veronese, Giuseppe Salviati e Federico Zuccari) presentano diligentemente il proprio bozzetto. Tintoretto, invece, ha preparato un colpo di teatro: leva il cartone che mascherava l’ovato sul soffitto, e gli astanti si accorgono che lassù non c’è il bozzetto, ma il dipinto già finito: San Rocco in gloria. Il quarantacinquenne Tintoretto ha corrotto un guardiano e si è introdotto nella sala per misurare lo spazio destinato alla pittura: così ha potuto completare l’opera e anticipare i rivali. Nottetempo è tornato a sistemarla, e ora è lì.
L’episodio può essere raccontato con benevolenza, astio o ironia: ma, senza eufemismi, fu un esproprio violento ai danni dei colleghi. Tintoretto, del resto, non aveva scelta: mai aveva vinto un concorso. E mai ne vinse uno finchè visse. Ma il colpo pagò. Il 22 luglio si cominciò a dorare il soffitto, il 6 dicembre i fratelli dovettero onorare la promessa e tirar fuori i denari. Nel frattempo la presenza di Tintoretto nella Scuola cessò di essere abusiva. Con 85 voti favorevoli e 19 contrari Jacomo divenne fratello della Scuola Grande di San Rocco.”

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La famiglia nella letteratura italiana – 2

Era da tempo che dovevo scrivere questa recensione.
Non è facile mettersi di fronte ad un così grosso librone.
Oltre mille pagine e diversi mesi di lettura, lo avevo finito già un po’ di tempo fa; me lo portavo in autobus, in aereo, in bici; bello grosso, roba da sentirselo pesare sulla schiena.
E però, di tutto rilievo.
Un notevole lavoro.

La biografia del Tintoretto e della sua famiglia, scritta da Melania Mazzucco, è innanzitutto una interessantissima ricostruzione storica.
La Venezia di quegli anni è modernissima e affascinante; e la gestione della cosa pubblica vede l’importante presenza di rappresentanti scelti dalle scuole delle arti e professioni.
L’archivio di Stato di Venezia, inoltre, è una fonte di documenti di cui l’autrice si è potuta avvalere, che è impressionante per il grado di dettaglio che riesce a raggiungere, sulle vicende per esempio fiscali e giudiziarie (che poi contengono molti dati biografici) di moltissimi personaggi, che in teoria sarebbero figure minori della storia, ma in pratica dicono molto di come si viveva a quei tempi.

Ma soprattutto e per prima cosa, questo lavoro è la biografia di un insieme di vicende famigliari. In cui la Mazzucco cerca di entrare nelle sfumature dei comportamenti abitudinari. E quindi si spinge a ricostruire i caratteri e le loro reazioni tipiche anche nei momenti di cui non si sa niente.

Stupenda, e per prima come osservazione da citare, è questa affermazione dell’autrice.
Ricostruire il nodo dei rapporti affettivi ed economici che negli anni Trenta e poi Quaranta legano Paulina Marcello ai Tintoretto è essenziale per svelare i meccanismi della memoria.
Paulina Marcello era una amica della famiglia Tintoretto, e Marco Boschini, biografo dei Tintoretto, ne era coetaneo e intimo conoscente.
Boschini aveva avuto una fonte molto privilegiata per la sua interpretazione dell’opera di Tintoretto e per la raccolta di aneddoti sulla sua biografia. Una fonte diretta: una fonte interna alla famiglia stessa.
Si dovranno dunque considerare attendibili le sue notizie e gli aneddoti inediti che racconta sulla vita di Jacomo (il pittore che si maschera per spiarlo mentre fa il ritratto al barone oltramontano, il Bravo che vuol farsi ritrarre gratis, la trovata per il completamento dell’Arco Trionfale del 1574, eccetera). E anche quando quegli episodi sono stati rielaborati e romanzati, possiamo sentire la voce di Jacomo che li racconta ai figli, e Dominico, Marco e Ottavia Tintoretto a Paulina Marcello, a Marco Boschini e a noi.

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La famiglia nella letteratura italiana – 1

In questi giorni ho finito di leggere un romanzo storico appassionante che mi è stato prestato da Giordano: Canale Mussolini di Antonio Pennacchi.
Narra le vicende di tre generazioni di contadini, esperti nella mezzadria come una forma relativamente autonoma di lavoro, entrati a far parte dell’esodo di tremila persone portate dal nord alle paludi pontine, durante le bonifiche del Ventennio.

E’ nello stesso tempo semplice e complesso, questo lavoro. Tra passioni immediate trasportate nell’epica d’altri tempi, e giudizi se possibile imparziali mimetizzati nella voce della cultura di oggi, perchè (come dice la voce narrante) “il dramma della condizione umana è questo: sei condannato a vivere nel torto, pensando peraltro d’avere pure ragione“.
Ecco quindi che Pennacchi, che nella vita non da scrittore è stato operaio in fabbrica a turni di notte, esplora nel suo racconto meccanismi psicologici presenti negli antenati della saga, compresi quelli che hanno combattuto in Africa come “italiani brava gente“. Allo stesso modo, anche per le donne, incrocia i poli opposti di severità e valore: dà alle protagoniste il ruolo che si usava a quei tempi, esponendole alla condanna da parte della famiglia quando uscivano dagli schemi, però nel frattempo restituisce loro coraggio e mito, costruendo eroine come non se ne vedono altrove.

Questa saga famigliare mi ha ricordato l’epopea di “Cent’anni di solitudine“. Infatti già prima Marquez aveva immerso nel magico le vicende dei membri di una ampia famiglia, e dopo cento anni ha annullato la solitudine delle sue parti ricomponendo persino quello che non si poteva unire.

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la storia delle risorse alimentari

Durante gli ultimi viaggi in treno ho finito di leggere un saggio che mi era capitato in mano quasi per caso.
Si tratta de I padroni del cibo di Raj Patel. Lo avevo cominciato a sfogliare in libreria così, giusto per curiosare, in una delle tante mie esplorazioni da Asterios, quando lui se n’è accorto: “bello quello, è un saggio importante!“, mi ha detto. E così non ho saputo dire di no: me lo sono portato via.

“I padroni del cibo” è stato scritto da un economista. E si vede. I modelli sociali che propone sono ben strutturati, collegati da cause ed effetti su grande scala e nel lungo periodo.
E’ come se proponesse delle integrazioni a Diamond, che in Collasso aveva scritto la storia dell’agricoltura.

Cosa dice, in questo lavoro, l’autore:
Il mercato non è tanto un campo da gioco quanto un filo del rasoio. Anche se c’è un minimo di spazio per scegliere cosa piantare, si tratta sempre di decisioni difficili, basate sull’ottimizzazione di parametri multipli, con scarso margine di errore. Il mercato punisce le scelte sbagliate con la miseria. Per gli agricoltori già fortemente indebitati ciò significa la bancarotta.
La globalizzazione ha trasferito il controllo dell’agricoltura dalle mani dei contadini a quelle di chi può influenzare il mercato stesso.
La meccanica dell’allestimento di un sistema alimentare mondiale ha implicato i processi paralleli del colonialismo e della creazione forzata di un mercato.
Nei paesi del Sud globale, i governi hanno dovuto cedere ai donatori di capitali ampie porzioni della loro sovranità di spesa economica e sociale. Da quel momento in poi le scelte sullo sviluppo nazionale non sarebbero venute dai governi nazionali bensì dai creditori.

Lo scopo del libro non è solo riscrivere la storia degli ultimi secoli da un punto di vista imperniato sul controllo della filiera delle risorse alimentari. E’ anche il prendere in esame le battaglie all’interno del sistema alimentare stesso, evidenziando le esperienze che propongono percorsi alternativi, i movimenti che costruiscono una cultura altra, e che hanno saputo ottenere dei successi concreti.

Non si può dimenticare come le esperienze innovative citate (Sem terra, Slow food, Via Campesina) abbiano ancora una scala ridotta, e riescano a sostituirsi al sistema dominante solo all’interno di certi confini (anche se cercano di allargarli un po’ alla volta). Chi vuole costruire una alternativa profonda, si deve confrontare con il paradosso “purezza-rilevanza”. E con le sproporzioni di forze presenti di fronte a chi parte dal basso.

i padroni del cibo

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Una giornata da supporter… in Ungheria – parte 3

Sono nell’auditorium di Érsekvadkert in Ungheria, è passata qualche ora dall’inizio del soundcheck, quando, ad un certo punto, gli artisti spariscono tutti dietro le quinte.
“Sta per arrivare il pubblico”, vengo avvisata.
Che strano, io su quelle sedie della platea avevo fatto mio un posto in prima fila già da molto tempo prima degli altri.

Sandor esce per primo, e lo spettacolo comincia.
Si vede che questo è il suo territorio, perchè le sue lunghe spiegazioni in ungherese vengono apprezzate dal pubblico che evidentemente non disdegna di parlar di musica.
L’esibizione di Sandor, che si conclude con un affascinante pezzo tibetano, viene seguita da quella di Roland, suo allievo, e nel passarsi il testimone eseguono un brano assieme.
E’ insolita per me una rassegna in cui si susseguono quattro musicisti dediti tutti alla chitarra acustica contemporanea. Solo i Deja, che chiudono il concerto, aggiungono la voce, che è quella di Serena. “Voce arabeggiante“, le dice Nikolai, che li precede come penultimo sul palco, con una esibizione che contiene delle cantilene bulgare, insieme ai ritmi variati con improvvisazione.
Nikolai viene applaudito con molto entusiasmo, e così l’atmosfera è diventata calda al punto giusto.
Quando arriva il turno dei miei amici, con i loro pezzi solari si crea continuità al clima avvolgente portato dalla musica precedente.

Sandor e Roland Nikolai, Bulgaria l'ingresso dei Dèja l'esibizione dei Deja

Andrea e Serena aprono l’esibizione con un brano tipico del loro lavoro: “Credo alle favole“. La loop-station di Serena le permette di sovraincidere la propria voce dal vivo, costruendo polifonie vocali che riecheggiano su quattro tracce sovrappposte.
Adoro vedere come Andrea trasporta il suono sulle corde in “Tu sei qui“. Gliel’ho visto fare molte volte, ormai, ed è sempre, in qualche modo, diverso.
Durante l’esecuzione, sono colta dalla sorpresa di vedere che sulla scena c’è anche un pezzo di me. Sullo sfondo vengono proiettate immagini tratte dai cd, e riconosco il segno della mia matita, sulla proiezione di frammenti della copertina di “Laila“.
Ad un certo punto, si crea una visione sorprendente: tra i video sovrapposti sullo schermo, compare il viso di Serena che sta cantando, ripreso dalle telecamere di scena, affiancato al volto della bambina disegnata per il cd, quasi a sovrapporsi in una similitudine evidente. Nessuno in sala, in quel momento, lo sa. Ma la bambina disegnata sulla copertina è veramente Serena, ritratta da una foto recuperata da vecchi album di quando era piccola, con le foglie in mano, mentre viveva nella Russia asiatica.
Quel frammento di storia riemerso da una vecchia stampa sbiadita si è per un attimo intrufolato tra le immagini della cantante di oggi, che calca un palcoscenico dell’Europa dell’est.

decimo festival internazionale di chitarra acustica Andrea, Serena di oggi, e Serena a otto anni

Alla fine, l’ultima canzone è un tripudio di chitarre.
Tutti i musicisti sono tornati fuori assieme, e arrangiano “Norwegian Wood“, improvvisando giri tra corde e voce.
Si vede che questi giorni di tour sono serviti a creare un’intesa tra gli artisti.
Il pubblico ungherese applaude, con un ritmo delle mani che diventa cadenzato e crescente: tutti all’unisono, creano un passo battuto a più riprese per trasmettere agli autori l’energia restituita dalla platea.
Non posso capire quello che viene detto tra i saluti finali nella loro lingua, ma certo la musica è stata compresa in modo universale.

manifesti del concerto tutti sul palco per il pezzo di chiusura

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Eventi del centocinquantenario dell’Unità d’Italia: le Donne e la Politica

Il seguente articolo è stato pubblicato anche su bora.la

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Intervento di Bassa Poropat Pubblico

Martedì 5 aprile vado a vedere l’iniziativa organizzata dalla Consulta Femminile di Trieste, in occasione del 150° dell’Unità d’Italia: il convegno “Le Donne e la Politica”.

Entro nel palazzo della Prefettura, vengo subito controllata all’ingresso: sì, ho l’invito, posso salire lo scalone.
Raggiungo il Salone di Rappresentanza. E’ visibilmente pieno. Le rappresentanti delle tredici Associazioni che formano la Consulta (ADEI, ADOS ITALIA, ANDE, AIDDA, CIF, CONVEGNI MARIA CRISTINA, FIDAPA Tergeste, FIDAPA Trieste, FUTURO DONNA, MDT, SOROPTIMIST, UDI “Il caffè delle donne”) occupano tutte le sedie e i divani di rosso velluto. Il sole del tramonto sta incendiando le colonne e gli archi, sotto cui anche i lampadari sontuosi aggiungono punti luce.

L’evento si apre con il saluto del Prefetto, che sottolinea l’importanza ed il valore dell’ associazionismo femminile, e dalla introduzione di Ester Pacor, presidente della Consulta femminile di Trieste. Pacor ricorda come le Associazioni della Consulta testimoniano il percorso che è stato compiuto nel nostro Paese (molte associazioni che vi fanno parte sono state fondate all’inizio del secolo scorso); una volta riunite nella Consulta, si sono adoperate pubblicando testi, organizzando corsi, ricerche e convegni, parlando agli amministratori ed ai politici, suggerendo formule per la piena parità.
La Presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat ricorda il Bilancio di Genere appena presentato. Invita le donne ad essere maggiormente presenti nella politica.
Segue il saluto di Alessia Rosolen. “La politica si fa per passione. La mia esperienza è cominciata a quattordici anni. Vedo che, anche se passa il tempo, le donne in questo settore continuano ad essere poche. La insufficiente disponibilità di servizi di cura offerti dall’ente pubblico sicuramente è uno dei freni“.
Entrambe sono scettiche nei confronti del sistema delle quote. Il pubblico mormora, c’è chi non è d’accordo.

L’incontro è destinato ad ospitare le relazioni della prof. Franca Bimbi (che interviene sul tema: “La rappresentanza non è tutto”), sociologa dell’Università di Padova e Direttrice della Scuola di Dottorato in Scienze Sociali; e della prof. Teresa Tonchia, filosofa della politica all’Università di Trieste (che porta il contributo: “Rappresentanza e rappresentazione della diversità”).
E’ probabile che per le spettatrici, che hanno familiarità con le discussioni sulle tematiche di genere, i due contributi siano risultati inconsueti rispetto a quanto abituate a sentire.

La sociologa Bimbi provoca subito il pubblico: della sua esperienza in politica (“Sono stata fortunata, a cinquant’anni mi si è schiusa una porta“) dice che il Partito è l’ambiente meno democratico che abbia sperimentato. Elenca una serie di situazioni tipiche della condizione femminile, per cambiarne l’ottica. La tipica descrizione di queste situazioni, secondo la docente padovana, è una “retorica”, e deve essere superata dalla sua messa in discussione. Cita molti esempi. Come: il confronto tra le convenzioni del matrimonio per donne immigrate e donne italiane. Non ci si può fermare a lamentare il fatto che fenomeni di matrimonio combinato siano ancora resistenti. Infatti (la docente non si risparmia toni diretti) quando parliamo di femminicidio, quante volte questo avviene all’interno del matrimonio d’amore?
La sua conclusione è che, su questi argomenti, non è sufficiente avere un minimo comun denominatore trasversale alle appartenenze politiche; ma anzi, le voci delle donne devono farsi sentire dissonanti, originali, per animare e far evolvere il dibattito.

La filosofa Tonchia usa toni più rotondi. Parla dell’unione delle parti, che devono essere tutte rappresentate. “Se nella Natura ci sono i due sessi, anche nelle rappresentanze si devono vedere equamente entrambi“. Tra le rigorose della presa di distanza dai cosiddetti ruoli assegnati dalla natura, deve essere serpeggiato un brivido. Eppure il messaggio della seconda docente è più complesso: la rappresentanza è influenzata dalla rappresentazione, quella rappresentazione che vede la figura femminile bisognosa di tutela. Perchè la visione corrente separa la popolazione femminile come un differente gruppo sociale?
Tonchia opera attivamente nel settore: ammette di aver presentato un discorso di profilo teorico, ma la sua opera è nella pratica. All’Università, è componente del Comitato di prevenzione del Mobbing, del Comitato per le pari opportunità e del Comitato scientifico del corso Donne, Politica e Istituzioni.

L’evento si chiude, le convenute si godono ancora un attimo l’ufficialità del luogo che le ha ospitate. Anche io, prima di andare via, visito le sale adiacenti. Camera da letto, scrittoio antico, tutto perfettamente conservato. E’ questa la sede deputata ad ospitare il Presidente della Repubblica durante le sue visite. La vista sul mare che si può godere dalla terrazza è inondata di luce; ora il cielo è riempito dal rosa del tramonto.

foto di Laura Poretti Rizman

Intervento di Ester Pacor Le speaker

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