Guardare negli occhi

Da quando ho letto, qualche settimana fa, il saggio di Amintav Gosh, La grande cecità, il cambiamento climatico e l’impensabile, è difficile per me guardarmi intorno e non ricordare suoi ragionamenti.
Anche se il titolo ammetteva subito di trattare un argomento impegnativo, l’ho preso perchè ho visto, tra le pagine sfogliate, che sapeva analizzare lucidamente la nostra cultura, con una scrittura molto lieve e scorrevole.

Gosh è un autore di narrativa, quindi il suo quesito di partenza è: perchè i romanzi non sanno parlare di riscaldamento globale?
Da qui, ripercorre la storia del romanzo.
E se fossero altre, le forme narrative adatte?
La nostra cultura individualista non ha molti luoghi per parlare di quello che è più grande e soverchiante, non solo della persona, ma anche dei popoli e dei loro destini.
Forse lo fanno il mito, la religione, il perturbante.

A me piace, tra le immagini che Gosh propone, quella della Terra impersonata.
Lo sguardo della tigre che incrocia il tuo.

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Le piante sono bestie complicate

Nell’ultimo viaggio mi sono portata due libri, e ne ho comprati altri due. Ho fatto bene, perchè il primo l’ho finito tra il quinto e il sesto volo, e i successivi li userò nel prossimo viaggio che inizia tra poco.

Ho letto Le piante son brutte bestie, di Renato Bruni, che mi aveva già appassionato con Erba volant.
Sfogliavo le prime pagine sotto il sole che filtrava nel bus, e già mi emozionavo.
E’ un libro di scienza delle piccole cose, quelle del giardino e dell’orto, ed effettivamente viene da chiedersi: perchè non averci pensato prima?
E allora, giardinieri e amanti dell’ortaggio: date un’occhiata tra le pagine!
Perchè la risposta precisa c’è, per questi ed altri quesiti del giorno:
– Quant’è l’acqua che occorre dare alle piante?
– E’ davvero una buona idea dissodare spesso la terra?
– C’è più azoto nell’urina o nel concime?
Renato Bruni recupera riferimenti scientifici e curiosità per le piante da giardino e da tavola e, fosse stato per me, avrei continuato a divorarne le primizie per molti altri capitoli e pagine, se non fosse ad un certo punto finito il libro che ha una sua ragionevole lunghezza.

Ma ora che sono diventata una fan di questo autore, posso restare alla finestra e vedere se dopo il primo e secondo volume, magari tra qualche anno fiorirà un altro lavoro…

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Il ritorno del romanzo

Davide qualche settimana fa mi ha fatto una sorpresa.
Mi ha regalato l’ultimo libro di Jeffery Eugenides.

L’ho appena finito, divorato al volo in lunghe sequenze (fuori la neve del nord, fuori il sole di qui).
Era da prima della nascita di Diego, che non leggevo più romanzi.
Abituata da tempo ai saggi, e con un rapporto diverso nei confronti dell’emotività (Diego ha cambiato il funzionamento del mio cervello), non riuscivo più a fare la sospensione dell’incredulità. Neanche sui brevi racconti. Non mi piacevano.

O forse non trovavo quelli scritti bene.

Jeffrey Eugenides lo avevamo già apprezzato entrambi (Davide, io, e lo abbiamo regalato agli amici) in Middlesex.

Il suo ultimo romanzo, va detto, è molto diverso dalla saga plurigenerazionale di Middlesex.
Middlesex, col vigore del pioniere, poteva permettersi di fare riferimento a cent’anni di solitudine, quello che generava nuove creature con realismo magico.

La trama del matrimonio è più concentrato.
Condensa drammi non privi di alti e bassi, in lunghe tirate centrate in una sola unità di tempo, luogo e spazio: un enorme primo capitolo sviluppato su un’unica giornata, il giorno di laurea dei tre studenti protagonisti.
Un anno successivo in cui le conseguenze delle incredibili scelte di un giorno si dipanano a salti.
E del finale non dico, altrimenti farei troppe rivelazioni.

Sì, non ho avuto difficoltà a leggerlo, ma piuttosto a fermarmi (quando scendevo dal bus, quando tornavo in camera).
I personaggi sono umanissimi.

E il rapporto con la letteratura, centrale.

Leggo di Eugenides: della sua biografia, si sa pochissimo, è riservato.
Quando parla in pubblico, ricorda sempre la letteratura che lo ha influenzato.
Ecco, questo avviene anche qui.
Il libro è un continuo rimando a riferimenti letterari.

Un riferimento chiave, è quello al genere “vittoriano”, ovvero al romanzo in cui il matrimonio creava la trama principale.
Se facessimo la stessa cosa oggi (anzi, negli anni ottanta, in cui la storia è ambientata) e assegnassimo l’argomento “matrimonio” a un gruppo di giovani appena cresciuti ma ancora inesperti, cosa succederebbe?

Eugenides si lascia spazio per fare riflessioni sulla visione del mondo.
Usa un incredibilmente ampio spazio per parlare di religione, in modo per fortuna decisamente laico (altrimenti verrebbe voglia di tirargli il libro in testa… come fa uno dei personaggi in un momento chiave della storia).
E così, in un certo senso, il bisogno di religione, viene spiegato.
Insieme ad altri fatti irrazionali, tra cui la follia (ah, ma non quella di Dostoevskij. Quella solo parzialmente controllata, che porta in farmacia).

Non credo che negli anni ottanta il matrimonio avesse molto a che fare con l’irrazionale, come ha raccontato lui. Non per tutti, almeno. Per i personaggi scelti, sicuramente sì, ma è solo uno dei possibili sviluppi.
Però, staccandosi perfino dal matrimonio, e tornando al generale, il racconto che l’autore fa del rapporto tra l’irrazionale e il razionale, è decisamente interessante.

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Fino a dove arriva la neve

Questa settimana ero in viaggio, e per passare le molte ore in arereo e in treno, mi sono portata due libri nuovi da leggere.
Ho fatto bene.
Il primo l’ho già finito, dopo tre voli un intercity e un pendolino.
L’argomento aveva tempismo perfetto: mentre fuori dal finestrino scorrevano rade macchie bianche della neve tra l’erba dei campi, il libro “La scienza in vetta” di Jacopo Pasotti mi aggiornava sul numero dei ghiacciai perenni. Che sono in aumento.
Ma il vero motivo è che la superficie coperta da ghiacciaio si è dimezzata, e che quelli che prima erano grandi isole di ghiaccio perenne, ora si sono frammentate in piccole isolette solitarie e in ritirata.

L’autore riesce a contenere l’informativa sull’impatto del cambiamento climatico in alcune parentesi, mentre il resto del libro descrive con gusto la scienza delle rocce, dei vulcani, dei cristalli di neve e della pressione in vetta.
Sì, fa venire voglia di andare a visitare i luoghi citati.

Intanto, il mio viaggio continuava.
Al mio arrivo in Finlandia, ho cominciato a sentire pareri concordi: “non c’è più la neve della mia infanzia”. “Da piccolo andavo ogni anno a sciare, ora questo sarà più raro, e sono già due inverni consecutivi che siamo senza neve”.
Io sono stata sorpresa dalle giornate calde, e la migrazione visibile della linea della neve mi ha impressionata, eppure qualcun altro qui al nord, che in passato si lamentava degli inverni che arrivavano a 20 gradi sotto zero, mi ha detto: “mi piace stare più al caldo, sono contento”.

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Sulla “post verità”

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Lo scorso ottobre sono tornata a vedere le conferenze di State of the net, un appuntamento molto interessante che parla della attualità collegata al mondo della rete e dell’informazione digitale.
Gli anni scorsi c’erano interventi sia critici che entusiastici, ma in questa tornata è stato messo fin da principio in evidenza il punto di vista più recente: siamo entrati dell’era della “post verità”.

Uno dei discorsi chiave è stato quello di Walter Quattrociocchi, che ha analizzato le dinamiche sui social network della diffusione di notizie false, evidenziando come i gruppi di utenti che seguono notizie fondate scientificamente oppure che invece diffondono quelle che in realtà sono bufale, ebbene, questi gruppi non si parlano tra loro. Ma soprattutto, se in qualche caso si incontrano, escono dal confronto ancora più rafforzati nelle loro credenze iniziali.
A fine intervento, mi sono fatta dare i riferimenti del libro di Quattrociocchi appena pubblicato sul tema, Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità, dall’autore che mi ha detto: “E’ proprio fresco di stampa. Non ho ancora visto come sono venute le copie del libro!”, e la sera stessa (dopo un salto veloce in libreria al limite dell’orario di chiusura), avevo già afferrato la mia copia del breve saggio (“Ce l’ho prima ancora dell’autore!”, gongolavo fra me e me…).

Dopo averne divorata la lettura, ho temporeggiato un po’ prima di scriverne una recensione. Infatti questo studio, che analizza bene le dinamiche attuali, lascia l’argomento ancora aperto: quali strategie correttive e approcci utilizzare nell’era della post verità?

Nel frattempo l’argomento era dibattuto sulle testate principali, anche ieri sera su radio popolare ne parlavano i cronisti con Paolo Attivissimo, ospite che spiegava l’approccio presentato nel suo blog: non solo spiegare quando una notizia è falsa con i fatti alla mano. Ma mostrare qual è il metodo per ritrovare la fonte e controllare come stanno le cose. Un metodo accessibile a tutti.

Oggi ho letto il punto di vista della giornalista Brooke Borel che si è occupata per anni di verifica dei fatti (“fact checking”), e che è andata oltre la semplice questione delle notizie fasulle. Traduco un suo passaggio chiave, in cui cita anche gli studi del docente di comunicazione e giornalismo Mike Ananny:
Sono turbata come tutti i giornalisti dalla vista della diffusione sempre più ampia di notizie false, anche quando le informazioni fattuali che le smentiscono sono disponibili. Ma se i fatti non contano, cosa è che conta? La storia delle notizie – e le strutture di potere che ne controllano la diffusione e il consumo – può offrire indizi su come contrastare le notizie false in modi che il solo controllo delle fonti non riesce a fare. Il punto di partenza è considerare che la notizia fasulla potrebbe essere uno strumento di lotta non contro la realtà, ma uno scontro tra poteri. Le notizie fasulle sono l’evidenza di fenomeni sociali in gioco, relativi alla lotta tra le visioni di gruppi diversi di persone, in riferimento non al mondo che c’è, ma al tipo di mondo che vogliono.”

Ok, dunque che dire delle varie polarizzazioni che si formano in questo periodo, che sembrano spuntare come funghi, tra contrapposizoni e populismi che ricordano il proliferare delle eresie nel medio evo?
Per darne una lettura, cito un estratto dal blog di Wu Ming:

A partire dal marzo 2016 e fin dentro l’estate, le mobilitazioni contro la Loi Travail – cugina di primo grado del nostro Jobs Act – hanno spazzato via la politica della paura. Nessuno parlava più dell’emergenza-terrorismo. La contraddizione primaria aveva riguadagnato il proscenio. Il conflitto vero, quello tra sfruttatori e sfruttati, oscurava quelli falsi, come «Occidente vs. Islam», «Degrado vs. Decoro», «Europeismo vs. populismi» et cetera.
Un movimento sovversivo opera una radicalizzazione fedele all’etimologia del termine, poiché va alla radice delle disuguaglianze e dell’esclusione, ne attacca le basi strutturali.
Mentre la lotta di classe dall’alto viene combattuta incessantemente, 24 h su 24, quella dal basso è diventata un concetto tabù, è indicibile, anzi, impensabile. L’ideologia dominante deve sempre far pensare ad altro, spostare il discorso su contrapposizioni secondarie. Ma quando si torna a praticare quella lotta e a dirla, essa fornisce agli esclusi, ai discriminati, ai precarizzati l’unica alternativa alle «radicalizzazioni» farlocche, che hanno mille appariscenze ma, di riffa o di raffa, sono sempre fasciste
.”

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Addendum: link ad uno splendido articolo di Christian Raimo su Internazionale: “Un antidoto al veleno della post verità”

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La navigazione naturale

Questa mattina, mentre ero trasportata dal bus, ho finito di leggere il libro: “L’antica arte di trovare la strada“, di Tristan Gooley.
Mentre giravo l’ultima pagina, il sole che sorgeva nel primo giorno d’inverno faceva capolino da sopra la collina. E io pensavo che la luce stava per arrivare esattamente da sud-est, e che poco dopo avrei percorso un vialetto orientato giusto a nord-est, e quindi, camminando, avrei incrociato le ombre degli alberi proprio a novanta gradi.
Non avevo mai fatto caso alla combinazione delle mie direzioni del mattino, prima di leggere questo libro. Ora invece so che il sole, nel giorno più corto dell’anno, spunta da un angolo decisamente spostato rispetto all’oriente, nella mia città che (guarda un po’) si trova alla latitudine di 45 gradi nord: sul confine di uno spicchio di un quarto di Terra.

Molti sono i metodi naturali, ovvero basati su sole, luna, stelle, vento, correnti marine, alberi, muschio, animali e insetti, che l’autore spiega nel corso del suo lavoro, come utilizzabili per trovare l’orientamento.
In realtà, il senso della direzione di cui parla lui, è quello che può essere utile a chi va in barca, o guida un arereo, insomma a chi copre grandi distanze, e deve tenere la rotta. Invece per i miei giri in bici o a piedi sui sentieri, le tortuosità del momento non possono mai essere evitate per tenere la barra dritta verso un punto cardinale scelto come meta.
A volte l’autore si lascia prendere la mano dalla curiosità per gli antichi miti, che portano il ricordo delle conoscenze dei navigatori e dei migranti di una volta, che dovevano per forza muoversi senza strumenti.
Però l’insegnamento è utile lo stesso, e affascinante. Mi è piaciuto molto il senso unificante che emerge dal suo approccio. Fare attenzione alle direzioni che si formano in modo spontaneo nella natura, e alle geometrie degli astri, è un giusto atto di ascolto per la realtà che ci circonda.

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Già il titolo è bellissimo: “Erba Volant”

In una delle mie ultime passeggiate in libreria, la deliziosa copertina del saggio di Renato Bruni, Erba Volant, mi ha catturata: raffigurava semi volanti, quelli dei soffioni, su un colore di sfondo brillante, mescolati a più piccoli e nascosti paracadute usati da degli ometti in viaggio, un viaggio tra le piante, alla loro altezza e grandezza.

E così ho scoperto un lavoro originale e approfondito, una serie di racconti sulle soluzioni strategiche messe a punto dalle piante in milioni di anni di evoluzione, idee che quasi quasi anche la tecnologia potrebbe prendere a prestito, per fare quella che si chiama “biomimetica”, ovvero una modalità di innovazione che adotta metodi già sperimentati e collaudati dalla natura, e li rimette a punto per un diverso contesto tecnico e tutto umano.

L’autore ci tiene bene a dire che, anche se le piante non si offendono ad essere guardate e copiate, vanno ben capite a fondo, nelle loro soluzioni di “sistema”, e che una versione analoga tecnologica deve essere per forza ricostruita non uguale ma adattata al nuovo ambito.

Non è solo l’argomento, ad essere particolare, ma anche il modo in cui viene presentato.
Infatti, in questo libro, le piante vengono “intervistate”, e “parlano”, e sono così simpatiche nelle loro personalità, che il cactus sul davanzale del nostro ricercatore, un cactus di nome “Palla”, mi verrebbe proprio voglia di conoscerlo. E di chiacchierarci un po’.
Perchè poi le soluzioni dei cactus sono tra le più belle!
Quelle per recuperare l’acqua anche dall’umidità dell’aria dei deserti, dalle occasionali nebbie di passaggio, con reti e aghi e interni spugnosi, che catturano ogni gocciolina invisibile e la trattengono per far bere, appunto, ai cactus, abbondanti sorsate, che nessuno di noi senza quei metodi avrebbe saputo condensare così bene.

L’opera vuole essere una carrellata abbastanza varia di esempi di biomimetica, per come se ne possono incontrare oggi, per cui alcuni capitoli secondo me sono meno completi e più macchinosi, perchè certi filoni di ricerca la prendono più alla larga, come ad esempio l’imitazione della fotosintesi, perchè non è che si possa veramente copiare tutto il sistema, la fotosintesi riprodotta “in scatola” non sarebbe nemmeno efficiente.

Ma anche in questo sta un interessantissimo messaggio.
E cioè che le soluzioni delle piante non sono necessariamente efficienti.
Roba da domandarsi se l’efficienza valga veramente così la pena, come la intendiamo noi nei sistemi produttivi.
Le piante combinano molte esigenze insieme, e per questo non possono averle tutte spinte al massimo.
Un pizzico di collezione di zuccheri, un po’ di capacità di ripararsi in caso di rottura, un po’ di tolleranza nei confronti del pezzetto di organo perso e mangiato dall’insetto o parassita di turno, e una visione da stratega che dice che forse è meglio ricrescere di là, piuttosto che sprecare energia per combattere di qua. Parliamo invece di collaborazione. Come nel caso della pianta che chiama il predatore del suo insetto parassita, emettendo il giusto odore o sviluppando una forma attraente.

No, non possiamo copiare del tutto la filosofia dalle piante. Noi umani siamo individui singoli, mentre le piante non necessariamente lo sono. Ad esempio, i pioppi si clonano e si propagano in copie dal patrimonio genetico uguale, per cui lo stesso senso di competizione e collaborazione tra specie non si può avere veramente impostato nello stesso modo. Quei pioppi che crescono proprio lungo fiume e che vedo sempre far vibrare le foglie nei miei giri in bici.

E’ quasi rassicurante vedere le possibilità che le piante hanno saputo mettere in campo. Ricordare che, se lasciate in pace, loro, la Terra, la ricoprono.

Come quei muschi che hanno colonizzato una bella percentuale della superficie terrestre, lanciando semi dalla loro piccolissima altezza, riproducendosi un po’ più in là, e un po’ più in là, sempre vicino alla macchia precedente. Quei muschi che ho visto far soffici cuscinetti sui muretti delle case, giù per la discesa di Scala Santa: li ho fotografati da vicino, e i loro pedicelli “spara semi” che spuntano un po’ più su delle minute foglie, ora li ho guardati con un occhio diverso.

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Dall’offerta limitata all’acccesso libero

Qualche giorno fa ero a Padova stazione, con il treno del ritorno in ritardo di oltre un’ora, e il libro da viaggio sul punto di finire.
Allora mi sono messa a girare per una libreria segnata da una linea editoriale che non mi piaceva, e come conferma sembrava che tutti i libri che sfogliavo fossero terribili.

Con un po’ di pazienza e tanti piccoli assaggi, ne ho trovato uno che mi incuriosiva, sembrava un po’ troppo il racconto di un gruppetto di carriere vincenti, ma almeno era scritto con brio.
E invece, poi, l’ho apprezzato.
Free, di Stephen Witt, storia del periodo in cui la musica ha cominciato ad essere disponibile liberamente sul web, dapprima con copie illegali e poi con collezioni d’archivio estese all’infinito, si è rivelato un libro scritto con lo stile del giornalismo investigativo.
In fondo, il destino dell’industria discografica, stravolta dal cambio del modi di distribuzione offerti dall’accessibilità delle tecnologie digitali, è una storia che può essere confrontata anche a quella di altri settori.
Mi è piaciuta in particolare la sintesi di questo fenomeno espressa da una citazione del blog di analisi finanziaria di Izabella Kaminkas:

“I tassi di interesse negativi sono funzione della abbondanza globale (offerta dagli sviluppi tecnologici), e sono una tendenza che non può essere fermata neanche dalla più forte banca centrale – a meno che la società non faccia dei passi indietro (come molti ricconi vorrebbero). Al giorno d’oggi, per mantenere i tassi di interesse positivi, dovremmo sottrarre quasi ogni bene del pianeta dalle persone che ne avrebbero bisogno, per fare sì che continui ad avere un alto valore di mercato. La tattica della scarsità artificiale che è stata usata negli anni per ottenere questo risultato, è sempre più difficile da realizzare, a causa della liberazione dalla legge della domanda e dell’offerta operata dalle nuove tecnologie che permettono accessi illimitati ai beni di consumo. Questo fa emergere forme economiche diverse, collaborative, che possono ignorare i tassi di redditività.”

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Le api danzano nella luce ultravioletta

Mentre adocchiavo la bella copertina del libro di Karl von Frisch, Il linguaggio delle api, non sapevo che stavo per cogliere un classico degli anni Settanta.
In questo lavoro che gli è valso il Nobel, il biologo descrive le capacità delle api di comunicare tra loro come una “danza”, e questo uso delle parole dà l’idea del rapporto di meraviglia che l’autore aveva nei confronti della Natura che osservava.
Ho trovato affascinante non solo il cuore dello studio, la spiegazione del significato del simbolo a forma di otto che l’ape mostra volando alle altre, per spiegare distanza e direzione del prato dove ha trovato il bottino, ma anche lo studio delle altre capacità sensoriali.
L’ape vede lungezze d’onda leggermente diverse dalle nostre: meno nel rosso, più nell’ultravioletto. E i fiori hanno “guide per il nettare” nel campo dei colori visibili solo a loro!
In quella data si diceva che l’ape è l’unica altra specie oltre a quella umana, a comunicare per mezzo di simboli. Chissà se alla luce delle ricerche di oggi è ancora così?

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Le parole dette sono solo la punta dell’iceberg

Ho divorato in una settimana il saggio di Filippo Domaneschi e Carlo Penco, Come non detto – Usi e abusi dei sottintesi.
È molto interessante rendersi conto che le parole che vengono dette sono solo indizi portatori di informazioni essenziali, che poi vengono completati dalla mente di chi ascolta, integrandole poi con stereotipi, usi, conoscenze condivise, e tutta una serie di deduzioni possibili.

Chi ascolta un discorso allusivo, lo completa nella propria mente, intuendo il “non detto”, e così facendo si rende complice di chi parla, si lascia agganciare da un presunto messaggio nascosto messo in comune, si fa persuadere.

Le pubblicità sono un esempio tipico di questa situazione: nei pochi secondi di uno spot video, si deve capire rapidamente una situazione, nonostante i colpi di scena portino a ricredersi in corso d’opera.
Mentre le immagini filano via veloci, la fatica consumata a dedurre il “non detto” ci fa supporre di aver capito tutto, sia l’esplicito sia il sottinteso.
E invece non è così.
Spesso una allusione nasconde molte altre cose, a volte anche ingannatorie, ed è lì che dovremmo soffermarci a controllare se il messaggio è proprio tutto vero…

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