Coping with minority status – 2

Il concetto di “ruolo sociale” come prescrizione per il comportamento degli individui, è centrale per l’interazione nei suoi aspetti simbolici.
Gli individui, quali attori sociali, imparano che la società mette a disposizione un certo numero di “ruoli” che possono essere occupati, come una partita di calcio contiene un certo numero di giocatori nella squadra che sta in campo. Al di fuori di queste posizioni definite, non risulta evidente una possibilità di agire in modo coerente: o si è un attore della società in uno di questi ruoli, o non si è un individuo che fa parte della società.
Inoltre gli individui non sono liberi di “abitare” qualunque ruolo: devono negoziarne l’occupazione con la società in cui vivono.
le teorie che spiegano come nascono le “etichette”, assumono questa negoziazione come una attività non ad armi pari. Il potere nella negoziazione tipicamente sta dalla parte di chi ha la condizione di vantaggio e più elevato status nella società in senso più ampio. E in effetti sono costoro a poter assegnare ruoli (o “etichette”) agli altri, privi di status e di potere. Possono anche assegnare l’etichetta di “deviante”, e non renderne disponibile nessun’altra alternativa.

Secondo Roschelle e Kaufman, l’essere stigmatizzati è conseguenza di gerarchie sociali di potere, al punto che, in generale, la condizione dell’”essere stigmatizzati” corrisponde all”essere privi di potere”.

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Io spesso non mi sento in minoranza, ma in condizione di “singoletto”. E comunque da queste cose c’è molto da imparare

Oggi ho finito un libro che mi ha veramente molto appassionato.
E’ un saggio di sociologia sui rapporti dinamici con cui le minoranze affrontano la loro condizione e i rapporti con le maggioranze che stanno in posizione di vantaggio.
Si chiama “Coping with minority status: Responses to Exclusion and Inclusion

Il testo procede su capitoli diversi dedicati a situazioni molto varie, ciascuno leggibile come uno studio a sè, eppure ben collegato poi nella visione d’insieme.
Ne ho tratto diverse chicche che vale la pena citare.
Oggi comincio con questa.

“La ricerca nel campo delle giustificazioni che un sistema si dà, ha messo in evidenza come la gran parte delle persone che appartengono ad un gruppo svantaggiato (nel testo sono citati gli esempi degli afroamericani e delle donne), spesso hanno internalizzato le ideologie con cui il sistema giustifica sè stesso, come ad esempio l’individualismo o la meritocrazia: per questo, credono che chiunque possa avere successo nella società, e che la soluzione alla loro condizione di svantaggio stia nella mobilità individuale.
Dunque, anche se un certo numero di mobilitazioni sociali ha origine all’interno di questi gruppi di minoranza, molti altri membri di questi stessi gruppi non percepiscono l’ingiustizia che di fatto è in essere verso di loro, non si battono per il cambiamento sociale, e quindi non costituiscono fonte di influenza o interazione verso il cambiamento.
E’ invece noto e ben documentato quanto le minoranze attive possano avere influenza sulle maggioranza, per far riarticolare la posizione di svantaggio o vantaggio reciproco.”

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Spunti dell’inizio d’anno

I due giorni a cavallo del veglione li abbiamo passati sul divano (e nel mio caso, col mal di gola).
Abbiamo visto sei film.
Divertenti.
Per dirne uno: Die hard 4.
Non dovrei farne la recensione, perchè probabilmente è l’ennesimo film-pubblicità alle armi di difesa personale diffuse nella società americana.
Però, in quanto film molto maschile, rivela diverse cose.

Ad esempio.
Il protagonista John McClane, un classico “tipo Bruce Willis”, è un duro con delle fragilità: l’essere un semplice battitore libero che mette in gioco il proprio corpo, e l’avere degli affetti famigliari. Nella serie “Die Hard”, i suoi affetti, che lui protegge e rispetta con fedeltà, diventano generalmente uno dei suoi massimi alibi, in quanto vengono costantemente messi in pericolo o presi in ostaggio. Infatti il detective John McClane ha la stessa sfiga che aveva Jessica Fletcher: dove passava lei c’era sempre un delitto; dove passa lui, c’è sempre il rapimento di una fanciulla della sua famiglia.
Vediamo come John McClane, che in apertura di film viene criticato dalle donne di casa (e certe volte non si sa neanche perchè), poi in chiusura viene di nuovo apprezzato (in qusto caso dalla figlia liberata) soprattutto quando si comporta come un vero duro: il riconoscimento di ruolo mostra provenienze bipartisan.

A volte sbaglia, quando “risponde male” e non sa usare la diplomazia nei confronti di interlocutori con cui dovrebbe far squadra, eppure questa forma di rudezza fa parte del personaggio, e viene tollerata dalla trama, perchè di fatto non fa danni, e alla fine diventa un vanto. Certe sue uscite sono così “oltre” che, secondo me, riescono contemporaneamente ad essere un prendersi troppo sul serio e una autoironia.
La funzione di John McClane è quella di vincere eroicamente contro il duro assoluto (il cattivo di turno) che, oltre ad essere rude almeno quanto lui (gare di reciproci sfottò comprese), è anche un “cinico”, quello che dà le “lezioni” punitive (da modello autoritario fuori moda), che sfuma nel terrorismo quando mette in pericolo grandi fette della società civile per i suoi scopi, e che poi si rivela banalmente intento alla appropriazione indebita di grande portata (la vile fuga col malloppo).

Insomma il modello maschile rappresentato è estremo (oltre ad attraversare mille esplosioni in modo simpaticamente irrealistico, secondo me John McClane non si può definire un buon modello, dato che fa fuori un sacco di gente pure lui, per quanto malviventi affrontati in momenti sempre vestiti da “legittima difesa”), e comunque affronta e gestisce un chiaro problema: quello del neutralizzare il maschio ancora più estremo di lui.

Gli altri film del cambio d’anno:
Die Hard 1
Die Hard 2
Le idi di marzo (al cine la sera prima)
Marta sui Tubi in concerto
Il 7 e l’8
The art of flight (e di questo, godiamoci anche il trailer)

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Il cracker non è necessariamente un biscotto

Ho appena finito il secondo libro di Kevin Mitnick.
Che racconta le storie di personaggi come questi:

Gabriel si iscrisse ai corsi della Cisco, in un istituto tecnico locale. Completamente autodidatta, spesso ne sapeva di più degli insegnanti, che a volte rimandavano le risposte alle sue domande più difficili. Gabriel, oggi ventunenne, sembra avere il talento tipico dell’hacker: quello che permette di fare delle scoperte senza l’aiuto di nessuno”.

“Louis e il suo amico Brock, lavorando ossessivamente su un computer che avevano sottomano, si imbarcarono insieme su un progetto: scoprire il maggior numero di informazioni possibili su di un’azienda di sicurezza europea, usando un semplice programmino scritto da uno dei due.
La sfida era irresistibile: la affrontarono come un problema da risolvere.
Il loro intento era esaminare il sistema, e da quello che vedevano cercare di psicoanalizzare gli amministratori di rete: era quasi un entrare nelle loro teste per capire come organizzavano l’architettura della rete informatica dell’azienda. Il tentativo si basava sulla conoscenza che avevano delle reti e delle compagnie in quel particolare paese europeo, sul livello locale di conoscenza dell’Information Technology e sul fatto che la gente in quel paese era forse un anno e mezzo o due in ritardo rispetto alla Gran Bretagna, da dove stavano operando loro.

Mi ricorda qualcosa.

copertina libro

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Inside job: il documentario dell’anno

Lo scorso weekend, con un po’ di tempo libero davanti, mi sono messa a cercare delle letture che spiegassero la crisi finanziaria del 2008.
Domanda. Come scegliere tra i vari titoli (tipo Too big to fail: il crollo, Questa volta è diverso -- Otto secoli di follia finanziaria, La crisi non è finita della famosa “cassandra” Nouriel Roubini) che sono andati più in voga in questo periodo?

Semplice: basta guardare un film, che può fare da buon punto d’inizio, lineare e documentato: Inside job.

La prima sensazione con cui si resta a fine visione è che le anomalie del sistema finanziario non sono delle piccole falle nascoste, ma parte robusta della cultura dominante.
Tuttora in voga, peraltro.
Concordo quindi con uno degli slogan che presentano l’opera: “Più spaventoso di qualunque film girato da Wes Craven“.

La seconda impressione è che, dal punto di vista documentaristico, è stato fatto un bel lavoro di messa a disposizione delle fonti. Ad esempio, se voglio saperne di più, vado sul sito del film. Vedo tutti i nomi dei personaggi apparsi, suddivisi per ruolo (anche quelli che hanno rifiutato l’intervista).
E con pochi click arrivo ai documenti originali.
Mi hanno colpito le dichiarazioni del professore di finanza Raghuram G. Rajan?
Le sue pubblicazioni principali sono on-line.
Il film menziona alcune parole chiave tratte dal suo articolo: “Has Financial Development Made the World Riskier?
E’ possibile leggere il resto dell’articolo (ne traduco alcuni passaggi qua sotto).

Una cosa però mi rimane poco chiara.
Come mai in Italia questo film, che ha vinto il premio oscar 2011 come miglior documentario, non viene distribuito in nessuna sala cinematografica, e si può trovare solo in dvd?

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Lo sviluppo del sistema finanziario ha reso il mondo più esposto a rischi?

“Abbiamo discusso dell’eccesso di rischio corso dai sistemi finanziari. Quand’è che la scelta di correre un rischio si traduce in un rischio reale? E’ evidente come una eccessiva tolleranza nei confronti dell’assunzione di rischio ha come effetto una eccessiva volontà di finanziare investimenti reali che poi conducano ad una perdita di risorse reali della società.
Siamo ancora molto distanti dall’avere tutte le risposte su come ridurre i rischi dell’instabilità finanziaria. Sembra ovvio che si dovrebbero usare tutte le innovazioni che la finanza ha creato in modo da evitare che le forze del mercato creino rischi eccessivi. Va trovato un equilibrio tra i limiti di Scilla (l’intervento eccessivo) e Cariddi (la fiducia che il mercato troverà sempre la via corretta spontaneamente).
Alcune riflessioni comunque devono essere dedicate al tentativo di influenzare il sistema di incentivazione con bonus destinato ai manager degli istituti finanziari.
Inoltre non deve essere indebolita la destinazione di risorse ai sistemi di sicurezza sociale
-- qui immagino che parli dei sistemi di welfare -- come strumento di suddivisione del rischio tra diverse generazioni.

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Infedeli 638-2003: il lungo conflitto tra cristianesimo e islam

E’ particolare, il saggio di Andrew Wheatcroft, sulla storia del conflitto tra cristianesimo e islam.
L’autore sceglie tre zone di contatto (mediterraneo orientale, Spagna, Balcani) e ne ripercorre le vicende nell’arco di mezzo millennio.
Però è uno, tra i vari temi, quello a lui più caro. Il tema del linguaggio utilizzato nel tempo da un gruppo per descrivere (male) l’altro.

Andrew Wheatcroft si concentra sulla storia delle rappresentazioni reciproche, prevalentemente errate, e sulla costruzione del nemico.
“Sono andato sempre più convincendomi che tentare una codificazione delle differenze tra Oriente e Occidente (pur se basate sul solido sostegno di una sacra scrittura) non può corrispondere alla realtà quotidiana della vita. Pochissimi, nell’Oriente e nell’Occidente, nel passato come nel presente, vissero o vivono volontariamente le loro vite in pieno accordo con i Sacri Libri e le Sacre Leggi. La maggior parte delle persone trascorrono i propri giorni in conformità con le usanze del proprio gruppo o comunità. I problemi si presentano nell’interfaccia, dove i due mondi entrano in collisione.”

Un esempio di contrasti generati al confine, è quello tratto dalla storia della penisola iberica.
“Il movimento dei martiri cristiani di metà IX secolo fu una protesta contro la crescente assimilazione, e il rifiuto del lento decadimento sia della loro cultura sia della loro fede. Fra i cristiani delle grandi città di Al-Andalus, l’arabo aveva sostituito il latino come lingua sofisticata della cultura, mentre la lingua parlata in casa e per strada era un miscuglio di arabo, dialetto romanzo e berbero. Un giovane ricco Cordovano, Alvaro, comunicò il forse senso della perdita che si era verificato nella cultura cristiana: <<I miei compagni cristiani si dilettano con i poemi e i romanzi degli arabi. I giovani cristiani dotati di più talento non conoscono altra letteratura o lingua di quella araba… Che peccato! I cristiani hanno dimenticato la propria lingua, e difficilmente si trova uno su mille che sia in grado di scrivere a un amico in buon latino>>.”

Se l’autore capisce come il contatto tra culture possa portare alla sofferenza, non sopporta invece come continui sempre viva la pratica di demonizzazione dell’<<altro>>. Dedica un capitolo intero a questo tema: quello in cui analizza i <<maledicta>>, le parole d’odio:
“Negli anni Cinquanta del Novecento lo psicoanalista francese Jacques Lacan offrì un’utile spiegazione di come il linguaggio conserva le tracce del suo uso. Ogni insulto deve essere contestualizzato, poichè porta dentro di sè tracce impercettibili di analoghi insulti espressi in precedenza. Nel caso del cristianesimo e dell’islam, questo contesto comprenderebbe una storia che si estende su molti secoli addietro.”

Sembra incredibile, ma ancora oggi accade che parole d’odio vengano usate in ambiti ufficiali.
Il saggio riporta i commenti di Arianna Huffington alla politica statunitense successiva all’11 settembre 2001:
“Mi hanno sempre turbata i ripetuti riferienti del presidente ai <<cattivi>>. La linea di demarcazione fra il bene e il male è oscillante a seconda della storia, della religione e della natura umana. L’inganno del pensiero riduzionistico del tipo <<combatteremo i cattivi, e vinceremo>> non è nuovo. Alexandr Solzenicyn, che personalmente era stato vittima di uno dei più orribili mali del XX secolo, ammoniva contro di esso in Arcipelago Gulag: <<Magari esistessero persone solo cattive che commettono insidiosamente ogni male e fosse sufficiente separarle da noi e distruggerle. E invece la linea che divide il bene e il male attraversa il cuore di ogni essere umano>>.”

copertina infedeli

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Una delle letture più interessanti degli ultimi mesi

Venerdì di brutto tempo, raffreddore, giornata passata a casa.

Mi chiama Dado: “Come va, cosa fai?
Una di quelle solite cose mie che sembrano noiose“, gli rispondo. “Sto leggendo cosa sono i derivati“.
Brava!“, fa lui.

E aveva ragione.
Sul sito di “Valori“, periodico di finanza etica ed economia sociale, si possono scaricare degli opuscoli di approfondimento intitolati “capire la finanza“.
Ci ho trovato molte più cose legate alle notizie dei nostri giorni, di quello che si sarebbe potuto pensare.

Ad esempio il documento sui “derivati”.
Consigliato dalla prima all’ultima pagina.

i derivati - una metafora
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i derivati - gli effetti

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La carica delle cento e uno: alla caccia del potenziale femminile nascosto

Il seguente articolo è stato pubblicato anche su bora.la

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Fabiana Martini Patrizia Rigoni

Nei giorni scorsi, su alcuni manifesti della città, si poteva notare la grafica di un evento presentato con un po’ di mistero. Una catena di chicchi di melograna occhieggiava in avvicinamento, sottotitolata: “La carica delle cento e uno”. Le scritte di testo esplicative restavano piccole e ancora nascoste all’osservatore che passava di corsa.

L’iniziativa si presentava così: “Centoeuno donne e centoeuno Imprese: dalle grandi e dalle piccole Aziende, dall’Università, dalla Ricerca, dalla Formazione, dalla Sanità, dal Commercio, dalla Cooperazione, dai Servizi alla Persona, dall’Informazione, dalle Istituzioni, dall’Artigianato, dall’Arte, dalla Cultura.
La giornata del venerdì era organizzata su invito. Centouno donne erano state chiamate in tavole rotonde intitolate “I racconti delle nostre imprese”.
La mattina del sabato invece era aperta al pubblico. E proprio il sabato sono andata a vedere di cosa si trattava.

Nella cornice elegante dell’hotel Savoia, salutate in apertura dalle istituzioni locali (il Sindaco Roberto Cosolini, la Presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat) e dall’intervento di Suor Giuliana Galli, cento e più donne hanno fatto resoconto della propria esperienza di confronto avvenuta il giorno prima.

Era evidente che l’iniziativa aveva avuto una funzione di formazione reciproca.
Le convenute concordavano su alcuni insegnamenti scambiati, su esperienze di lavoro condivise come importanti che volevano elevare ad emblema.
C’era chi lavorava da sempre con la voce, alla radio, e con il suo microfono immaginava di raggiungere la persona più sola nel luogo più sperduto.
Chi aveva speso una vita intera come imprenditrice, e ricordava: “Bisogna sbagliare rapidamente, e andare avanti senza pensare troppo.

Alla prima pausa caffè, alcune delle invitate da me interpellate esprimevano dei dubbi. “Mi aspettavo un evento dedicato alla piccola e media impresa, ma poi ho capito che <<impresa>> era inteso in senso ampio. Ho incontrato molte donne che non conoscevo, e che hanno esperienza di settori anche molto distanti da quello dell’azienda“, mi spiegava Silvia Dragan, intervenuta per rappresentare la sua ditta.

Al rientro in sala, con l’atmosfera ancora un po’ semisospesa nell’aria, è ripartito il racconto.
Diversamente dalle iniziative con donne abituate ad un certo grado di riconoscimento pubblico, era frequente sentire atteggiamenti estremamente modesti, da parte di signore che pure avevano raggiunto risultati non comuni.
Molte donne con una forte storia di impresa alle loro spalle avevano parlato di discriminazione sul lavoro.
Oppure presentavano sè stesse usando i seguenti toni: “E’ un episodio, il fatto che io sia Preside“.
Mi domandavo: cosa era avvenuto in questa due-giorni, una sorta di laboratorio di ascolto?
Ad un certo punto, quando Serena Fonda Umani ha dichiarato: “Io quasi non ho amiche femmine: ho fatto un lavoro maschile, e ho conosciuto solo maschi“, le altre l’hanno interrotta in gruppo: “Ma ora hai conosciuto noi!

A quel punto è diventato palese che le donne invitate erano state riunite da una caccia ai talenti “altri”.
La organizzatrice Patrizia Rigoni definiva l’incontro una operazione narrativa. Una collana di racconti.
Il far emergere le storie meno note, ancora prive di visibilità riconosciute, eppure esperite con grande professionalità.
Con una speranza appena accennata: può ciascuna di queste perle diventare ora l’anello di una rete, moltiplicata per cento?
Cento e una“, le hanno risposto, “al femminile“.

Verso la conclusione, gli interventi hanno cominciato a trarre le somme.
Ieri si sono incontrate centouno solitudini. Qui c’è una dimensione femminile molto impegnata che abbiamo il dovere di rappresentare, riflettendo sul modo di assumere il potere e le responsabilità. Le questioni di genere sono tematiche che hanno una dignità altissima. Ci sono interi rapporti di analisi che sprecano dati e indicatori per valutare questi aspetti, eppure ancora non sono noti alla maggior parte delle donne italiane. Questo è un problema culturale, e il nostro evento ha avuto anche la funzione di far riemergere la consapevolezza“.

Il saluto di chiusura è stato portato dalla Vicesindaco Fabiana Martini, che ha speso parole di inclusione.
Questo evento ha manifestato un fortissimo e presente senso di responsabilità per il bene comune.
L’invito è ad esercitarlo anche nelle istituzioni e nella politica, ad impegnarsi. Le istituzioni hanno bisogno di voi: intervenite, partecipate, non lasciate le istituzioni sole.
Da parte delle istituzioni, l’impegno è a dare parola, creare spazi, mettere a disposizione luoghi pubblici. Supportare con servizi alla persona, domiciliari, ora stiamo lavorando verso un nuovo asilo nido, e così via.
Nel creare reti l’istituzione può avere un grosso ruolo di regia. Non solo <<proteggere>> le reti, ma anche proiettare le idee.
Vi esorto a fare allenaze con le istituzioni, alleanze tra di noi, e anche alleanze con gli uomini. Altrimenti non andiamo da nessuna parte.

la raccolta delle melagrane Il simbolo dell'evento

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Anche “Wall street 2″ non è male

Una recensione del film “Wall street 2 (il denaro non dorme mai)” dice:
Oliver Stone torna sui suoi passi rivisitando un proprio personaggio. In questi casi si tratta sempre di operazioni rischiose ma l’operazione è riuscita. Non poteva essere diversamente, vista la materia offerta dalla recente crisi finanziaria di cui ancora a lungo pagheremo le conseguenze.

Concordo.

Una delle cose che mi hanno colpito nel film è come il giovane protagonista accetti, per almeno due volte, dei ricatti. Come parte “normale” del sistema delle relazioni e dei rapporti di forza.

Inoltre, a differenza del primo, questo secondo capitolo dedica non poco spazio ad alcune vicende famigliari, usando lo stile della commedia romantica.
Strano. Cosa c’entrano?
Forse, questi elementi addolciscono la trama, e permettono di farla passare più facilmente attraverso i pensieri dell’osservatore.
Che non può non notare, nel frattempo, uno dei messaggi principali.
La recidività umana nel produrre comportamenti sociali non sostenibili.

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Ancora sulla biografia del Tintoretto

Nell’opera Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Biografia di una famiglia veneziana, uno degli aneddoti sulla vita del pittore che sicuramente è tra i preferiti dei biografi, è quello del Concorso per l’Ovato di San Rocco.

“L’episodio, di cui tutta Venezia mormorava, guadagnò risonanza nazionale quando fu stampato, nero su bianco, nelle
Vite del Vasari nel 1568. Il racconto dice così. Il giorno stabilito per la scelta del bozzetto, tra quelli proposti dai migliori pittori di Venezia, che avrebbe dovuto essere dipinto sul soffitto della Sala dell’Albergo nella Scuola di San Rocco, Banca e Zonta si riuniscono. Tre dei quattro eccellenti maestri contattati dalla Scuola (Paolo Veronese, Giuseppe Salviati e Federico Zuccari) presentano diligentemente il proprio bozzetto. Tintoretto, invece, ha preparato un colpo di teatro: leva il cartone che mascherava l’ovato sul soffitto, e gli astanti si accorgono che lassù non c’è il bozzetto, ma il dipinto già finito: San Rocco in gloria. Il quarantacinquenne Tintoretto ha corrotto un guardiano e si è introdotto nella sala per misurare lo spazio destinato alla pittura: così ha potuto completare l’opera e anticipare i rivali. Nottetempo è tornato a sistemarla, e ora è lì.
L’episodio può essere raccontato con benevolenza, astio o ironia: ma, senza eufemismi, fu un esproprio violento ai danni dei colleghi. Tintoretto, del resto, non aveva scelta: mai aveva vinto un concorso. E mai ne vinse uno finchè visse. Ma il colpo pagò. Il 22 luglio si cominciò a dorare il soffitto, il 6 dicembre i fratelli dovettero onorare la promessa e tirar fuori i denari. Nel frattempo la presenza di Tintoretto nella Scuola cessò di essere abusiva. Con 85 voti favorevoli e 19 contrari Jacomo divenne fratello della Scuola Grande di San Rocco.”

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