Giusto per togliere eventuali dubbi

Ricevo questo articolo e, adattato, lo pubblico.
Perchè, con l’occasione della notizia di agenzia, offre una buona sintesi dei temi della questione femminile nel mondo.

Lenzuolata - bozzetto
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Una nuova agenzia delle Nazioni Unite per le donne: cambiare tutto perché cambi qualcosa – di Beatrice Costa*
15 luglio 2010. Dopo mesi di discussioni e trattative, il 2 luglio l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione che darà vita a UN WOMEN, la nuova agenzia ONU dedicata alla promozione dei diritti delle donne e all’uguaglianza di genere.
La nuova struttura – operativa dal gennaio 2011 – sarà guidata da un Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite e racchiuderà in sé quattro entità, fino ad oggi operanti in maniera separata: il Fondo di Sviluppo per le donne (UNIFEM), la Divisione per l’emancipazione delle donne (DAW), l’Istituto di Ricerca e Formazione internazionale per l’emancipazione delle donne (INSTRAW), l’Ufficio del Consigliere Speciale del Segretario Generale ONU sulle tematiche di genere (OSAGI).
Eppure rimane l’impressione di tornare indietro nel tempo: ancora, nel 2010, serve un’agenzia “per le donne” ancora “specie” da proteggere, promuovere, accompagnare? Dov’è finita la promessa del gender mainstreaming degli anni ’90, che avrebbe dovuto includere una prospettiva di genere a qualunque politica, legge, programma? Cosa non ha funzionato? Nonostante decenni di discussioni, centinaia di programmi e progetti, convenzioni internazionali, siamo ancora di fronte a dati sconcertanti rispetto alla condizione femminile nel mondo, e il dialogo tra istituzioni e società civile in occasioni di conferenze internazionali in tema di diritti delle donne non è regolare, né affidato a meccanismi di consultazione stabili.
A parità di mansione le donne mediamente percepiscono il 17% di salario in meno degli uomini, e sono meno dell’1% le donne che guadagnano più dei mariti. Sulle donne pesa la maggior parte delle responsabilità domestiche e di lavoro non retribuito: il carico di cura è prevalentemente affidato all’universo femminile. Due terzi degli adulti analfabeti sono donne e meno della metà delle madri nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo possono partorire assistite da personale sanitario. La violenza è la prima causa di morte per le donne tra i 15 ei 44 anni e su dieci persone vittime di tratta otto sono donne e ragazze. Troppo poche le donne in Parlamento, nei Ministeri, nei consigli di amministrazione, con rare eccezioni e non sempre nei Paesi industrializzati. Ricordiamo che fino all’anno scorso le donne erano solo il 16% dei diplomatici italiani (di cui più della metà ai livelli iniziali della carriera) e solo due direzioni generali del Ministero Affari Esteri erano guidate da una donna, mentre le donne presenti tra Montecitorio e Palazzo Madama sono meno delle parlamentari in Rwanda, Mozambico, Nepal, Perù.
Si prova imbarazzo a ripetere così spesso gli indicatori di disuguaglianza che dovrebbero rendere prioritario, deciso ed unanime l’impegno per restituire voce, dignità e autonomia a più della metà della popolazione mondiale.
Nondimeno negli ultimi trent’anni molto è cambiato nelle condizioni di vita materiale per le donne e nel dibattito pubblico o nei fora di elaborazione di pensieri e strategie. In molti contesti le donne sono passate da “categoria protetta” a risorsa preziosa, vettore di crescita e benessere, soggetto da includere non solo più per ragioni di pari opportunità ma perché la differenza può costituire valore aggiunto. Anche il World Economic Forum ha dimostrato che più un Paese è equo, più è competitivo e che investire per ridurre le disuguaglianze è economicamente conveniente, poiché massimizza le risorse a disposizione. In questi anni di crisi (alimentare, finanziaria, climatica) le donne vengono (a volte opportunisticamente) chiamate in causa come attori chiave per trovare vie di uscita e altri modelli di sviluppo più sostenibili.
La prospettiva di genere e l’analisi economica femminista hanno contribuito a rinnovare anche la disciplina economica, investigando il nodo produzione-riproduzione, costruendo analisi dei bilanci pubblici sensibili alla dimensione di genere, introducendo statistiche e dati prima ignorati.
Potremmo almeno metterci la faccia, promuovendo la leadership al femminile con una coraggiosa e significativa presenza di donne in fora e istituzioni internazionali.
Insomma, luci e ombre dunque per le donne del XXI secolo che da un lato vedono oggi aprirsi nuovi orizzonti, possono contare su molti più alleati tra organizzazioni non governative e istituzioni statali, ma dall’altro vivono ancora penalizzate da sistemi ampiamente discriminatori.
E’ con questo scenario che l’agenzia UN Women dovrà avere a che fare.
*Beatrice Costa si occupa di ricerca e analisi sui diritti delle donne e sulle politiche di genere per ActionAid

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Una donna in un ambiente del tutto maschile

Domenica scorsa ho passato un’ora davanti alla tv.
Incredibile, vero?
Non preoccupatevi, non succederà di nuovo per un bel po’.
E’ che non ero a casa mia.
Ero ad una festa, in cui era stato regalato un enorme nuovo schermo tv.
Che andava collaudato.

Lo ammetto: ero stravaccata sul divano perchè dovevo digerire una mega grigliata. Nulla più.
Però, già che c’ero, tenevo d’occhio i fenomeni di costume.
Era l’ultima ora dei novanta minuti delle partite di calcio.
Era il momento della vittoria dello scudetto dell’Inter.
Per lo meno, se dovevo vedere un’ora di tv, non era un’ora qualunque.

La cosa che mi ipnotizzava era la figura della conduttrice del programma: Simona Ventura.
Vestita in viola, abito scollato, gonna corta, prendeva la scena con esclamazioni a braccia aperte, ad ogni avanzamento importante dello stato del gioco. Chiamava i collegamenti tra i vari inviati. Faceva una regia, ovviamente, in quel gran casino che è la diretta, e non è poco.

Credo che sia opinione condivisa che la sua figura sia piuttosto forte. Lorella Zanardo ne “il corpo delle donne” la cita per i momenti in cui è anche troppo forte: infatti è spesso aggressiva, come se fosse un uomo, ad esempio quando maltratta le veline.
E non mi sorprende: è l’unica donna in quel marasma di maschi immersi nel gioco, ha i muscoli tonici, punta l’indice e s’impossessa dello spazio.
Mani in tasca, storce il suo gonnellino viola come se fosse un calzoncino da calcio.
Al posto suo, vorrei un vestito comodo.
Uno stramaledettissimo vestito comodo.

Perchè le fanno tenere, nonostante il suo corpo energico, quel look così pieno di dettagli scomodi? Sono dettagli che le richiedono continui aggiustamenti e gesti fragili, stonati, del tutto inutili.
Ad ogni inquadratura, deve tirare su i capelli (lunghi e senza fermagli) che le cadono davanti agli occhi.
Deve controllare i risultati delle partite sul suo tavolo, che è troppo basso, e quando ci si appoggia, fa sporgere un compresso decolletè.
Lei abbassa meno possibile il busto fino al suo tavolo assurdamente basso, e quando può, piuttosto, abbassa solo gli occhi e schiaccia il mento nel petto, pur di tener le spalle in sù, mani sui fianchi come un pistolero.
Rossetto di fuoco, smalto incendiato, si tiene i simboli della femmina addosso.
Ma i suoi gesti sono troppo buschi, troppo veloci (voce alta e mascelle tese) per essere accostati a quell’intercalare vulnerabile di chi ha sempre qualcosa fuori posto.

E mi domando.
Perchè non si può mettere un abito di scena comodo, appunto, su misura per calarsi nei panni del tutto peculiari quali sono realmente i suoi?
Perchè non le vediamo esprimere un’identità più complessa? Che elimini, o che reinventi, i soliti pezzi banali e troppo facili da riconoscere?

(Aggiungo un link ad un articolo del Guardian. Discussione tra una regista e una giornalista, che chiede: perchè a Cannes le donne regista in concorso sono ZERO?)

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Le voci dell’inchiesta

L’altra domenica sono andata a Pordenone, per acchiappare almeno un paio di proiezioni del festival dei documentari, Le voci dell’inchiesta, che avevo visitato anche l’anno scorso.

Al mio arrivo alle due del pomeriggio, la sala è completamente vuota, ed il cinema sembra tutto per me.
Adoro questi momenti.
Mi permettono di curiosare tra i dettagli dei luoghi dormienti.
In realtà poi il cinema si è animato rapidamente. A luci già spente e a proiezione iniziata, le persone han continuato a venire, e si sono accalcate fino a restare in piedi ai margini della platea.

Il primo lungometraggio, Il paese mancato, è stato presentato da Italo Moscati.
Un lavoro realizzato pescando nel mondo delle immagini dell’Istituto Luce“, ci ha detto il regista, che ha raccolto evidenze degli anni Sessanta e Settanta in Italia.
Quando la RAI si distrae, qualcosa si può fare“, ha osservato Moscati. “E non ci illudiamo che la RAI di ieri fosse molto meglio di quella di oggi“.

Cito, ad emblema, una sequenza.
Dei manifestanti, operai in sciopero contro la chiusura di uno stabilimento, salgono le scale dell’edificio della RAI: “Dovete mostrare anche le nostre richieste, e non solo i Cabaret!”, è la loro rivendicazione, supportata da striscioni e cartelli.

Il secondo documentario, The moon inside you, è opera di una regista slovacca.
L’idea è che ci sono dei temi nascosti (in questo caso, il ciclo mestruale), che ancora non sono stati oggetto di documentari. Perchè non girarne uno, allora, si dice lei?
L’autrice usa un tono leggero e divulgativo. Pian piano, il suo discorso accompagna lo spettatore dall’imbarazzo alla forza, dallo svelamento delle falsità al richiamo delle energie femminili positive.  

cinemazero tutto per me le voci dell'inchiesta - intro il proiettore del cinemazero il palcoscenico coi porta cavi
Italo Moscati al Cinemazero il cinemazero si riempie farrotto di asparagi e salsiccia aqstick

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Giusto un paio di note

Ieri Dado mi ha portata alla conferenza di apertura del Corso di Storia delle donne, introdotto all’Università già da qualche anno.
La presentazione si teneva alla sala del Circolo delle Generali. “Uno dei posti più belli di Trieste”, ha detto Tullia, che abbiamo incontrato tra i docenti, e aveva ragione: si vedevano delle splendide luci del tramonto dalla finestra, ed un Molo San Carlo (come dice Paolo Rumiz) adagiato secondo una insolita prospettiva.

i fiori di serena

E’ stata un’occasione in cui sentir parlare dei temi noti delle questioni di genere, ma con qualche spunto nuovo.

Ad esempio: quando mai si parla del genere maschile? Si parla sempre del genere femminile. Perchè è “l’altro”.

E ancora: non basta parlare della differenza, senza parlare del potere. Perchè è il potere che definisce l’identità che va accettata come “norma”; il resto rimane escluso, come “diverso”.

E poi: nella letteratura, il potere è stato trattato in modi variabili a seconda del periodo. Prendiamo ad esempio i tempi in cui emergeva il tema dell’uomo inetto (dalla Coscienza di Zeno in poi). Beh, in quel caso non era più il “solito potere” a “riuscire”, ad avere successo. Anzi. Molte situazioni prive di senso, viziate dall’inettitudine, emergevano a complicare le cose…

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La donna nuova, oggi, secondo Disney

Il seguente articolo è stato pubblicato anche su bora.la

Quando siamo andati al cinema venerdì scorso con gli amici, e abbiamo inforcato gli occhialini per la visione della animazione in 3D, non avevo aspettative particolari nei confronti del film che stava per iniziare.
Avevo già letto le recensioni dell’ultima versione di Alice in Wonderland. Sapevo che nel film non c’era nessun ricordo della critica sociale multistrato tipica dei libri di Carrol, nessuna traccia dell’anarchia fantasmagorica del regista. Gli ex-fan dicevano che Tim Burton era stato piegato ai diktat di Walt Disney, e che ormai non era più lui. L’autonomia di pensiero dell’originario personaggio di Alice se n’era andata per fare spazio al conformismo di un destino già segnato.
Dunque mi sono apprestata alla visione, curiosa e tranquilla: volevo sapere qual era il messaggio del conformismo odierno. E l’ho trovato.

(Attenzione, qui segue uno spoiler, con descrizione del finale del film).
La storia comincia con Alice che scappa da uno spasimante che ha problemi digestivi. Vediamo Alice che entra nel mondo delle meraviglie attraverso un buco nel terreno, e che trova un papiro con il suo destino descritto fino all’ultima riga. Questo destino le viene spiegato più e più volte: gli amici del mondo delle meraviglie non fanno che ripeterglielo, finche lei non cede e a fine film va ad accettarlo.
Che cosa, Alice, dovrà fare? Il suo compito sarà quello di “superare” l’avversione ad uccidere (da lei ripetuta per tutto il film meno che alla fine), considerando ciò una prova di “coraggio”, e “andare in guerra”.

La vecchia caccia al principe azzurro non prende più (conformismo versione 1.0): è proprio da quello che Alice scappa. Il messaggio per le ragazze di oggi, dalla premiata ditta Disney, non è però l’avere un pensiero indipendente. E’ semplicemente un messaggio aggiornato (conformismo versione 2.0).
La ragazza che vuole evitare di subire un matrimonio indesiderato, deve ora, come Alice, lasciar perdere comportamento originale e affetti (addio Cappellaio Matto, addio). Ecco che Alice ora può avventurarsi, solitaria e sicura di sè, in mare aperto. Dopo aver provato la sua capacità di eseguire una decapitazione, il sogno di Alice, molto moderno, è occuparsi di commercio con la Cina.

Quindi, carissime, se siete stufe di subìre ruoli femminili mortificanti, la vostra alternativa è: comportatevi come un vero uomo.

il display della Prius in ascensore verso il cine Torri d'Europa, lo scalone Carla al cine

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Intervista a Sylvie Coyaud

Sylvie Coyaud è una giornalista nata a Parigi che si occupa di divulgazione scientifica su giornali e radio. Scrive per il supplemento culturale del Sole-24 Ore e per “D”, supplemento di Repubblica, e ha collaborato con l’Unità, Linea d’Ombra, Etica e Economia. Traduttrice di una trentina di libri scienifici, ha ricevuto diversi premi per la divulgazione.

Ci siamo appassionati del suo blog dopo la lettura del libro La scomparsa delle api. Indagine sullo stato di salute del pianeta Terra.
Lo scorso fine settimana, al Teatro Miela, ha partecipato a due eventi della serie Mi&LAB, un microfestival su scienza, musica, e molto altro.
Con l’occasione, l’abbiamo intervistata.

Questo articolo è stato pubblicato anche su bora.la

FATTI PIÙ IN LÀ: DONNE E SCIENZA TEMPO E VIRTUALITÀ NELL’EPOCA DEL SIMBIONTE

Lei è giornalista scientifica e divulgatrice.
Quali sono i luoghi, oggi, in cui si svolge la divulgazione scientifica?

La cosa che mi colpisce, da 25 anni che faccio questo mestiere, è come siano cambiati i luoghi. Una volta, quando ho cominciato io, in radio c’erano pochissime trasmissioni che parlavano di scienza, credo solo due in tutta Italia: una molto inamidata, e una un po’ sul ridere, che era Il Ciclotrone a Radio Popolare (poi diventato Le Oche di Lorenz, su Radio Rai3 e Radio24) una volta a settimana.
Ora, per le notizie scientifiche, non c’è un giorno alla settimana dedicato. Escono quando sono di attualità. Non sto parlando della qualità, ma della frequenza, che è enormemente aumentata.
Allo stesso tempo, meno in Italia, e sicuramente di più all’estero, c’è scienza nei film, nei romanzi, nelle opere liriche. Ad esempio, l’ultima opera di Philip Glass si chiama “Keplero”, ed è sulla musica delle sfere. La divulgazione scientifica non è più contenuta in un ghetto a sè.
E questa è una notizia fantastica.
Mi piace moltissimo vedere che il tema scientifico viene ripreso da artisti, tanti, anche visivi, anche scultori. La relatività si presta ad essere tradotta in balletto? Qualcuno ci ha provato, a ballare l’unificazione tra spazio e tempo. Questo, venti anni e rotti fa, non c’era. C’era pochissimo.

Secondo lei, quanta parte del “seminato” in attività divulgativa, lascia il segno nel pubblico e riesce ad influenzarlo?

Ho conosciuto un musicista a cui piaceva il nome del bosone di Higgs. Mi ha detto che voleva fare una banda che si chiamava bosone di Higgs: aveva una curiosità al proposito, che gli era rimasta nell’orecchio. Poi un giorno se avrà un motivo di incuriosirsi di nuovo sull’LHC del CERN di Ginevra che dovrà catturare il famoso bosone, si informerà, e vedrà che non c’è solo quello, che ci sono anche le teorie delle particelle simmetriche, che si possono misurare eventuali nano buchi neri, e così via.
Questo è il mestiere del divulgatore scientifico. Sentendo quel musicista mi dicevo: ho raggiunto il mio scopo.
Divulgazione non è fare una lezione. La scienza si insegna, si impara. Ma l’insegnamento è un rapporto tra le persone. Invece i giornali, le radio, non sono interattivi, non sono un rapporto didattico. È inutile sperare che la gente impari la scienza leggendo i giornali o guardando la televisione, è una follia. Quello che si può buttare lì è la parola che resterà nell’orecchio, un senso di familiarità, un’idea generale di quello che sta succedendo.
A volte mi pento del seminato. C’è una coppia di conoscenti che mi dice: “È tutta colpa sua se mia figlia ha ascoltato una trasmissione scientifica in radio, ha provato a fare carriera nella scienza in Italia, e adesso sta in America e non torna quasi mai”. I suoi genitori ce l’hanno con me. Però lei ha scritto, tra le altre cose, una copertina su Science.

Sabato sera, al Teatro Miela, si è svolto un incontro intitolato “Fatti più in là: donne e scienza”, in cui oltre a lei ha partecipato Raffaella Rumiati, professore associato in Neuroscienze Cognitive alla SISSA.
Il suo punto di partenza era questo: forse le donne, per la scienza, sono proprio negate…
Ce lo può spiegare meglio?

Quando dicevo che le donne per la scienza sono proprio negate facevo una provocazione, perché ovviamente sono convinta del contrario.
Sono così brave da laureate, e nel dottorato ottengono dei voti superiori alla media. Eppure le donne, dopo gli studi, hanno difficoltà a fare carriera nella scienza. Allora la provocazione potrebbe essere riformulata così: tanto vale chiudere loro l’accesso allo studio della scienza, perché si buttano via soldi. Perché educare, formare, uno scienziato o una scienziata che costa sui trecentomila euro (un po’ meno in biologia, un po’ più in fisica), se poi questi scienziati e queste scienziate emigrano? L’Italia non ha tutta questa ricchezza da sperperare. Eppure i nostri ricercatori finiscono per andare a lavorare nei paesi ricchi, quelli più ricchi dell’Italia: i paesi del nord Europa, gli Stati Uniti… Io trovo che regalare, ad esempio alla California, trecentomila euro per un ricercatore ormai formato, sia un po’ disgustoso. Perché io, che sono di Action Aid, direi: se proprio dovete regalarlo, almeno regalatelo ai poveri. Regalate dei grandi virologi per affrontare il problema della malaria nel Burkina Faso. Oppure metteteli all’asta, e guadagnateci qualcosa, perché l’Italia non ha i mezzi per permettersi di buttare via degli scienziati.

Qual è, oggi, lo stato del dibattito sulle questioni di genere?

Il dibattito sulle questioni di genere c’è, ed è avanzato, ma non esce assolutamente nello spazio pubblico, perché i media sono degli uomini e loro non li mollano.
Ma torno alla mia esperienza con Action Aid, e alla crescita del mondo del volontariato.
La prima ONG è dell’Ottocentotrenta: si tratta della lega contro la schiavitù. Per quasi un secolo, le ONG sono pochissime. All’inizio della prima Guerra Mondiale arrivano a mille, e oggi sono due milioni e mezzo.
Le cose non cambiano, se non si esce dalla povertà, se non si assicurano alle bambine l’educazione, la libertà, ovvero se non vengono riconosciuti alle donne i diritti umani. Su un miliardo di persone che hanno fame, il settanta per cento sono donne: il divario è enorme. Nei paesi come India e Cina lo squilibrio tra il numero dei bambini che arrivano a cinque anni, e il numero di bambine che arrivano a cinque anni, è di ottanta bambine per centoventi maschi.
Ora, nel mondo del volontariato, le donne sono diventate importantissime, e stanno sempre più prendendo le cose in mano. Non a caso, il cambiamento parte dal basso, parte dalla pancia delle donne: la specie parte da lì, nasce da lì.

Se invece parliamo del dibattito sulle questioni di genere qui vicino a noi, per fortuna, abbiamo finalmente degli esempi quotidiani di donne nella scienza. Una volta si citava Marie Curie, ma chi è che si sente capace di prendere due premi Nobel, oggi, in due materie, fisica e chimica? Marie Curie era eccezionale anche per i suoi tempi, come maschio o come femmina non importa. Non ci si può misurare con Einstein e la Curie. I modelli di riferimento si possono trovare in chi fa la scienza quotidianamente, in chi è riuscito a dirigere un laboratorio, o un istituto. Figure femminili di questo tipo in cui riconoscersi ci sono. Questo vale di più in altri paesi che in Italia, ovvero nei paesi dove la scienza stessa conta di più, come l’Inghilterra. I paesi che investono di più sulla scienza stanno attenti alla presenza delle donne, perché hanno capito che conviene non fare a meno della loro intelligenza.

Vorrei cogliere l’occasione per proporre dei modelli di riferimento.
Ad esempio, può raccontarci quanta parte della sua attività professionale è dedicata alle varie componenti del mondo scientifico e della comunicazione (attingere dalle fonti, viaggiare, produrre contenuti originali…)?

Io ho viaggiato molto quando facevo la radio, spesso lo facevo direttamente dalle conferenze e dai laboratori. Mi piace vedere come la gente lavora e come usa gli strumenti, perché ogni strumento ha dei coni d’ombra, dei limiti da gestire. E poi, come dice Noam Chomsky, il linguaggio si usa soprattutto per scambiarsi pettegolezzi, e solo in un secondo momento si usa per scambiarsi informazioni. Per cui, moltissime cose si imparano alla macchinetta del caffè. Io imparo, lo scienziato mi insegna, e viceversa. Non si finisce mai di studiare. Inoltre, a me fa piacere ricevere delle critiche. Innanzitutto, se ricevo una critica, vuol dire che ho un “peer reviewer” in più (ovvero un revisore), e poi questo conferma che il mio contributo è stato letto.

Nel mio lavoro ci sono dei grandi modelli a cui ispirarsi, e molti di questi sono delle donne: Alison Abbot su Nature, grandissima; Elizabeth Pennisi su Science (io sono una sentimentale, lei no), Elizabeth Kolbert sul New Yorker, quella che è andata nell’Artico con gli Inuit a vivere il cambiamento climatico. Ci sono anche dei grandi uomini da cui trarre esempio. Io scrivevo su l’Unità, e lì c’è stato Pietro Greco; oppure sul Guardian scrive Tim Bradford, una persona che guarda criticamente la scienza.
Bradford parla della ricerca come si parlerebbe di un libro, come un critico letterario. Osserva la produzione della cultura, e non fa semplicemente la claque. Anche a me in Italia viene chiesto spesso di fare la “pon-pon girl”: vengo tartassata a parlare per forza di una ricerca che è uscita su un grande giornale italiano, anche se ha qualcosa che non va. Ma allora lasciatecelo dire, che c’è qualcosa che non va, magari controllando con qualcuno che ne sa più di noi.

Se emerge un dubbio su come è fatta una ricerca, dobbiamo poter dire, come ho scritto su Il Sole 24 Ore dopo l’annuncio che è stato clonato il primo embrione umano, “Aspettiamo che qualcun altro riesca a farlo, perché in questo momento non ne sono convinta”.
Ed infatti, quella si è poi rivelata una truffa.
Ora, potrebbe essere stato un puro caso, ma sempre in quell’occasione un amico mi aveva avvisato: “Hai visto quanti ovuli hanno usato? Duecento. E quanti ovuli ci sono voluti nella catena di esperimenti che hanno portato a Dolly, la prima pecora clonata? Meglio fare attenzione, perché i dati di questo paper sono strani”. Ho cominciato a chiedere: “In questo tipo di prove, si usano duecento ovuli, in tutto?” E mi rispondevano: “Tu non devi criticare, perché qua c’è già il Vaticano che critica…”. Ma i risultati clamorosi bisogna sempre prenderli con le pinze. Noi avevamo dei dati statistici sulla clonazione animale, e sapevamo che duecento ovuli era un numero ridicolo, perché ci sono tanti motivi perché le cose non bastino: per colpa della metilazione, del legame carbonio che crolla, e così via.

Un’ultima domanda. Se torniamo all’indietro nel tempo, arriviamo alla Creazione o al Big Bang?

…Al Big Bang! Arriviamo all’Universo Mamma da cui siamo nati! Arriviamo ad una genitrice, forse, ad una matrice di universi. Io penso che gli Universi siano più di uno, ma è una opinione assolutamente personale.

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Recensione di altri blog – 2

Un altro blog che seguo assiduamente è quello di Lorella Zanardo. Scrive in modo severo, ma anche positivo, con un equilibrio che mi piace.
Il suo documentario, “Il corpo delle donne” (come le donne vengono rappresentate veramente in tv, una analisi agghiacciante) ha contribuito a far ripartire il dibattito sulle donne in Italia. L’ho visto spesso proiettato in città, negli eventi dedicati al femminile: un punto di riferimento del discorso odierno.

irisverde corteccia vestine rosa

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Recensione di altri blog

L’altro venerdì stavo tornando da un viaggio all’estero.
Ero ormai arrivata a Ronchi, ero salita sul bus navetta, bus che in un’ora mi avrebbe portata a casa.
Accendo la radio. La ascolto nell’orecchio.
Su radio tre c’è Fahrenheit. Recensione di libri. Bene.

La voce della conduttrice mi ricorda qualcosa.
Intervista altri autori, gioca con loro a “indovina qual è questo libro”.
Alla fine sento il suo nome: la conduttrice lo ripete prima di chiudere la trasmissione.
E’ Loredana Lipperini.
Ma io la conosco!
Per la prima volta sento la sua voce.
Di solito, leggo il suo blog.

Il blog di Loredana Lipperini è uno di quelli che vengono aggiornati tutti i giorni. Anche il sabato e la domenica.
Questo motivo, da solo, fa attrazione e fidelizzazione.
Il blog della Lipperini, nella classifica di dicembre di Wikio, si colloca al settimo posto tra i blog più visitati.
Io lo seguo da più di un anno.
Loredana parla di immaginario culturale, di donne e di filoni nella narrativa di genere, ed è molto critica, sempre accesa.

Quando ho sentito la sua voce per radio, mi si è acceso qualcosa.
Mi sembrava una familiarità che diceva qualcosa di più.
Mi faceva pensare: “Che bello, condurre una trasmissione storica che parla di libri. Potrei farlo anche io, un giorno, se ne avessi l’opportunità”.
Lei si definisce informatrice culturale.
Sì, capisco.
Capisco che posso essere questo, quello o altro.
Capisco che la mia professione non è un nome sulla carta.
La mia professione non ha nome.
La mia professionalità è dentro di me.
Nessuno può portarmela via.

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Le recensioni ufficiali di davidaola

Di recente Dado è entrato a far parte della redazione del giornale on-line bora.la, producendo articoli che sono tra i più visitati di tutto il sito.

Anche io ora ne ho scritto uno, su un tema a me caro, ovvero le questioni femminili. Questo, perchè sono stata invitata a contribuire con un breve discorso ad una tavola rotonda, e già l’elenco delle altre illustri partecipanti era motivo sufficiente di entusiasmo. Potete immaginare come sono stata contenta quando mi è stato detto: “Sono una tua fan”, da una delle brillanti signore di cui io stessa sono ammiratrice a mia volta.

Di seguito riporto il testo integrale dell’articolo.

locandina evento

Riunito il primo Consiglio delle Donne di Trieste

Sabato 12 dicembre si è riunito il primo Consiglio delle Donne di Trieste, presentando importanti contributi di Poropat, Blazina, Serracchiani, Pedicchio, Richter, Carignani e molte altre donne che ricoprono posizioni di rilievo sul territorio. Erano attese anche l’assessore Rosolen e Margherita Hack. Quest’ultima ha inviato un saluto, essendo all’estero per un’iniziativa scientifica inderogabile.
Il convegno è stato organizzato dal Forum delle Donne di Trieste, nato nel 2006, durante le campagne elettorali comunali e provinciali. Costituendosi come organizzazione trasversale di donne provenienti da tutti i partiti, ha promosso numerose iniziative, tra cui l’adesione alla campagna “50 e 50″ lanciata dall’UDI (Unione Donne Italiane) per un’equa rappresentanza delle donne in Parlamento; l’istituzione di incontri con forze politiche, e la presentazione delle candidate di tutte le liste.

Sabato mattina dunque, nella sala conferenze del Grand’Hotel Duchi d’Aosta, i lavori sono stati aperti da Ester Pacor, presidente del Forum, affiancata da Luisa Fazzini e Ilde Poggi. Scopo della tavola rotonda era l’individuazione delle linee guida principali da seguire nel corso dell’anno successivo da parte del Consiglio delle Donne di Trieste, interessate a promuovere i temi del femminile sul territorio.
Dagli oltre quindici interventi, sono emerse distintamente le problematiche dell’integrazione e del lavoro, oltre a quelle della conciliazione e dei servizi, dell’urbanistica (sottolineata dalla consigliera comunale Bruna Tam), dell’ambiente, e della cultura sulle questioni di genere.

Vediamo dunque alcuni dei contributi proposti.
Cristina Pedicchio, presidente del centro di Biomedicina Molecolare, ha animato la discussione ricordando come, a seguito di un questionario presso i dipendenti di Area Science Park, era emersa netta la richiesta dell’asilo nido aziendale, servizio oggi reclamato anche dai nonni e dalle nonne, ancora presenti ed attive nel mondo del lavoro. Ripercorrendo l’iter di realizzazione della struttura nido, ha citato le numerose volte (ben cinque) in cui il progetto era stato presentato prima del suo accoglimento, e la resistenza incontrata per il suo finanziamento.
Maria Stella Malafronte, vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti FVG, ha raccontato appassionatamente quante giovani donne escano con voti brillanti dalle scuole di giornalismo in Italia, incontrando però poi grosse difficoltà ad accedere ad incarichi di responsabilità nel settore (tra i quotidiani nazionali troviamo una sola donna che ricopre il ruolo di direttrice).
Carla Mocavero, scrittrice, ha menzionato gli illustri nomi della scrittura a Trieste: Svevo, Saba, Joyce, che possono essere affiancati da molti altri nomi portatori di diversità culturale. “L’identità di Trieste come città della scrittura ha già basi evidenti; e queste basi, ora, le dobbiamo arricchire”.
Debora Serracchiani, arrivata verso la fine, ha partecipato portando ad esempio gli strumenti incontrati presso il Parlamento Europeo. Ha segnalato una iniziativa adatta ad essere ripetuta a Trieste, e che finora ha avuto attuazionea Milano. Una tavola rotonda sul tema delle migranti, per lo studio del fenomeno e per proposte concrete. Ha osservato come l’immigrazione femminile avvenga per diverse motivazioni: donne al seguito del marito per ricongiungimento famigliare, migranti autonome alla ricerca del lavoro, e molte altre tipologie. Di quali strumenti di supporto si possono avvalere queste figure femminili? Non ce ne sono di diversi a seconda del tipo di migrazione, è presente un unico “calderone” in cui vengono catalogati anche gli uomini, senza che sia reso possibilile distinguere tra le necessità espresse da ciascun gruppo.
In chiusura, la presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat ha espresso con forza il valore della competenza. “Prima di poter scegliere candidature al femminile per la politica”, ha dichiarato, “si devono dare alle donne degli strumenti di formazione adeguati. La politica è un settore che richiede delle competenze specifiche, per cui le candidature devono essere scelte a seguito di un solido iter formativo”.
Chiude il convegno Ester Pacor con un augurio, ovvero quello di poter passare il testimone dell’impegno per i diritti delle donne alle giovani generazioni.

Personalmente ho trovato l’iniziativa molto interessante. Innanzitutto mi ha dato l’opportunità di parlare allo stesso tavolo di illustri rappresentanti del mondo femminile cittadino. Presentandomi come “probabilmente la più giovane”, pur se con un’esperienza professionale di dieci anni, da ingegnere e poi manager, ho potuto dare un esempio della mia generazione. Ho confermato come ancora oggi la segregazione professionale femminile nasca già al momento delle scelte formative, per motivi culturali. Le statistiche Almalaurea mostrano chiaramente quanto le ragazze scelgano di costruire il proprio futuro ispirandosi ancora ad identità stereotipate.
Inoltre già l’evento in sè ha potuto offrire delle risposte alla problematica culturale del dibattito sulle questioni di genere. Quante delle donne presenti in sala avrebbero potuto costutire degno modello di riferimento per le nuove generazioni? Molte, se non tutte.
Ad esempio, ho apprezzato molto l’intervento di Etta Carignani, già presidente nazionale Associazione Donne Imprenditrici e Direttrici d’Azienza. La Carignani è intervenuta con un commento, con cui ha voluto condividere la propria esperienza di impegno per la promozione dell’impresa al femminile. Il suo attuale incarico di segretario generale FCEM (donne direttrici d’impresa nel mondo) l’ha portata a conoscere in prima persona le capacità delle donne sullo scenario internazionale. Ha sperimentato gli effetti del “digital divide” presente nei paesi in via di sviluppo, i problemi di conoscenza della lingua in nazioni pur tecnologicamente avanzate come la Corea, e le difficoltà incontrate sui diversi processi produttivi (come la realizzazione del sapone nei villaggi africani, che per motivi di temperature non potevano adottare il processo standard). Nelle sue parole (come in quelle di molte delle altre oratrici) era ben visibile il tipico esempio di modello professionale positivo: “Grazie alla mia attività”, affermava Etta, “ho avuto l’opportunità di rileggere il libro della storia attraverso le vicende delle donne dei vari paesi”.

Ilde Poggi, vicepresidente del Forum, dopo la chiusura, mi ha confermato il suo apprezzamento per questo evento. “Lo considero un punto di riferimento per idee ed opinioni. Spero che sia l’inizio di una serie di incontri futuri, che fino ad oggi si sono svolti su base annua, ma che meritano di essere trasformati in un appuntamento mensile, per passare al programmare ed al fare”.

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Una serata di donne al caffè S. Marco

“La cultura si cambia con l’esempio”

(da una conferenza del Centro Antiviolenza GOAP)

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