Il segno dei tempi / 2

Domenica sera, cinema e drink con Carluca.
Siamo andati a vedere Tra le nuvole, l’ultimo film con George Clooney, che interpreta un “tagliatore di teste”.
A parte il tratto sentimentale della storia, ho trovato interessanti le scene che presentano le dinamiche del licenziamento.
Dalla recensione di Mymovies: “il film porta in scena un contesto attuale e una ventina di disoccupati veri, mescolati agli attori professionisti, ma non per questo indistinguibili”.

stessi gesti patatine limone nel bicchiere

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Trieste Film Festival: i vincitori e il pubblico

Questo articolo, come il precedente sullo stesso argomento, è stato pubblicato su Bora.la

l'accredito

Il Trieste Film Festival è finito, e sono stati annunciati i vincitori.
Innanzitutto, a bilancio della rassegna, ho visto che il pubblico si è sempre fatto vedere ampiamente nelle sezioni serali, pur in assenza della sede centrale del cinema Excelsior, oggi chiuso, e del quale si sente la mancanza. Nel pomeriggio ho notato un’affluenza minore, e questo non rendeva giusto merito alle pur ottime proiezioni presentate in quell’orario. La mia sensazione è che le poche “pigne” e i buoni lavori siano stati distribuiti abbastanza equamente nell’arco della giornata, ad esempio il premiato STURM è stato proiettato alle 18.
Non sono mancate le tipiche “facce da festival”, quelle da maratoneta che presenzia a tutta la rassegna, preferibilmente nelle prime file, e ancora meglio se sempre sulla stessa sedia.

A posteriori della premiazione, mi ritrovo a concordare con i risultati della sezione “premi del pubblico”.
Nella sezione documentari ha vinto DIE FRAU MIT DEN 5 ELEFANTEN – LA DONNA CON I CINQUE ELEFANTI, di Vadim Jendreyko, e il responso del pubblico ha coinciso con quello della giuria.
Nella sezione cortometraggi troviamo il video di animazione intitolato BOB, già descritto nell’articolo precedente; un corto che non si può negare abbia strappato diverse risate al pubblico oltre che un buon applauso in chiusura.
Il premio del pubblico nella sezione lungometraggi è andato a STURM (TEMPESTA), prodotto da Germania – Danimarca – Paesi Bassi, e proiettato al Miela mercoledì pomeriggio. Confermo infatti che questo è stato anche il mio preferito personale in assoluto.

STURM è la storia inventata di un processo all’Aia per crimini di guerra in Serbia, un’opera realizzata con un discreto livello di realismo. Infatti viene dato spazio ai retroscena professionali e personali dei personaggi mentre portano avanti le attività processuali. Si racconta di testimoni in bilico tra il rischio di ritorsione e gli ingranaggi della legge internazionale, di operatori giudiziari più o meno vicini alla politica e di complicati equilibri di compromesso negoziale. In particolare ho apprezzato il filo rosso che legava le sorti delle protagoniste femminili. Di queste, si sono messi in evidenza i pochi appigli presenti al di fuori della condizione di subalternità, le oscillazioni e i dubbi personali, ma anche la loro determinazione ad uscire a testa alta da un sistema che non è il loro.

Per quanto riguarda le altre sezioni del concorso, faccio un cenno a KYNODONTAS (CANINO), di Yorgos Lanthimos – cinema greco, menzione speciale della giuria per i lungometraggi.
Si tratta della tipica costruzione di un micromondo artificiale, che ovviamente ha molto da rivelare sul nostro mondo reale.
La storia è centrata sulle strane abitudini di una famiglia che vive segregata in una villa sin dalle sue origini: i tre figli, in particolare, non hanno mai superato la soglia del cancello, e perciò l’ambiente ha le inquietanti sfumature dell’idillio che nasconde un campo di concentramento. Infatti si tratta di un “concentramento” applicato sulla mente, mediante l’insegnamento e l’educazione. Il risultato che i figli non escano mai dal perimetro è stato ottenuto semplicemente perchè i genitori li hanno istruiti così fin dalla nascita. Emerge dunque l’apparentamento tra l’approccio educativo e le tecniche di addestramento adottate per i cani (da cui il titolo, che fa riferimento alla passione del padre per i cani da guardia addestrati).
Ne emerge una parodia del termine ‘capofamiglia’: il padre è l’unico che esce per andare al lavoro e tornare a casa liberamente. Inoltre è necessario un contributo collaborazionista: la madre non esce mai, ma avvisa il marito telefonandogli in fabbrica, se qualcosa di difficilmente spiegabile si è verificato, in modo che al suo rientro vengano create nuove fandonie che permettano di continuare a reggere il palco. Spettacolare è ad esempio la scena in cui il figlio maggiore non osa superare la soglia del cancello pur aperto, e posiziona accuratamente il piede in un punto adiacente al confine concesso, mentre il padre varca il limite e poi rientra, semplicemente per riprendergli un areoplanino giocattolo caduto fuori.
Il regista non si risparmia il gioco della riproposizione di alcune scene di sesso in chiave assurda, perchè condizionate anch’esse dalla logica imperante. Ne è un esempio il rapporto tra le due sorelle minori adolescenti, una continua alternanza punizione/premio, del tipo: “Se mi regali quel ferma capelli ti lecco. Dove vuoi tu. Per esempio sulla spalla”.
Per il resto, lascio all’immaginazione del lettore il crescendo delle dinamiche di gruppo portate sempre più al limite del sostenibile.

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Recensioni dal TFF

— questo articolo è stato pubblicato anche su bora.la —-

Domenica sera vado a vedere un documentario del Trieste Film Festival.
Fuori dall’Ariston c’è un po’ di fila, devo dire che con questo freddo non me l’aspettavo: credevo fossero rimasti tutti a casa. E invece all’interno trovo una discreta folla: da compatti ci si scalda di più.

Si proietta Uomini e vino di Giampaolo Penco. Un giro tra i produttori di vino della nostra regione, con qualche sconfinamento, e con i salti nel tempo offerti da foto di famiglia, registri storici d’azienda, e recensioni sui passi dell’enologo Mario Soldati ripercorsi trent’anni dopo.
Si va dai vigneti centenari di Rosazzo ai pregiati ettari di “superficie vitata” presso Bosco Romagno; dal “vino di quattro anni che è come un bambino non ancora cresciuto”, al Terrano acido che buca le tovaglie; dall’artista che si nasconde tra le “vigne che attutiscono il mondo”, alla mularia che canta in osmizza da Ferluga a Pis’cianzi.

Il lavoro mi sembra abbastanza genuino e ingenuo. La varietà dei quadretti è ottenuta con interviste brevi, e rivela le contraddizioni di un mondo che sta passando. Indimenticabile l’esempio del vino prodotto in anfora alla “vecchia maniera”, trattato con antiparassitari fuori moda e dai nomi che fan venire i brividi…

Fuori dall'Ariston Nell'ingresso dell'Ariston

Lunedì sera, torno al Festival al teatro Miela.
Al pomeriggio, un film greco. Alla sera, un corto tedesco e dei lavori sloveni.
Durante la pausa delle otto cerco di andare al bar, ma le maschere mi impediscono di uscire dalla sala da quel lato: “C’è un muro di gente che sta per entrare, di qua non riesci a passare, riprova dopo”.
Hanno ragione.
All’apertura delle porte, la sala si riempie tutta.

Le storie del giorno sono legate a personaggi in cerca di una vita migliore, ma in realtà non se la possono permettere.
Tralascio il giovanotto greco de La fotografia, che costruisce un intrico crescente di equivoci ed inganni (“meglio essere in una fossa di leoni ben sfamati, che in una fossa di leoni affamati”, gli suggerisce la vecchia mamma).
Cito un solo personaggio per tutti: il mitico criceto del cortometraggio animato intitolato Bob, di J. Frey e H. Fast. Il tipico criceto nella ruota, il criceto che corre e corre e corre.
(Attenzione: spoiler!).
L’inizio è furbo: la ruota sembra un’optional, un accessorio di cui poter fare a meno. Identificandoci col criceto, anche noi corriamo sulla ruota, corriamo fino a Roma, a Parigi, a New York…
Senonchè riappaiono Roma, Parigi, New York…
Troppo circolare questo viaggio.
Un viaggio che sa di gabbia.
Ma questo è il meno.
Il problema è passare la vita ad inseguire la criceta della gabbietta vicina.
Alla fine dell’inseguimento, l’incontro.
E la criceta si presenta: “il mio nome è Bob”…

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Non solo una foto viola

Questo autoscatto risale a qualche sabato fa, in cui la sera dopo il cinema siamo andati a prenderci sei-succhi-di-frutta-sei con gli amici. Eravamo andati a vedere il documentario Food Inc, un lavoro sul sistema della produzione alimentare (che fa bene il paio col già citato libro Fast food nation).

In questo periodo abbiamo visto dei film o dei documentari interessanti ai festival del cinema (sì, quei festival del cinema che adesso sono in difficoltà nel reperire finanziamenti, e che penso siano una fonte di approfondimento e scambio da preservare).

Come non citare Nollywood, la selezione dei migliori film pop africani proiettata di recente al teatro Miela. Chi l’avrebbe detto che Nollywood, partendo dalla Nigeria, sta diventando la terza industria cinematografica al mondo (dopo Hollywood e Bollywood, l’industria del cinema indiano)?

Segnalo ad esempio i colori delle videodanze di Nora Chipamuire, che studia le performance collaborative. E va vista la storia dell’immigrazione all’incontrario, rappresentata in Africa Paradis, vincitore del festival del cinema africano di Verona. E non dimentico Muniru che prende la parola per tutti noi, prima della cena di raccolta fondi.

con gli amici al bar

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La voce Stratos

Locandina film master VHS paola e la regista

Lo scorso venerdì siamo andati a vedere un documentario su Demetrio Stratos e la sua voce, introdotto dai registi che erano presenti in sala.
La cosa che mi ha colpito di più, e che penso possa rimanere valida come un messaggio universale, è stata la volontà di sperimentazione espressa da questo artista. Era per lui ovvio collocarsi in una posizione indipendente dalle convenzioni (quelle del “bel canto” per intenderci), fare ricerca, provare nuove soluzioni; e poi insegnarle ai bambini, quei bambini in cui aveva osservato le capacità più varie, non ancora fissate in regole comuni.

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Torrone, divano e copertina

Lo scorso martedì tre novembre, giorno festivo e piovoso, siamo rimasti a casa a viziarci sul divano. Abbiamo visto tre film di seguito! Che pacchia!

Per primo, The International (dal quale mi sono segnata la citazione: “La verità implica responsabilità” “E’ per questo che tutti la temono!”).
A seguire, Fucking Åmål (il migliore dei tre, secondo me).
E per concludere in bellezza: La rivincita dei Nerds (oddio come eravamo orribili negli anni ottanta!!!).

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Nonsolocinema

“The cinema as we know it is falling apart”: il cinema, così come lo conosciamo, sta scomparendo. Questo è quello che si dice direttamente da Hollywood, secondo il Guardian.

Non è molto diverso il bilancio fatto da chi analizza lo stato di salute del cinema di casa nostra:
“Da lungo tempo oggetto di dibattito fra “apocalittici” che lo considerano definitivamente morto, e “integrati” sempre pronti a individuarne una continua rinascita, il cinema italiano contemporaneo vive un’innegabile crisi di identità, della quale i sintomi più evidenti sono una generica mediocrità della forma, un sostanziale disinteresse per la sperimentazione e un notevole calo di interesse nelle preferenze del pubblico pagante.”

Queste righe mi hanno colpito, non tanto per le preoccupazioni sulla sorte del cinema di per sè, quanto per il fatto che è l’ennesima categoria sociale-culturale in cui sento un discorso del genere.

In questi momenti, è difficile scegliere tra tentare il compromesso (cercare di integrare i pezzi migliori della cultura di settore storica, con alcune necessità attuali che fanno turare il naso) e il chiamarsi fuori completamente (se ci sono idee forti originali, si può tentare di restare fedeli ad esse anche andando controcorrente… rischi di condizione di minoranza compresi).
Ovviamente, queste due non sono le uniche opzioni. Ma credo che molti di noi ne hanno sperimentata almeno una parte nel proprio settore di competenza.

Devo ammettere che queste difficoltà mi turbano, ma fino ad un certo punto.
Quello che mi interessa, è esserci.

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Videocracy

Ieri sera, con i nostri amici Carluca, siamo andati al cinema Ariston a vedere il film documentario Videocracy. Lo aspettavamo “al varco”: appena è stato proiettato nelle sale, ci siamo fiondati.

Devo dire che mi è piaciuto.
Ha un buon impianto sociologico, e un velo di poesia da fiaba.
Ha ragione Erik Gandini, il regista: non è un film aggressivo. Si occupa di un tema specifico (la videocrazia), e ne fa “sentire” il galateo, quello vissuto dai suoi partecipanti, dall’interno.

Ricco di spunti.

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Doppia sorpresa

Ieri sera, per chiudere la sfacchinata della settimana in bellezza, siamo tornati al cinema per il festival Nodo-Doc, e abbiamo fatto l’una di notte con Carluca, davanti ai documentari Maso e Miso e L’uomo con la telecamera.
E’ stato sorprendente vedere come nel famoso film muto del 1929, realizzato in un momento di prosperità, l’immagine femminile fosse più emancipata e gioiosa di quella che emergeva dall’altro documentario, del 1975, dedicato all’ultimo giorno dell’ “anno della donna” in Francia. Per chi volesse approfondire il tema, segnalo un documentario sull’immagine femminile ai giorni nostri a questo link.

Durante la serata, per la prima volta non sono stata io ad appisolarmi sul divano dei nostri amici, ma sono stati loro a ronfare sui divanetti del cinema, guidati dalla musica dal vivo che accompagnava il film muto.
Quando siamo usciti dal cinema Ariston, l’aria tiepida della mezza stagione e il rumore d’acqua della fontana suggerivano l’atmosfera giusta per una piccola chiacchierata notturna tra amici.
Non sapevo che mi aspettavano delle belle sorprese.

L'uomo con la telcamera Seconda classe bis Carluca che sfodera il secondo pacco regalo il regalo di Carluca n.2

Carla e Luca avevano portato un libro in regalo per il mio compleanno.
“Ci siamo domandati se lo avevi già”, mi hanno detto mentre lo scartavo. Quando l’ho aperto mi è venuto da ridere: era la terza volta che qualcuno me lo voleva regalare! Seconda classe di Paolo Rumiz. Le altre due volte sono documentate qua.
Questo non ha scoraggiato per nulla i nostri amici. “Ci eravamo attrezzati per questa evenienza”, mi hanno detto. “E come alternativa abbiamo portato un secondo regalo…”
Grazie a un gioco di prestigio, hanno tirato fuori, impacchettato come l’altro, un ulteriore libro: Il gioco dell’elefante di Saramago.
Ora ditemi: avete mai visto qualcuno più attrezzato di loro due?

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Mini pausa al Nodo-Doc festival

In questi giorni corro, corro, una cosa senza tregua. Ho più cose da fare che tempo, sia di giorno, che di sera. Durante la settimana sono stata a Genova, Marsiglia, neanche il tempo di farne foto e parlarne, sono già tornata.

E’ fine pomeriggio, e vorrei andare almeno un salto al festival del documentario Nodo-Doc, però esito, potrei in alternativa tornare a casa e finire altre mille cose tra quelle che ho da fare.
Oscillo, lascio quasi che sia l’autobus che arriva a decidere per me.
Anche se in ritardo, vado.

Arrivo al cinema che il film non è ancora iniziato: ho un po’ di fortuna che sembra far cambiare senso alla ruota del tempo. Entro. La sala del cinema è ancora vuota, la coda di gente è fuori, e io che son già dentro comincio a riempirmi gli occhi dei manifesti del festival che fanno bella mostra di sè.
Momento di attesa prima dell’inizio proiezione, trepidante. E tuffo di contentezza: ci sono riuscita, ora sono qui, proprio dove avrei voluto essere.

nodo-doc

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