Lo stato dell’arte in FVG

Ieri siamo andati a vedere l’inaugurazione del neo restaurato Magazzino 26 in Porto Vecchio, dove sono state esposte le opere regionali della “biennale diffusa” insieme a quelle di artisti centroeuropei, di fotografi e di studenti degli istituti d’arte che hanno omaggiato il centocinquantenario dell’Unità d’Italia.

Abbiamo trovato molti nomi dei nostri tempi, dagli artisti contemporanei Under30 che avevo già incontrato a Buttrio, agli autori che frequentano abitualmente le sale espositive triestine (Comunale, Rettori Tribbio, qualcosina anche della Lipanjepuntin); dai fotografi popolari (Franco Pace, Marino Sterle) alle installazioni-idea del Museo della Bora. Da una imponente Centauromachia disegnata con la sanguigna da Rossana Longo, a un fotografico mare impetuso, enorme lavoro a matita di Serse rientrato da Pechino.

L’operazione, secondo me, ha riunito uno strano mix di lavori accessibili e ricercati.
Non abbiamo certo visto creazioni coraggiose ed estreme come quelle che si espongono all’Arsenale di Venezia (anche se il Magazzino 26 fresco di rinnovo faceva l’occhiolino a quel tipo di spazi espositivi), però Dado ha potuto dire: “Finalmente si respira un po’ d’aria nuova“.

i visitatori tra le opere Centauromachia di Rossana Longo opere degli studenti del Nordio folla al Magazzino 26
eruzione di numeri le vele di Franco Pace grafica in stile orientale effetto Tindall
tacchi alti per l'inaugurazione tramonto estivo cielo del tramonto estivo Davidaola self shot

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Su e giù per le rive di Genova

Ho scoperto un nuovo museo di arte contemporanea a genova.
E’ lo spazio espositivo di Villa Croce.
Stamattina ci sono andata, e certe opere psichedeliche sono rimasta a guardarle per ore.
Unico limite, il treno che mi aspettava per tornare indietro…

Arte da Taiwan

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Il digitale e i nuovi media nell’arte

Aaaah che bel, ho appena finito una coppia di libri che mi hanno accompagnata per un po’, dedicati all’arte moderna e contemporanea.
Quando li ho comprati on-line ero in dubbio, non riuscivo a scegliere tra i due titoli abbastanza vicini, e alla fine ho ceduto: li ho presi tutti e due. E ho fatto bene: non si sono sovrapposti, ma hanno fatto da controcanto uno per l’altro.
Sono Digital Art, di Christiane Paul, e New media in art, di Michael Rush.
Traduco qua sotto alcuni passi significativi tratti da entrambi i saggi.

libri della serie World of Art

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L’arte sta nella intenzionalità dell’artista: nel realizzare o concepire qualcosa senza le costrizioni poste da altri tipi di scopi.
Quando Duchamp ha suggerito, con le sue creazioni provocatorie e concettuali, che l’opera artistica era dipendente dalla presenza dell’osservatore affinchè venisse completato il suo concetto, non sapeva che alla fine del secolo alcune opere d’arte (come i film interattivi) sarebbero letteralmente state dipendenti dall’osservatore, non solo per completarle, ma anche per dare loro contenuto.

I nostri occhi esaminano continuamente il mondo che ci circonda alla caccia di informazioni nascoste e indizi per capire meglio come interpretare la sua superficie caotica.
Internet, e l’arte che vi si trova, affronta il tema della mancanza di permanenza più radicale. In questo strumento c’è una spinta strutturale a mantenersi in movimento. Non si può rimanere statici di fronte al monitor interattivo del web. Lo schermo si spegnerebbe una volta che l’utente venisse percepito come inattivo troppo a lungo. Certe opere d’arte interattiva vogliono sottolineare questo aspetto, mostrando che l’unico modo per evitare la chiusura forzata dello spazio osservato è continuare a cliccare, link dopo link, portandosi dietro rischio di dimenticare da dove si era partiti.

L’accesso sempre più facile a fonti di dati di tutti i tipi porta ad una trasparenza che ci permette di acquisire comprensione e fare scelte più informate, ma, nei casi peggiori, crea una sovraccarico di informazione saturante e può avere effetti paralizzanti. La sovrabbondanza di informazioni con cui ci confrontiamo quotidianamente nasconde il fatto che l’accesso a queste informazioni comunque non è universale e le notizie rimangono filtrate ed unilaterali.

Negli ambienti della realtà virtuale, il superamento dei confini dei comportamenti socialmente accettabili viene talvolta esaminato nei suoi effetti. La violenza simulata, quando è vista all’interno di uno spazio virtale, risulta più stridente: può diventare più facilmente un atto da mettere subito in discussione.

La video arte dai suoi inizi e fino a metà degli anni ottanta ha avuto tra i suoi discorsi dominanti un atteggiamento critico nei confronti della televisione. Gli artisti della videoarte giravano la macchina da presa su di sè, e commentavano, spesso con toni ironici da postmodernisti, la guerra culturale che si stava battendo sul terreno delle televisioni, per il loro ingresso e predominio negli ambienti domestici del ventesimo secolo. La televisione veniva vista come un prodotto d’intrattenimento emanato dalle Corporation. La critica degli artisti veniva mossa ad esempio rompendo la quarta dimensione, rivolgendosi (dall’interno dello schermo video) direttamente al pubblico da interrogare. In questo modo la supposta intimità prodotta dal mezzo veniva ridimensionata, rivelando quanto invece fosse grande la distanza generata dal mezzo.

C’è un passo breve tra lo sguardo prima, il voyerismo poi, e infine lo spiare, verso la sorveglianza per controllo politico.
L’uso del video per telesorveglianza è nato per scopi militari.
Oggi, i reality-show televisivi mostrano persone che volontariamente si lasciano riprendere in tutti i loro gesti da telecamere nascoste, nella speranza di vincere il premio finale messo in palio. La sorveglianza, sembra, ha attualmente smesso di essere percepita come una cosa sinistra.
Eppure ci troviamo in un epoca in cui la sorveglianza e la raccolta dati su di noi sono ai loro massimi livelli, per ogni gesto o movimento che facciamo capace di lasciare delle tracce.
L’arte più recente si occupa di farcelo notare, raccogliendo e rendendo palese all’interno dell’opera la presenza di queste tracce.

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Un giro a Palinsesti – 2

A San Vito, prima sede della mostra Palinsesti, ho visto le opere nell’ex essiccatoio Bozzoli, con l’aiuto di una guida di nome Anna Rita. Mi ha detto che a San Vito c’è un comitato “chiudiamo Palinsesti: cossa xè ‘ste robe inutili de l’arte contemporanea”. Nonostante questo, lei vede il lavoro di guida come una missione: per far capire cosa può esserci di bello nell’arte.

Ho apprezzato molto il video “The Catalogue”, dell’artista Chris Akley. Una ripresa dei passanti nei corridoi di un centro commerciale, tutti identificati da immaginarie “tag”, etichette, che permettevano il riconoscimento automatico delle persone. E dei loro consumi, dei dati del conto in banca, della tessera sanitaria…
Inquietante tanto quanto realistico.

A San Vito, poi, ho visto la mostra “Arte e propaganda, fotografia sovietica degli anni 1920-1940”. In alcune foto c’erano dei volti cancellati, graffiati con delle righe di una lama. Le didascalie dicevano che i soggetti mancanti erano stati oggetto della repressione.


reversed drawing #2
the catalogue - tags the catalogue - personal inventory
ragazza Dzhigit
atlete nella Piazza Rossa Repressione

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Un giro a Palinsesti – 1

Palinsesti è un evento di arte contemporanea presente da dieci anni che si sviluppa su più sedi: Pordenone, San Vito al Tagliamento e Udine. Domenica scorsa sono andata in treno-bici a vedere le esposizioni nelle prime due località.

A differenza degli altri giri in bici, non ho studiato il percorso: l’ho cercato lì per lì. Per il tratto da Pordenone a S. Vito, ho acchiappato un ciclista a cui chiedere come evitare le strade trafficate. Mi ha attaccato un bottone! Però mi ha dato indicazioni buone: Fiume Veneto, Cimpello, Bannia.

Ho cercato in tutti i modi di evitare la statale, intrufolandomi quando potevo sullo sterrato. E ho imparato una nuova legge. Sono molte le strade e pochi i ponti. Come ha detto il contadino: “Puoi anche passare di qua attraverso i campi, ma poi trovi l’acqua”.

merenda a Pordenone il ponte sul Meduna latte fresco self service ex essiccatoi Bozzoli

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Conceptual art

Le librerie dei musei sono sempre fornite di lavori interessanti.
La scorsa settimana, alla libreria del MART di Rovereto, ho preso il seguente libro: “The photograph as contemporary art“, della serie World of Art, che conoscevo già; ottima. Comincio a legge allora il primo capitolo: “If this is art”, se questa è arte.

La fotografia oggi viene per esempio utilizzata per l’arte concettuale. Quella del famoso orinatoio-provocazione di Marcel Duchamp.
E’ il caso di Sophie Calle, che fotografa un anno di scene di vita di una persona scelta, a lei sconosciuta. Fissare nel pensiero un’idea anche assurda, perseguirla, e farne un’esperienza d’arte.

Sentire la definizione dell’arte concettuale mi ha acceso una lampadina.
L’ultima volta che avevo sentito usare questo termine, era stata l’altra sera, quando parlavo con Max. Che mi aveva detto: “Questo è un continuo concettualizzare”.
Ciò vuol forse dire che a volte ho idee assurde anche io?

il biglietto per il MART World of Art series dal libro sulla fotografia ocntemporanea
bruschetta serale L'ingresso del MART le bici al MART

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Vacanza a Bologna 2 – le gallerie osano più o meno dei musei?

La giornata di sabato passata a Bologna è stata dedicata all’evento Arte Fiera, un’ampia esposizione di opere d’arte contemporanea proposta da galleristi italiani e stranieri che mettevano in mostra i loro nomi migliori, per proporre quotazioni, allacciare contatti e vendere ed imballare opere direttamente lì sul posto. Ci abbiamo passato la mattina e il pomeriggio interi, scarpinando su e giù per i piani tra i labirinti degli stand e le opere d’arte esposte. Abbiamo incontrato talvolta a ripetizione le opere degli autori che vanno per la maggiore, abbiamo riconosciuto le correnti artistiche più o meno quotate, mentre fuori aveva cominciato a nevicare. Ci è piaciuto trovare una buona presenza di iperrealismo, fotografia e arte astratta, generi che amiamo molto. Persino alberi e piante ricostruite secondo il principi iperrealisti, gigantografie ad effetto fotografico realizzate con infinite ditate di plastilina, e tappeti di rame ritorto o grotte di carta strappata a strati…
Che dire: amo l’arte contemporanea perchè parla del nostro mondo, e perchè trova sempre nuovi modi per stimolare la mente.

Dorazio forever Antonella Zazzera questa non è una foto L'albero di Mayet
noi e Pomodoro Visual Vortex Mark Francis le mensole di Mendini
iperrealismo della TV Angela Glajcar gli arazzi di Boetti Kim en Joong
Abe Minako i fiori di Palosco occhio di pongo Una partita con Higgs

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Vacanza a Bologna 1 – un weekend per l’arte

L’idea di un weekend lungo a Bologna è nata dalla voglia di andare a vedere il concerto dei Calexico: l’occasione corrispondeva alla più vicina tappa in Italia del gruppo nato a Tucson (Arizona), dedito ad un genere alternativo tex-mex.
Per la cronaca un gran bel concerto. Joey Burns e soci hanno cantato per un numeroso pubblico le canzoni più conosciute e ovviamente quelle dell’ultimo album, insieme a una riuscitissima cover dei Love “Alone again or”, che mostra quali siano le radici dei Calexico. (Nota del Dado)

In quegli stessi giorni, si svolgevano sempre a Bologna diversi eventi all’insegna dell’arte contemporanea: la nostra preferita! Perfetto!
Il venerdì pomeriggio, dunque, dopo l’arrivo di Dado, abbiamo seguito un percorso guidato lungo i musei e i palazzi storici del centro: si trattava dell’iniziativa Art First, che proponeva una serie di opere d’arte contemporanea collocate presso siti di pregio. La combinazione offriva un bel contrasto tra antico e moderno e permetteva di scoprire la città, mappa del tesoro itinerante alla mano. Alzando lo sguardo sopra i portici di Bologna, era possibile ritrovare a sorpresa pitture volanti, scarpe di funambolo in bilico sul cavo, e così via…

pitture volanti portici Coordinate Calexico Live in Bologna

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L’artista che lascia il segno

Nella tappa del viaggio a Genova, non poteva mancare la visita alla mostra in corso a palazzo Ducale, una retrospettiva che raggruppa le opere di Lucio Fontana per sezioni aventi in comune luce e colore: ad ogni sala era riservato un tema, il bianco, il rosso o il nero. I famosi “tagli di Fontana”, incisioni sulla tela che si aprono sulla terza dimensione, erano in effetti i pezzi forti. La mia preferenza andava ad una parte dei “tagli”, quelli meglio disposti sulla geometria d’insieme della tela, secondo me perfetti. Il resto mi sembrava un insieme di prove, di localizzate trasgressioni. La sua biografia è stata in effetti quella di un estro ribelle: studente indisciplinato, figlio unico di un padre che invece era dedito alla scultura neoclassica tradizionale…

fontana porto nuovo tossing a genova tramonto a genova

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Weekend lungo a Firenze – 3

second life vecchio  nuovo pop life i lavori del museo di antropologia

Secondo giorno a Firenze.
Dopo la tappa al Museo di Antropologia per la mostra sull’arte nel mondo virtuale di Second Life (“Il contesto spaziale di Second Life permette ai residenti di questo mondo di costruire qualsiasi cosa ex nihilo”), è ora di tornare a Palazzo Strozzi.

Il pezzo migliore della gita, infatti, è stato il Centro per la Cultura Contemporanea Strozzina. Lì infatti trovo l’attesa mostra “Arte, prezzo e valore”, che si apre coi graffiti irriverenti di Dan Perjovschi. Una delle sue immagini incarna perfettamente la sensazione che ho avuto dal centro di Firenze: è il disegno di Palazzo Strozzi, circondato dalle botique del lusso, Armani, Louis Vouitton e Prada.

volooo l'ingresso della strozzina tremo di paura palla al museo
il logo della moda cos'è l'arte le cattredrali al caleidoscopio riassumendo firenze

Chiudo il giro delle mostre fiorentine con gli arazzi enormi dell’esposizione “Donne al potere: Caterina e Maria dè Medici”.
Nonostante le due regine abbiano usato forti iconografie dell’epoca per rafforzare il loro ruolo di regnanti, è evidente come nel farlo abbiano dovuto anche assecondare l’uso di ruoli secondari: donne legittimate dal matrimonio, vedove in lutto, tutrici dei figli, reggenti temporanee pressate da impazienti eredi minorenni pronti a spodestarle. Infatti negli arazzi in esposizione appaiono più spesso come educatrici dei principini intenti in giochi bellicosi, che collegate direttamente al potere (come nell’arazzo in cui la regina spartisce tra i suoi generali i bottini conquistati).
Eppure, hanno mantenuto il regno per un periodo di un secolo in pieno Rinascimento.

Caterina e Maria dè Medici arazzi arazzo

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