Archive for storielle

Il logaritmo del ginocchio

Come forse saprete, un mese fa, durante una partita di hockey, ho avuto un infortunio e come risultato ho rotto il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Sono stato a casa con la gamba ferma fino a tre giorni fa, quando ho finalmente tolto il tutore che mi fasciava. Colpa l’immobilità prolungata, adesso ho di nuovo il ginocchio dolente. Di notte faccio fatica a trovare una posizione comoda e non riesco ad addormentarmi facilmente (anche adesso…).
Ieri notte, per addormentarmi, mi sono immaginato a fare lezione di matematica ad una classe di ragazzi delle medie, o giù di lì. Argomenti? Il significato dell’”entità numero”, la rappresentazione dei numeri, la notazione decimale e in base due, tre e quattro, per poi arrivare ai logaritmi, e il significato della funzione logaritmo come il numero minimo di cifre necessarie a rappresentare un numero in una certa base.
Per finire, gran gioco a sorpresa, avrei spiegato alla classe come contare fino a mille e più usando solo le dita delle proprie mani. (Esercizio valido per tutti i lettori; provateci, si può! Mandate la soluzione nei commenti).
Tutto corredato di esempi comprensibili e divertenti.

La matematica, che da giovane non adoravo e che mi ricambiava di conseguenza, è, invece, fantastica.
Ed è l’unica cosa astratta in cui credo. Qualunque dio è una balla. Il numero invece esiste al di là di tutto. Sono molto Pitagorico in questo.

Bon, a parte la tirata filosofica, alla fine della lezione mentale mi sono addormentato. Ma la lezione me la ricordo ancora, e se qualcuno ha bisogno di un ripassino, mi chiami pure. =)
Per finire, nonostante il mio amore odierno per la matematica, scambierei volentieri un logaritmo vecchio con un legamento nuovo…
E buonanotte a tutti

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La Primavera e la Special

Mercoledì scorso, al corso di lettura ad alta voce, ho preso parte ad alcuni esercizi dedicati al parlare davanti a un pubblico.
In uno di questi, raccontavamo la storia di una sorpresa che ci era stata fatta.
La mia storia è stata questa.

Quando avevo sedici anni, mio padre mi aveva regalato una vespa. Lui aveva già una vespa Primavera, ma questa era un’altra, tutta per me, 50 Special. Era una vespa che aveva più o meno la mia stessa età, e che da quel momento in poi, aveva cominciato ad andare avanti sempre insieme a me.
La vespa dell’indipendenza: potete immaginare i giretti che ci facevo, andando a scuola, in città, con gli amici o da sola.
Ho continuato a guidarla per vent’anni, fino a qualche tempo fa.
Fino al giorno in cui, con una frenata brusca, mi sono dovuta fermare improvvisamente. La ruota davanti era andata fuori asse, il cerchio rotto.
Quel giorno, pian pianino a spinta, ho portato la vespa fino al negozio dei miei, dove ho potuto metterla al riparo, nel cortile interno del loro locale.
E poi non l’ho più mossa, avevo lasciato loro la carta di circolazione, per eventuali pratiche in scadenza.

Qualche settimana fa, in una delle consuete visite ai miei nel loro negozio, mia madre mi ha avvicinata con una faccia mogia, e mi ha detto questo.
“Paola, abbiamo dovuto portare la tua vespa dentro. Restando fuori si è rovinata, ha preso acqua e ha cominciato a corrodersi. Vieni a vedere.”
Gli ingranaggi nella mia testa stavano già pensando ai tempi e agli anfratti in cui si forma la corrosione a umido, mentre mi avvicinavo alla sagoma della vespa, coperta da un telone.
“Perchè un telone?”, mi diceva un angolo della mente.
Ne ho preso un lembo per sollevarlo, e…

Che meraviglia!
Completamente rinnovata!
La carrozzeria verde lucente, i fanali perfetti, la ruota coi pelucchi della gomma intonsi…
Avevo la bocca aperta, mentre mi venivano messi in mano i documenti della revisione appena rifatta. Scorrevo le dita sulla guarnizione di bordo, sul sellino di nuovo integro, e non avevo parole per ringraziare…

Tutta opera di mio padre.
Mi aveva fatto una sorpresa, seguendo di nascosto per mesi, pezzo per pezzo, ogni lavoro necessario.
Ero emozionata, perchè aveva avuto cura di una cosa che riguardava la nostra storia.

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Per la festa della mamma, pranzo in giardino

Domenica sono andata a trovare i miei, e come prima cosa in tavola ho notato il rosso-rosa delle ciliegie in un piatto.
“Sono quelle del vostro albero?”
Mi hanno risposto che sì, sono già arrivate, però è ancora presto, le prime che hanno colto sono ancora abbastanza acerbe.

Dopo pranzo mi sono messa un po’ sulla brandina, ad ascoltare i cinguettii, a guardare angoli di cielo tra le foglie degli alberi.
“Ma guarda, un merlo, che carino!
Proprio tra le ciliegie, ti sei posato?
Mh, buone, le ciliegie, vero?
Ehi, che cosa fai, le becchetti tutte?
…lascia almeno che ne maturi qualcuna anche per noi!!!”

Le prime ciliegie ancora rosa ciliegie bianco-rosse sull'albero

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Chiacchiere pre-trasloco

P, sotto le coperte: “Che bello! Quando il letto passerà in casa nuova, entrerà nel regime dell’ordine!
D: “Strano… Non ti sei ancora addormentata e già sogni…

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La storiella dei funghi luminosi

L’altro giorno, dopo che ho raccontato del sogno in cui fotografavo funghetti psichedelici, Luisa mi ha risposto. Ha scritto questo: “I funghi luminosi esistono, te li mando per posta”. E io mi sono domandata: ci sono funghi che viaggiano con i portalettere?

Fatto sta, che sono arrivati davvero.
Eccoli qua: oggi pomeriggio li ho trovati in un fazzoletto bianco, un pacchetto con sorpresa, insieme alle finestre rimontate in casa nuova.
Sono gli Omphalotus olearius fosforescenti. Di notte le lamelle emettono luce, se ben stimolate dal sole, con lo stesso meccanismo delle lucciole. Ci dicono che li ha trovati Marino, re dei funghi. È una specie molto velenosa che cresce sugli alberi di olivo (per queso il nome olearius). Secondo Marino sono così luminosi che puoi raccogliere le olive al buio…

sognare foto e poi farle

E ce ne sono anche altri, di boleti che fanno le follie.

C’è il silvaelucens Mycena (detto anche Forest Light, luce della foresta).
La didascalia della sua foto spiega: Un nuovo fungo luminescente, silvaelucens Mycena, scoperto dal Professor Dennis Desjardin e da un ex studente della San Francisco State University, Brian Perry, è stato segnalato sulla rivista Mycologia. La specie è stata raccolta nei terreni di un Centro di Riabilitazione degli Orangu-tangu, nel Borneo, in Malesia ed è stata trovata sviluppata sulla corteccia di un albero. I funghi sono piccoli, con cappello di misura inferiore a 18 millimetri di diametro.

funghi luminosi della valle Ribeira

E poi arriva la notizia che alcuni scienziati brasiliani hanno scoperto una nuova specie di funghi fosforescenti.
Questi funghi, che si trovano al Parco Nazionale della Valle Ribeira non lontano da San Paolo, emanano una tenue luce verde quando si trovano al buio.
Non sappiamo se sono commestibili, però la curiosità di vedere l’effetto di un prato di funghi fosforescenti ce l’abbiamo.
Potremo un giorno coltivarli per sostituire le luci da giardino? Chissà!

funghi luminosi della Malesia

(grazie a Luisa per gli aneddoti)

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Un sottotetto da sogno

L’altra sera, mentre ero sola a casa sul pc, ha suonato il citofono.
Drìn, drìn!
Ho guardato dalla finestra. Sapevo chi poteva essere a quell’ora: papi! Con dorfi, bau, che faceva una passeggiata.
L’ho invitato su, giusto un saluto.
Tra una cosa e l’altra, mi ha raccontato questa storia:

Sai cosa mi ha detto Francesca stamattina?
<<Papà, stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato che tu avevi preso la moquette, la stuoia per la stanza sotto il tetto. E a me non piaceva, buu! Non mi andava bene! E allora, avvisami, quando vai a prendere queste cose, devo venire anche io! Devi avere la mia approvazione! Andiamo assieme!>>
Io a quel punto le ho detto:
<<E’ incredibile, Franci, quello che mi racconti. Ora, senti questa. Anche io ho fatto un sogno. Andavo per i negozi a cercare una moquette per il tuo sottotetto. Andavo da Marchi Gomma, da OBI a Capodistria, guardavo i rotoli… Ma non ero soddisfatto, non me ne andava bene nessuna. E questo sogno è durato diverse puntate! Io mi svegliavo, andavo al bagno, e poi tornavo a dormire, e il sogno riprendeva! Vedevo rotoli di tutte le misure, di alcuni metri, grandi e piccoli… Non è possibile, proprio questa notte!
>>
Che roba, guarda che coincidenza.

Ho mangiato la pozione che mi fa gigante!

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Storia di una sariandola (anzi, due)

L’altro giorno Dado mi ha chiamato, prima di prendere il treno per tornare a casa, e ad un certo punto la sua voce è sparita: “‘speta, ‘speta un momento!“, mi dice. “Go visto una picia sariandola, ‘speta che la ciapo!
Eccola qua, detto fatto, l’ha presa e le ha fatto al volo una foto.
Direttamente dalla mano del Dado.

sariandola colta dal Dado

Questo episodio mi ha ricordato una storia di qualche anno fa, di quando Dado ha salvato una lucertolina in difficoltà.
Dado stava ancora a casa dai suoi, e in campagna erano state messe delle trappole fatte di carta con vischio per topi, una sostanza adesiva che li avrebbe catturati.
E invece ci era finita sopra una lucertolina, si era appiccicata tutta e non riusciva più a liberarsi!
Dado allora, con un batuffolo di alcool, l’aveva staccata con delicatezza dalla carta-vischio, facendo attenzione che non rimanesse lì la coda.
Ma questa lucertolina si era ben ricoperta di adesivo, e continuava a rimanere incollata alla mano del Dado; se si sforzava tutta per spostare una zampina di qua, …splach!, si riappiccicava di là.
Ci è voluta un bel po’ di pazienza, e tutta la proverbiale abilità di Dado nel salvare gli animaletti, per lavarle via l’adesivo di dosso un po’ alla volta. Alla fine era fatta: “Va’ sariandola, cori, scampa via prima che qualchidun altro te ‘rivi a ciapàr!”

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Sogni d’acqua

L’altra notte ho sognato di essere in Friuli a Budoia, nel ristorante dove avevo mangiato risotto di funghi tempo fa.
Dopo il pranzo andavo in terrazza. C’erano le colonne di legno, un fondo a tappeti di vimini. E davanti a noi si apriva il fiume Mekong. Verde, ampio, fino all’orizzonte; separato con una riga netta dal cielo grigio, incombente, pieno di affascinante brutto tempo.
E il Mekong lambiva il pavimento e il tappeto, e i miei sandali, con due dita d’acqua che risalivano la terrazza in una lieve onda.
Guardavo i sandali inumiditi, ridevo.
Bagnarmi i piedi mi piaceva.

bianco grigio e blu

La notte dopo ho sognato di essere in bici lungo l’argine del fiume Vipacco, quello che la settimana prima era straripato per le forti piogge. E pedalavo lungo l’erba e le alghe, su un argine leggermente sommerso, ricoperto da un dito d’acqua.
Con la ruota appena bagnata andavo avanti verso il centro del fiume, attraversavo l’argine larghissimo, puntavo proprio al fiume aperto. La ruota davanti a me, il fondo verde di limo davanti a me, arrivavo a venti centimetri dall’orlo dell’argine, arrivavo fino a… stop.
Una frenata all’improvviso.
Il fondale sotto la mia ruota spariva giù poco più avanti, blu, come un profondo tuffo. Che io non facevo. Mi ero fermata in tempo, prima di quella enorme piscina corrente.
Tornavo indietro, ripercorrevo l’argine in senso inverso, mi allontanavo dal corso d’acqua, come un funambolo su binari, su frammenti d’alghe, un po’ scivolose e un po’ emergenti.
Finchè ero del tutto fuori.
Presso una diga.
C’era un guardiano del faro, cioè un guardiano della diga.
Che mi diceva: “Ti è andata bene“. Aveva visto tutto.
Già“, rispondevo, e adocchiavo un timone.
Da capitano della nave, poteva far aprire la diga e controllare le grandi cadute d’acqua.
Io ormai ero a posto.
Giocavo addirittura a parlare tra tecnici.
E mi facevo spiegare come funzionava tutto quanto.

Il fondo blu dell'acqua

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HSH Chapter 26 – i racconti del pavimento3

Finalmente è completato il recupero del pavimento del corridoio, e manca poco alla sistemazione anche di quello della cucina. Non eravamo sicuri che saremmo riusciti a salvarlo, ma non volevamo finire anche noi col ricoprirlo per l’ennesima volta. Già quando ne avevamo scoperti i primi angolini sommersi, ci eravamo affezionati al pavimento storico come elemento caratteristico della casa.

In corridoio dunque abbiamo riportato alla luce, da sotto gli strati di gomma, cemento e linoleum, delle piastrelle sale e pepe arancioni sufficientemente integre, che reputiamo originali, risalenti all’anno di costruzione, il 1904. Gli ingressi di tutti gli appartamenti ai vari piani le mostrano ancora: mi sembra questa una prova sufficiente.
E poi in cucina, appena due settimane fa, abbiamo scoperto un’area ricoperta da sale e pepe più recente, probabilmente introdotto in seguito come riparazione, a sostituzione di parte delle piastrelle a rombi in cotto tinto. E ora, dai rombi, stiamo grattando via gli ultimi strati di colla che i vari abitanti vi hanno applicato nel tempo.

L’altro giorno, Dado mi ha detto: “Secondo te, se scrivo piastrelle sale e pepe su google, che sito viene fuori al primo posto? Davidaola!”

La piastrella sale e pepe è più propriamente detta marmetta, o graniglia (o, per usare un termine ormai desueto, la “Palladiana”). E’ un materiale tecnico con una nobile storia alle spalle. Ingredienti base erano acqua, grani e polvere di marmo, cemento, ossidi coloranti.
Deriva dalla stessa tecnica del Terrazzo alla Veneziana, realizzato in calce e pezzi di marmo e molto diffuso nelle dimore patrizie della Serenissima fin dal Medioevo. La differenza fra i due risiede nelle dimensioni del marmo impiegato, che nella graniglia sono molto più piccole. Inoltre la marmetta, invece di venire lavorata direttamente sul luogo di posa, viene preparata con formelle in laboratorio, per essere poi posata successivamente. Questo conferisce alla graniglia di marmo la versatilità di forme anche esclusive, commissionabili su richiesta, con sorprendenti possibilità creative.

E’ noto che il gusto Liberty (quello a cui la nostra casa si informa) utilizza la marmetta proprio come riproduzione dell’elegante pavimento alla veneziana. Dopo gli anni ’20, con il processo industriale che impone nuovi ritmi di lavoro e di vita, la produzione su larga scala segna il destino di tanti prodotti. Da quel punto in poi, per la graniglia non c’è più spazio. Infatti, già a partire dagli anni ’40, la prestigiosa tradizione svanisce.
Oggi esistono isolati casi di riproduzione di questa tecnica a posteriori.

un elemento bianco all'improvviso calcestruzzo che sbuca scoprendo il pavimento ingresso verso il bagno

Il lotto arancione del nostro corridoio probabilmente è stato commissionato, su misura anche nella quantità complessiva, proprio per la costruzione di questa casa, dal momento che ci è sembrato un colore piuttosto raro. Era anche uso, ai tempi, lasciare nelle cantine alcuni campioni aggiuntivi di quelle stesse piastrelle, per future riparazioni. E infatti il nostro vicino era riuscito a procurarcene un ultimo esemplare, che aveva atteso nella sua cantina fino a noi.

Ora che l’abbiamo recuperato, il pavimento in marmette arancioni, il riquadro chiaro con inserti giallo-rosso, e il lato siena e cioccolato con i rombi, ci fanno compagnia con i loro colori solari. Le venature estranee, le imperfezioni che ormai conosciamo a memoria (come l’occasionale granello nero solitario, o la comparsa a stella dello strato di preparazione in calcestruzzo grossolano) sono gli elementi a cui siamo più affezionati.

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Storia di un asteroide

Dagli alti piani della casa delle CiilaMeraviglie, Fra ci narra la sua ultima avventura.

Indovinate cosa succede a sbattere il piumino dai peli di gigiuzza…
MIAO, mi guarda la micia un po’ in disparte, mentre faccio del piumino una pallotta.
Mi sporgo appena dalla finestra, spingo il piumino verso fuori.
Apro la palla e vedo… un oggetto in caduta per sei piani…
NOOOOooOOOoooOOOOOO!!!
Per un attimo, spero che si tratti “solo” del telecomando.
Invece, la legge di Murphy ha colpito ancora.

Ops, ho lanciato il cellulare fuori dalla finestra……..

gigiabag

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