La ammissione di una colpa sociale, che a volte ha radici storiche, richiede che la maggiornaza riconosca l’esistenza di questa colpa.
In particolare, chi è in posizione di maggioranza e di vantaggio, si deve rendere conto del conflitto esistente tra i propri principi e valori, e il proprio comportamento reale, della distanza che la separa dalle minoranze, della propria mancanza di conoscenza nei confronti delle vere condizioni di vita delle minoranze, e degli atti di violenza che queste devono sopportare.
Le minoranze che sono vittime riconosciute, a volte fanno leva su questo senso di colpa, e sottolineano (si potrebbe dire, legittimamente) i conflitti interni della maggioranza.
Sulla segregazione orizzontale e verticale esistente nel mondo del lavoro:
Le professioni sono valutate in modo diverso, in accordo con criteri condivisi socialmente, e queste valutazioni impattano sulle retribuzioni e sulla stabilità dell’impiego.
In effetti, la divisione del lavoro organizzata, così come la vera e propria demarcazione delle professioni lungo una scala graduata in termini di prestigio, può essere vista come il risultato della valutazione (secondo quella cultura) data a specifiche capacità e abilità. Alla fine, questa valutazione culturale delle professioni, determina la quantità di risorse che saranno assegnate all’individuo.
Il concetto di “ruolo sociale” come prescrizione per il comportamento degli individui, è centrale per l’interazione nei suoi aspetti simbolici.
Gli individui, quali attori sociali, imparano che la società mette a disposizione un certo numero di “ruoli” che possono essere occupati, come una partita di calcio contiene un certo numero di giocatori nella squadra che sta in campo. Al di fuori di queste posizioni definite, non risulta evidente una possibilità di agire in modo coerente: o si è un attore della società in uno di questi ruoli, o non si è un individuo che fa parte della società.
Inoltre gli individui non sono liberi di “abitare” qualunque ruolo: devono negoziarne l’occupazione con la società in cui vivono.
le teorie che spiegano come nascono le “etichette”, assumono questa negoziazione come una attività non ad armi pari. Il potere nella negoziazione tipicamente sta dalla parte di chi ha la condizione di vantaggio e più elevato status nella società in senso più ampio. E in effetti sono costoro a poter assegnare ruoli (o “etichette”) agli altri, privi di status e di potere. Possono anche assegnare l’etichetta di “deviante”, e non renderne disponibile nessun’altra alternativa.
Secondo Roschelle e Kaufman, l’essere stigmatizzati è conseguenza di gerarchie sociali di potere, al punto che, in generale, la condizione dell’”essere stigmatizzati” corrisponde all”essere privi di potere”.
Oggi ho finito un libro che mi ha veramente molto appassionato.
E’ un saggio di sociologia sui rapporti dinamici con cui le minoranze affrontano la loro condizione e i rapporti con le maggioranze che stanno in posizione di vantaggio.
Si chiama “Coping with minority status: Responses to Exclusion and Inclusion”
Il testo procede su capitoli diversi dedicati a situazioni molto varie, ciascuno leggibile come uno studio a sè, eppure ben collegato poi nella visione d’insieme.
Ne ho tratto diverse chicche che vale la pena citare.
Oggi comincio con questa.
“La ricerca nel campo delle giustificazioni che un sistema si dà, ha messo in evidenza come la gran parte delle persone che appartengono ad un gruppo svantaggiato (nel testo sono citati gli esempi degli afroamericani e delle donne), spesso hanno internalizzato le ideologie con cui il sistema giustifica sè stesso, come ad esempio l’individualismo o la meritocrazia: per questo, credono che chiunque possa avere successo nella società, e che la soluzione alla loro condizione di svantaggio stia nella mobilità individuale.
Dunque, anche se un certo numero di mobilitazioni sociali ha origine all’interno di questi gruppi di minoranza, molti altri membri di questi stessi gruppi non percepiscono l’ingiustizia che di fatto è in essere verso di loro, non si battono per il cambiamento sociale, e quindi non costituiscono fonte di influenza o interazione verso il cambiamento.
E’ invece noto e ben documentato quanto le minoranze attive possano avere influenza sulle maggioranza, per far riarticolare la posizione di svantaggio o vantaggio reciproco.”
Sul sentiero numero 12, che dalle scalette dell’obelisco di Opicina porta fino alla cattedrale di Monte Grisa attraverso il Bosco Bertoloni e il Bosco Bidischini, c’è un piccolo pezzo di storia. Io l’ho scoperto oggi.
Il segnale fisso di mira, una colonna con foro da traguardare alla sommità, fu realizzato nel 1883 sulla cresta del monte in prossimità di Opicina. Venti anni prima l’Osservatorio Astronomico aveva messo a punto la specola presso l’Accademia di Commercio e Nautica, e due anni prima si era dotato di nuovi telescopi. Il segnale fisso di mira fu aggiunto per segnare con esattezza il nord geografico rispetto alla specola, e fungeva da punto di riferimento per le osservazioni astronomiche dedicate alle esigenze di navigazione.
Si ipotizza che il suo danneggiamento sia avvenuto cinquant’anni fa.
Mi ha colpito come ancora adesso si possa essere in tempo per ritrovare delle cose da valorizzare, dato che il segnale fisso di mira è stato restaurato in anni recenti, cioè nel 2009.
Da quelle parti, inutile dirlo, si possono anche osservare caprioli in corsa.
gennaio 14, 2012 at 17:18
· Filed under eventi, Paola
Grande presenza sul palco per l’attore, Alberto Pagliarino, che durante la rappresentazione di Pop Economy oggi al Miela ha coinvolto il pubblico, interagito, improvvisato.
E anche se lo conoscevo già, il meccanismo della crisi dei mutui subprime, messo in scena così e spiegato in modo divulgativo, mi è apparso ancora una volta più chiaro.
Finalmente l’ho percorso tutto, dall’inizio alla fine! Erano due anni che ci provavo! Un insieme di sentieri che permettono di attraversare le colline di Roiano, di Gretta e di Prosecco, tutto di filato in un’unica passeggiata di tre-quattro ore.
Le due estremità le conoscevo bene, fatte tante volte.
E nel mezzo, il nodo: il quadrivio del rio Bovedo. Che era come un luogo del mistero, oggi quasi irriconoscibile perchè praticamente mancava l’acqua del ruscello! Per fortuna alcuni tratti della sua vista mi erano familiari. E non li ho più confusi.
Eppure, questi bivi nel bosco, queste alternative appena percepibili che oggi ho fissato nella memoria, tra qualche anno saranno ancora gli stessi?
Itinerario: da via degli Olmi alla discesa per Piscianzi alla isolivello in collina per Scala Santa, e poi si attraversa Scala Santa rimanendo alla stessa quota e prendendo la prima a destra nel bosco: solo così (seguendo le marcature rosse e blu del sentiero sugli alberi) si attraversa il rio Martesino usando il ponte superiore, e poi (se ai vari bivi si va sempre verso l’alto) si arriva fino a via Bonomea sopra l’antenna, proprio all’imbocco di via Terstenico. Là dentro si prosegue verso il palo che porta il numero 39, e poi nel bosco attraversando due guadi minori, fino al guado maggiore col quadrivio del rio Bovedo: lì, dei quattro, si prende il sentiero verso l’alto. A quel punto si sale, attraversando una radura con pozzanghera e salendo ancora (tenendo la destra nei due piccoli bivi): così si raggiunge la strada Stefania, da percorrere tutta fino alla fine della Napoleonica
Sabato ho mappato la strada asfaltata a ridosso dell’argine del Tagliamento, quella con traffico limitati ai mezzi motorizzati autorizzati.
Ci vogliono venti minuti per arrivarci dalla stazione di Codroipo, e mezz’ora di pedale per percorrerla tutta.
Dal paese di Biauzzo a Varmo, dove la lungo argine finisce, le trasversali sono 15.
Qualche burlone si diverte a modificare le scritte sui cartelli, quindi sono tutti diversi.
Tra la settima e l’ottava trasversale appare vicino il campanile di Pieve di Rosa.
Presso la dodicesima c’è un piccolo impianto industriale, non so cosa faccia, ma l’acqua del fiume, solo lì, è eutrofizzata.
Dopo le recensioni di film letti secondo un’ottica di genere, ho avuto il privilegio di leggere lo studio realizzato da Francesca e Iolanda, per la Scuola di Specialità in Psicoterapia Sistemico-relazionale, del film “THE TREE OF LIFE“, letto secondo un’ottica orientata sulle dinamiche famigliari.
Ne cito di seguito un estratto.
“Il film da noi scelto sembra essere una riflessione sulla vita, sull’amore e sulla vita familiare. La trama ruota attorno alla storia della famiglia O’Brien – padre, madre e tre figli maschi – che vive in Texas negli anni ’50 e conduce un’esistenza tranquilla nelle classiche villette con giardino cui ci hanno abituati i film americani.
L’intento dello studio è quello di fare un’analisi del film in chiave sistemica, osservando le dinamiche relazionali e gli stili comunicativi, evidenziando i comportamenti che si verificano più spesso, contestualizzando l’ambito familiare in quello sociale, fino ad un livello di astrazione superiore, sfruttando il concetto di mente immanente e di sistema proposto da Bateson.
Bateson considera tre tipi di sistemi: l’individuo, la società in cui l’individuo vive e l’ecosistema. Questi sistemi sono reti cibernetiche complesse, anelli collegati da una catena di processi causali. Essi sono formati al loro interno da sottosistemi, ad esempio l’uomo e gli altri animali sono sottosistemi dell’ecosistema, le cellule sono sottosistemi degli individui. Tali sistemi sono considerati un mondo di relazioni “possibili” e dinamiche, entro le quali i sottosistemi si aggregano creando ritmi biologici propri per effetto dei quali la stabilità dell’insieme è maggiore di quella delle singole parti.
I sistemi sono regolati nel loro funzionamento da un modello comune, ossia possiedono delle caratteristiche che si possono considerare ricorsive; esistono retroazioni e ridondanze.
Tendenza fondamentale dei sistemi è quella di preservarsi mantenendo equilibrio e coesione tra le parti, e contemporaneamente avere una certa flessibilità, caratteristica necessaria all’evoluzione e alla ridefinizione delle relazioni. Un sistema cioè autocorrettivo che opera per prove ed errori e ha carattere creativo.
Anche l’idea di base di questo film è che vi sia un tutto (cosmo, universo) in relazione armonica con l’essere umano (microcosmo).
Il padre è una persona affettiva e aggressiva allo stesso tempo, che cerca di insegnare ai figli a crescere come dei duri perché possano diventare qualcuno nella vita. Il contesto sociale è ridondante nei suoi modelli, si alternano ricordi di famiglie con padri autoritari e madri sommesse.
La ridondanza della supremazia del più forte sul più debole, è impregnante in tutto il contesto sociale; La ridondanza per eccellenza viene espressa in leggi evoluzionistiche darwiniane, dove si apprende ad apprendere la supremazia del più forte sul più debole.
Vige l’idea forte di come ci si debba comportare nel mondo: il padre incita i figli a non farsi mai sottomettere, sottomettendoli.“