Archive for foto e arte

Le foto del giro: pizzo di ghiaccio

aaah, le ondulazioni nel gelo cappe e doppie cappe nel gelo
quali forme nel gelo un pesciolino nel gelo un rametto nel gelo le onde, le foglie, nel gelo
dita di ghiaccio, dita di brina, nel gelo ondulazioni nel gelo
frammenti del gelo cristalli nel gelo macchie nel gelo pizzo nel gelo
frattali nel gelo foglie nel gelo

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Le foto del giro: brina su sassi, sabbia, ghiaccio

brina pelosa calze a rete
i cristalli triangolari! IMG_2660 sembra una foglia, una mano... ghiaccio e alghe nelle pozzanghere
musetto di ghiaccio i fili mi tengono ferma improvvisa geometria brina sulle pozzanghere di ghiaccio
questa è brina sulla sabbia cristalli sui sassi e sulle foglie

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Le foto del giro: pozzanghere gelate

una diga per il fronte d'onda un sorriso arancione bolle tonde ed aghi acuminati voglio salire sù!
gelate amiche ascendo
pesci e cristalli un cuore di bollicine
le stelle ed un naso sbuco! carreggiata fredda sassi con l'orlo d'acqua

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Le foto del giro: il ghiaccio sul Fella

il fella azzurro latte ghiaccio sul Fella
grandi aghi sole attorno al sasso animali da fiume, ghiacciati ditoni di ghiaccio
forme del fiume gelato incrocio di cristalli pizzo di ghiaccio sbirciamo
c'è brina sull'orlo del ghiaccio l'occhio
ghiaccio sul fiume Fella trasparenze di ghiaccio

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Il digitale e i nuovi media nell’arte

Aaaah che bel, ho appena finito una coppia di libri che mi hanno accompagnata per un po’, dedicati all’arte moderna e contemporanea.
Quando li ho comprati on-line ero in dubbio, non riuscivo a scegliere tra i due titoli abbastanza vicini, e alla fine ho ceduto: li ho presi tutti e due. E ho fatto bene: non si sono sovrapposti, ma hanno fatto da controcanto uno per l’altro.
Sono Digital Art, di Christiane Paul, e New media in art, di Michael Rush.
Traduco qua sotto alcuni passi significativi tratti da entrambi i saggi.

libri della serie World of Art

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L’arte sta nella intenzionalità dell’artista: nel realizzare o concepire qualcosa senza le costrizioni poste da altri tipi di scopi.
Quando Duchamp ha suggerito, con le sue creazioni provocatorie e concettuali, che l’opera artistica era dipendente dalla presenza dell’osservatore affinchè venisse completato il suo concetto, non sapeva che alla fine del secolo alcune opere d’arte (come i film interattivi) sarebbero letteralmente state dipendenti dall’osservatore, non solo per completarle, ma anche per dare loro contenuto.

I nostri occhi esaminano continuamente il mondo che ci circonda alla caccia di informazioni nascoste e indizi per capire meglio come interpretare la sua superficie caotica.
Internet, e l’arte che vi si trova, affronta il tema della mancanza di permanenza più radicale. In questo strumento c’è una spinta strutturale a mantenersi in movimento. Non si può rimanere statici di fronte al monitor interattivo del web. Lo schermo si spegnerebbe una volta che l’utente venisse percepito come inattivo troppo a lungo. Certe opere d’arte interattiva vogliono sottolineare questo aspetto, mostrando che l’unico modo per evitare la chiusura forzata dello spazio osservato è continuare a cliccare, link dopo link, portandosi dietro rischio di dimenticare da dove si era partiti.

L’accesso sempre più facile a fonti di dati di tutti i tipi porta ad una trasparenza che ci permette di acquisire comprensione e fare scelte più informate, ma, nei casi peggiori, crea una sovraccarico di informazione saturante e può avere effetti paralizzanti. La sovrabbondanza di informazioni con cui ci confrontiamo quotidianamente nasconde il fatto che l’accesso a queste informazioni comunque non è universale e le notizie rimangono filtrate ed unilaterali.

Negli ambienti della realtà virtuale, il superamento dei confini dei comportamenti socialmente accettabili viene talvolta esaminato nei suoi effetti. La violenza simulata, quando è vista all’interno di uno spazio virtale, risulta più stridente: può diventare più facilmente un atto da mettere subito in discussione.

La video arte dai suoi inizi e fino a metà degli anni ottanta ha avuto tra i suoi discorsi dominanti un atteggiamento critico nei confronti della televisione. Gli artisti della videoarte giravano la macchina da presa su di sè, e commentavano, spesso con toni ironici da postmodernisti, la guerra culturale che si stava battendo sul terreno delle televisioni, per il loro ingresso e predominio negli ambienti domestici del ventesimo secolo. La televisione veniva vista come un prodotto d’intrattenimento emanato dalle Corporation. La critica degli artisti veniva mossa ad esempio rompendo la quarta dimensione, rivolgendosi (dall’interno dello schermo video) direttamente al pubblico da interrogare. In questo modo la supposta intimità prodotta dal mezzo veniva ridimensionata, rivelando quanto invece fosse grande la distanza generata dal mezzo.

C’è un passo breve tra lo sguardo prima, il voyerismo poi, e infine lo spiare, verso la sorveglianza per controllo politico.
L’uso del video per telesorveglianza è nato per scopi militari.
Oggi, i reality-show televisivi mostrano persone che volontariamente si lasciano riprendere in tutti i loro gesti da telecamere nascoste, nella speranza di vincere il premio finale messo in palio. La sorveglianza, sembra, ha attualmente smesso di essere percepita come una cosa sinistra.
Eppure ci troviamo in un epoca in cui la sorveglianza e la raccolta dati su di noi sono ai loro massimi livelli, per ogni gesto o movimento che facciamo capace di lasciare delle tracce.
L’arte più recente si occupa di farcelo notare, raccogliendo e rendendo palese all’interno dell’opera la presenza di queste tracce.

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Quasi quasi non lo avrei neanche scritto

Questa notte ho sognato di fare delle foto, splendide, luci e colori. Come vorrei portarmi dietro le immagini che sogno di fotografare la notte.

Dapprima erano delle immagini di funghetti psichedelici, rossi e viola, laccati brillanti, li aveva raccolti Luisa. Questi oggetti, mentre li fotografavo, si arricchivano, e si trasformavano in damine dagli abiti lussureggianti, che mi sorridevano giocose.
Poi erano ballerine, ragazze che facevano delle performance. In grandi edifici pieni di spazi aperti, vedevo (e fotografavo) le ragazze che attraversavano portoni e portali di corsa, e che durante l’attraversamento scatenavano enormi getti d’acqua attraversati dalla luce, esplosioni di vetri e cristalli luccicanti.
E ancora, dall’alto di una rampa di scale, fotografavo una danza di donne illuminate a tratti, in bianco e nero, tra le griglie di un pavimento pieno di sedie e le ombre delle finestre. Con eleganti geometrie.

Mentre sono ancora lì che scatto, ad un certo punto un coreografo mi ferma. “Dammi queste foto! Non si può fotografare l’esibizione!” Io lo tranquillizzo: “Faccio foto solo per hobby, non saranno pubblicate, ti assicuro che sono solo per uso personale“. Ma lui continua ad essere arrabbiato, come un divieto.
Allora cerco di sistemarlo con l’altra mia identità. “Guarda che io faccio un’altra professione, sono ingegnere, e dodici persone riportano a me. Lavoro in una corporation, nel settore dell’energia. E se hai bisogno di un motore, puoi venire a chiederlo a me“.
E a quel punto esco, su un panorama di mare aperto verde-blu, baciando il mio Dado.

Quello che non capisco, in questo sogno, è come si sia generata una inversione.
Passo i giorni a cercarmi una alternativa, a pensare pian pianino di fare dell’impegno nell’arte qualcosa che diventi non dico professionale, ma almeno amatoriale di alto livello. (Come si chiama, Dado, questa categoria?). A togliere dal centro, perlomeno nella mente, il vecchio ruolo, messo in questi anni a dura prova dalle attuali dinamiche del lavoro.
E poi nei sogni, rieccola tornare fuori, la vecchia identità, ignara dei due anni di rospi buttati giù. Una vecchia identità che, come un jolly, fa da pass-par-tout. E mi tira fuori dalla scena a testa alta.

commercial colour out of focus

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Flowers

biancopetalo drappeggio
intravedo luce

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BavieraTiroloTrentino – le foto (4), l’itinerario

In tutti i nostri viaggi in bici, c’è stata la presenza – per non dire il bisogno – dell’arte.
A Monaco, a Bolzano, a Trento ne abbiamo trovata.
Arte contemporanea, ovviamente; apertura della mente.
Realismo e iperrealismo li abbiamo già citati.
Ma ancora un’opera, in particolare, voglio ricordare.
L’artista si chiama Kimsooja.
Il lavoro si intitola “Bottari”.
Leggo la scheda.
Bottari è il termine coreano per “fagotto”. I fagotti, nel paese d’origine del’artista, venivano comunemente utilizzati per trasportare gli averi delle famiglie.
I Bottari messi in mostra sono imballi di stoffe e vestiti legati alla storia personale dell’artista e delle persone a lei vicine.
I fagotti simboleggiano l’esistenza nomade dei tempi passati e anche presenti. La migrazione e il viaggiare nel mondo globalizzato acquisiscono attraversi di essi un significato metaforico.

E così, improvvisamente, capisco.
I miei amici, i viaggiatori per lavoro.
Sono i nomadi di oggi, anche loro.
basta con la pioggia, basta... Sì, iniziamo col colore Realismus - iperrealismo Realismus - la mostra
le Birkenstock con la mucca uh, questo sì che era buono! le barchette in mostra La mucca si offende...
e questa era ancora Wasserburg.. fagotti ciclovia dell'Adige - da Bolzano meleti con casetta al centro
La ciclovia dell'Adige è stupenda Pallariposo Dadobandana occhitondocchi

percorso del viaggio in tirolo e baviera

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Frasi ipnagogiche

L’altra notte ho sognato di avere i capelli tutti per aria (come d’altronde mi accade spesso anche dal vivo), di sedermi su una panchina a Roiano, e di incontrare un addetto della “Parruccheria”, che mi diceva così: “Occhio, che ti viene in testa il tentacolo della medusa istriana!

La notte dopo, Dado ha sognato di essere ad una conferenza piuttosto noiosa, e di prendere nota di queste parole: “Ghiribizzi intellettuali in forma di assoluto“. Da sveglio, dopo averci pensato per un po’, ha deciso che tutto sommato era una frase sensata!
sommaco forever

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Lunga vita alla musa dell’arte

L’altro sabato siamo andati a vedere la mostra al Salone degli Incanti: Trieste al centro, opere di Petrus.
Era da tempo che mi catturava la coda dell’occhio, e credevo che si trattasse di fotografie. Invece no: dipinti, tratti da fotografie, della nostra città e delle altre.

Ci vuole un po’ di tempo, durante la visita alla mostra, per entrare nel suo vero significato.
All’inizio sembra solo un’operazione seriale, una raccolta di angoli facili e più o meno uguali di scorci architettonici della città. Tinte piatte, punti di vista costanti. C’è persino un dettaglio del Salone degli Incanti, in una sorta di autocelebrazione del luogo della mostra.

Sul pavimento, al centro della sala, è riportata una mappa della nostra città, con l’individuazione di tutti i luoghi che sono stati fotografati e poi dipinti.
E lì viene fuori il senso di appropriazione che può essere dato dall’operazione artistica.
Anche io, quando disegno un soggetto che ho fotografato, entro con la matita in tutti gli anfratti , fino ad impararli a memoria; ne annoto il luogo, in un diario dell’incontro. Il ritratto diventa impresso nella memoria in modo sicuro, valorizzato. Non può più essere perso.

Casa del Vento Luci e Incanti Università frammenti
Dado coi piedi sul territorio serialità mostra di Petrus a Trieste corners

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