Archive for Davide

Gita in bici

Ieri abbiamo fatto buon uso del regalo di Giordano e Luisa, la cicloguida della Parenzana.

La Parenzana nel suo complesso propone un viaggetto in bici su un panoramico lungomare, ma ha certi tratti un po’ trafficati, o su ghiaia, o con salite impegnative.
Allora abbiamo caricato le bici di tutti e tre sull’auto, e siamo andati in Slovenia fino ad un punto intermedo del percorso, quello che parte dall’ingresso del campeggio di Lucija, e da lì abbiamo iniziato a pedalare.
Otto chilometri in tutta sicurezza, daprima nel campeggio, poi lungo le saline, fino al confine con la Croazia.
Diego si è scatenato chiedendoci continuamente di fare gare di velocità in bici… Fino a che è diventato troppo stanco per continuare allo stesso ritmo anche sul ritorno.
Per fortuna papà Davide era attrezzato con il “cammellino”, e ha attaccato Diego alla sua bici, per portarlo al traino fino al punto di partenza.

Per trovare un bel tratto ciclabile facile e interamente sicuro per i bambini piccoli, bisogna spostarsi un po’ da casa. Però abbiamo visto che si possono trovare alcuni segmenti con queste caratteristiche, all’interno degli itinerari turistici rinomati come questo.

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Il ritorno del romanzo

Davide qualche settimana fa mi ha fatto una sorpresa.
Mi ha regalato l’ultimo libro di Jeffery Eugenides.

L’ho appena finito, divorato al volo in lunghe sequenze (fuori la neve del nord, fuori il sole di qui).
Era da prima della nascita di Diego, che non leggevo più romanzi.
Abituata da tempo ai saggi, e con un rapporto diverso nei confronti dell’emotività (Diego ha cambiato il funzionamento del mio cervello), non riuscivo più a fare la sospensione dell’incredulità. Neanche sui brevi racconti. Non mi piacevano.

O forse non trovavo quelli scritti bene.

Jeffrey Eugenides lo avevamo già apprezzato entrambi (Davide, io, e lo abbiamo regalato agli amici) in Middlesex.

Il suo ultimo romanzo, va detto, è molto diverso dalla saga plurigenerazionale di Middlesex.
Middlesex, col vigore del pioniere, poteva permettersi di fare riferimento a cent’anni di solitudine, quello che generava nuove creature con realismo magico.

La trama del matrimonio è più concentrato.
Condensa drammi non privi di alti e bassi, in lunghe tirate centrate in una sola unità di tempo, luogo e spazio: un enorme primo capitolo sviluppato su un’unica giornata, il giorno di laurea dei tre studenti protagonisti.
Un anno successivo in cui le conseguenze delle incredibili scelte di un giorno si dipanano a salti.
E del finale non dico, altrimenti farei troppe rivelazioni.

Sì, non ho avuto difficoltà a leggerlo, ma piuttosto a fermarmi (quando scendevo dal bus, quando tornavo in camera).
I personaggi sono umanissimi.

E il rapporto con la letteratura, centrale.

Leggo di Eugenides: della sua biografia, si sa pochissimo, è riservato.
Quando parla in pubblico, ricorda sempre la letteratura che lo ha influenzato.
Ecco, questo avviene anche qui.
Il libro è un continuo rimando a riferimenti letterari.

Un riferimento chiave, è quello al genere “vittoriano”, ovvero al romanzo in cui il matrimonio creava la trama principale.
Se facessimo la stessa cosa oggi (anzi, negli anni ottanta, in cui la storia è ambientata) e assegnassimo l’argomento “matrimonio” a un gruppo di giovani appena cresciuti ma ancora inesperti, cosa succederebbe?

Eugenides si lascia spazio per fare riflessioni sulla visione del mondo.
Usa un incredibilmente ampio spazio per parlare di religione, in modo per fortuna decisamente laico (altrimenti verrebbe voglia di tirargli il libro in testa… come fa uno dei personaggi in un momento chiave della storia).
E così, in un certo senso, il bisogno di religione, viene spiegato.
Insieme ad altri fatti irrazionali, tra cui la follia (ah, ma non quella di Dostoevskij. Quella solo parzialmente controllata, che porta in farmacia).

Non credo che negli anni ottanta il matrimonio avesse molto a che fare con l’irrazionale, come ha raccontato lui. Non per tutti, almeno. Per i personaggi scelti, sicuramente sì, ma è solo uno dei possibili sviluppi.
Però, staccandosi perfino dal matrimonio, e tornando al generale, il racconto che l’autore fa del rapporto tra l’irrazionale e il razionale, è decisamente interessante.

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Cucina creativa

Oggi Davide ha preparato dei buonssimi biscotti di pastafrolla con la farina di riso…
E Diego li ha farciti!

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Questo sei tu, papa’!

  

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Architetto d’interni

  

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Gli attrezzi per comporre storie

Qualche giorno fa, con Diego abbiamo inventato un nuovo modo di giocare.
Luci spente, un lumino a far chiarore sui nostri visi, burattini sulle dita e via! Ecco fatto un teatro, dal palcoscenico piccolo quanto il punto di luce appena creato, e tutto il resto dello scenario immaginato a volontà.
Abbiamo impersonato le storie che avevamo già inventato assieme in questi giorni, quelle buttate giù sul quaderno bianco, con poche frasi e quattro disegni, ispirate ai nostri viaggi ed agli incontri con gli amici.
Una volta cominciata la recitazione, sulle storie si inanellavano tantissime varianti, e Diego voleva ricominciare mille e più volte, e il ginocchio piegato era una montagna, e la plastilina una monetina da coniare col martello, e i porcellini di lana sulle dita diventavano gatti o zucche, e tutto poteva essere inscenato.

Oggi ho letto questo articolo, che spiega come i bambini che sanno programmare, possono adattare le storie e i personaggi dei giochi digitali alle forme del loro mondo.
L’approccio dell’autore è un po’ come il mio.
Mi piace insegnare a Diego a inventarsi, scriversi, costruirsi in plastilina/carta/stoffa e bigoli di pasta le sue storie. E’ un esercizio di creatività. E’ un modo per poter guardare le narrazioni degli altri in modo critico.
Dopo aver letto questo, però, mi sono accorta che ci vogliono abilità ben più moderne!
Ma per fortuna, per far provare la programmazione a Diego ci sarà Dado.

Proprio in queste settimane, ho finito di leggere il saggio veloce di Jonathan Gottschall, che mi avevano regalato Bibi e Dodo per il compleanno.
L’autore definisce l’uomo un “animale raccontastorie”: questa è la traduzione letterale del titolo (l’originale è The storytelling animal, dato che l’ho letto in inglese), più graziosamente pubblicato qui come “L’istinto di narrare“.
Prima di iniziare, credevo che avrei trovato una storia della letteratura classica, di come ha portato alla forma narrativa scritta, dopo quella orale.
E invece no. Gli esempi raccolti nei vari capitoli, mostravano come l’essere umano compone storie e narrazioni in tutti gli altri ambiti che non sono necessariamente quelli letterari, come esigenza della mente, che deve dare un senso agli stimoli del mondo.
Sogni, deliri dei lunatici, miti della spiritualità o della dittatura, affabulazioni degli avvocati, tutto sotto forma di racconto, se possibile con un chiaro lieto fine.
Non ho l’ottimismo dell’autore, che crede nella potenza delle storie di invenzione, come qualcosa che diventerà sempre più prezioso per la società, con fiducia nella morale contenuta.
Al contrario, sono sempre più radicata nell’aggancio alla descrizione oggettiva, al testo scientifico o giornalistico, alla lettura di “non fiction”.
Però l’argomento rimane quello: confrontare il racconto personale e il racconto degli altri, sapendo con che attrezzi sono stati fatti.

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A ognuno il suo tavolo

Davide: “Diego, ti ho portato una molla giocattolo, che stava sulla mia scrivania!”

Diego: “Perché stava sulla scriva tua?”

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It’s London

            

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pensiero laterale

Quasi ogni mattina io e Diego prendiamo il bus per andare all’asilo.
Un giorno capita che l’autista sia particolarmente “allegro” e già alla prima curva, dobbiamo tenerci forte ai sedili. Poi sul rettilineo, numerosi sobbalzi…
Diego mi chiede: “perchè l’autobus fa i salti?”
Io: “perchè ci sono i buchi sulla strada…”
Diego: “no, perchè è contento!”

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Nuovi strumenti

grazie Paola!

I Mariachi

I Mariachi

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