Lunghe attese da viaggio: manuale di sopravvivenza

Ok, lo avevo anticipato, sono di nuovo all’aeroporto di Atene, e questa volta per il viaggio di ritorno.
Cosa ci può essere di interessante in questo momento da viaggiatore fermo, momento peraltro lungo, che ora è solo all’inizio e in cui devo cercare di non consumare troppo i miei passatempi, per salvarmeli a rotazione fino alle 11 di questa sera, ora del ritorno a casa?
Non so perchè, ma essere in giro da qualche parte del mondo, senza dover fare per forza qualcosa di definito, mi affascina in qualche modo.
Tanto ora me lo sono rimesso in testa, che la libertà è sempre vincolata (il tempo durante un viaggio a volte è libero, ma libero non è il luogo, non può trasformarsi nel salotto di casa come se avessi un tappeto volante immediato *puff*). Per cui tanto vale andare a caccia in ogni occasione del margine di manovra che per quei minuti viene offerto, e giocarci un po’ su.

Per esempio, ora, uno dei miei nuovi giochini da viaggio è beffare il limite nel trasporto bagaglio a bordo. “Un solo bagaglio a mano, di peso e dimensioni consentite”. In questo caso, la caccia è ai limiti letterali delle regole nella loro più o meno efficace implementazione.
Non ho dimenticato la massima che un collega mi aveva consegnato anni fa (“Ci sono solo due tipi di bagaglio: il bagaglio a mano, e il bagaglio perso”), e ne ho visto prova nelle peripezie di altri viaggiatori frequenti (“mi hanno restituito la valigia persa dopo otto mesi, e nelle etichette degli aeroporti che aveva visitato prima di ritrovare casa, si vedeva che aveva fatto il giro del mondo”).
Quindi ho messo nella vista il radar per individuare le macchinette di check-in automatico, quelle che ti permettono di saltare il primo paio della lunga serie di occhi umani che guardano quante valigie hai con te, per spedire a parte peso e ingombro in eccesso, prima di lasciarti salire a bordo. Con gesti svelti tra la folla lenta, cerco di passarla liscia tra i buchi di attenzione del personale, occupato a guidare il flusso sparso di massa umana verso i posti incasellati nel velivolo.
Oggi ad esempio un funzionario della sicurezza mi ha controllato il biglietto prima di farmi entrare nella zona vassoi-nastri trasportatori-copripiedi di plastica della verifica ai raggi x. Poichè in quell’istante ero veramente da sola, senza fila a far volume dietro a me, questo addetto ha visto le mie due grosse valigie e mi ha chiesto “Questo è il suo bagaglio a mano?”. Ma io gli ho risposto con gentilezza: “Sì”, e lui ha esitato, ma mi ha fatto passare, forse domandandosi se era suo compito controllare anche il troppo bagaglio, o solo la corrispondenza gate-biglietto sulla carta che gli avevo esposto sorridendo.

Ma torniamo alle libertà minimaliste e un po’ meno connotate di sfida, che possono riempire tutti gli altri minuti del tempo di attesa.
Ora sono in un caffè in open-space, con tavolini neri a varie altezze (se vuoi scegli quelli alti da drink con sedie-trespolo, oppure piazzi tutte le tue cose più largamente come ho fatto io ora, spalmando pc giornali e vassoio sul tavolo da quattro pur essendo in uno).
Ovvio che la conquista di questa postazione è per ben poco tempo dedicata davvero alla fase pranzo, che non ho concluso perchè il mio bicchiere non è del tutto vuoto, ed è invece mirata a tutte le utenze e ai servizi che posso richiamare a me con un solo passo da questo comodo punto di incrocio.
Il monitor con aggiornamenti sui voli è giusto a portata d’occhio (che non mi capitasse che mi distraggo troppo): il conto alla rovescia verso il momento in cui mi dovrò alzare dice: meno cinque ore.
Il punto ricarica-le-tue-batterie è offerto da uno sponsor che ha fissato il suo totem pubblicitario alle mie spalle (ho detto alle spalle, non ho scelto per panorama la pubblicità).
La porta d’imbarco del mio prossimo volo è traguardabile oltre le porte a vetri alla mia destra. Inutile andarci già ora (sarebbe come finire il gioco dell’oca troppo presto), però non si sa mai che venga veramente mantenuta quella uscita, o che sia cambiata per qualche motivo di traffico volo.

Per il pranzo ho conservato l’atmosfera del paese ospitante, scegliendo una classica insalata greca.
Ho raccolto pazientemente in un angolo i troppi coriandoli rosa di cipolla cruda tritata. Me li sono ritrovati stampati poco dopo sull’angolo del giornale che stavo leggendo, e quasi quasi li avrei fotografati, per ricordare gli aromi che possono ancora emergere da un settimanale datato 12-18 aprile. Me lo porto in giro ormai da tempo, si vede che ho pochi altri momenti per leggerlo.

Insomma, una attesa potenzialmente infinita va studiata sotto la luce dei frammenti di libertà che può offrire.
Ma per i bimbi che viaggiano con i turisti vicini a me, è molto più difficile resistere alle costrizioni dell’aeroporto.
A volte immagino Diego che si materializza tra le mie braccia sul sedile con cintura di sicurezza, e mi rendo conto che per lui la postazione fissa nel cubicolo avrebbe un tempo di tolleranza tipo un decimo della durata del volo. Non me lo vedo costretto al suo posto, come gli altri pupi che frignano in braccio agli altri passeggeri genitori. Nel mio orecchio mentale, piuttosto, suona la sua vocina squillante, che giubila “uak uak” di allegria, per aver -fuori d’ogni regola- conquistato la corsia di emergenza su cui gattonare a cinquemila metri, schiaffando sui metri conquistati una manina appiccicosa dopo l’altra, per agguantare palmo a palmo tutto lo spazio della moquette che ricopre il piano di camminamento dell’aereo.

Un’ora fa ero alla porta di imbarco dell’aeroporto di Creta, in una zona sovraffollata di persone assiepate in piedi.
I bambini dei turisti finivano presto abbarbicati sui loro genitori-albero. Come potevano accettare l’immobilità forzata, senza saper ancora leggere il loro destino di volo sui monitor?
Anche lì, pensavo a cosa avrebbe voluto fare Diego.
Per lui, avrei potuto svuotare completamente l’aeroporto, tornandoci la sera dopo l’orario di chiusura, appena lavato il pavimento. In questa trama immaginaria, la signora delle pulizie è una mia amica disposta a farci intrufolare. Così aggiustato, il terminale basso dell’aeroporto di Creta è tutto per lui, movimentato solo da alcune luci colorate della notte. Gambe di sedia come pertiche fisse al suolo, ecco pronta una nuova piazza grande per il gioco, con pareti-limite lontanissime tra loro, misurabile anche da bebè esploratori. Questo divertimento quasi impossibile non glielo posso veramente regalare, ma prestare per un momento con la fantasia forse sì.

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