Viaggiare veloce, viaggiare lento

Prima dell’alba.
Suona il campanello della porta.
Cos’è? Me lo sono sognato?
Cerco di prendere il telefono, che mi rotola via dalla mano, e malamente vedo l’ora: 05.22, due minuti dopo l’appuntamento con la ditta di trasporti per viaggiatori. Accidenti! Questo deve essere l’autista che mi chiama! La sveglia che avevo messo, evidentemente, non l’ho sentita.
Seconda scampanellata. Terza. “Guardi che vado via!”, mi avvisa.
“Sto scendendo!”, farfuglio al citofono. Bacino a Diego, bacino a Dado, metto a malapena a fuoco i loro visetti assonnati e disturbati dal trambusto.
Quando mi vede, l’autista brontola ancora, interpretando i pensieri degli altri viaggiatori che mi aspettavano nella navetta, tutti diretti all’aeroporto come me.

Arrivo a Ronchi in un batter d’occhio.
(L’occhio era in effetti rimasto chiuso, aperto solo una volta, il tempo di vedere che il mare di Barcola aveva il colore verde metallo della mattina presto, e giù di nuovo la palpebra).
Passo il check-in, schivo con mossa veloce i controlli aggiuntivi degli addetti alla sicurezza, lasciando alla loro attenzione una signora verdesmeraldo vestita. Oggi non mi stupisco delle routine da aeroporto. Il mese scorso, dopo un anno e mezzo senza trasferte, rivedermi in questi non-luoghi era una specie di prova. Ora è di nuovo abitudine. Tuffo il naso nella lettura del momento, azzero ogni senso di attesa da viaggio con un pensiero distratto.

Colazione a cinquemila metri, formaggio cremoso e gherigli di noce, è quasi la stessa scelta che ho tra le mura di casa.

Atterro a Monaco, butto l’occhio ai dati sul secondo biglietto, raggiungo il mio Gate, vedo sui monitor “imbarco tra pochi minuti”, filo ai bagni senza fermarmi: “mai sprecare una buona occasione per fare pipì”. Quando torno al Gate, la fila è già troppo corta, sono quasi tutti usciti, mi accodo bella ultima come se niente fosse, mostro il biglietto senza neanche averne letto la destinazione (controlleranno loro se è quello giusto, no?), salgo sul pulmino che porta all’aereo, e le sue porte si chiudono dietro di me. Cavolo, solo un secondo fa leggevo il giornale al pit stop, se tardavo ancora un po’ questi andavano via senza di me, connessione serrata questa, e meno male che conosco la mappa dell’aeroporto!

Secondo decollo della giornata, i “parakalò” si moltiplicano atorno a me, la prima pagina del giornale internazionale che ho sotto braccio mostra scene dai sobborghi di Atene, e le hostess mi salutano in greco (credono che i miei capelli scuri provengono da un’Europa più a sud?).
Molte nuvole sfilano al mio finestrino, e quando si diradano la terra mostra gli ultimi lembi prima di sciogliersi nel mare, e però un monte nero alto spunta tra i veli di vapore, piramide che svetta alta con un cappellino bianco che dice “ciuf-ciuf”. Anche se non so quale zona stiamo sorvolando, ricordo subito il colore delle pietre di lava altrettanto nera che molti anni fa avevo calpestato con Dado, nella camminata a mille e passa metri sull’Etna, ed era solo una breve gita di mezza altezza vulcano.
Inconfondibile.

Metto giù il quotidiano che ho divorato, smetto di far correre i pensieri dove capita, e mi fermo a riflettere un po’ sulla situazione.
Sono ormai due mesi che siamo entrati a regime, ho ripreso ad avere nuovi agganci nel lavoro, e Diego ha già fatto due giri di raffreddore insieme a me.
Il suo grande interesse del momento è muoversi-afferrare-scattare, da un lato all’altro della stanza in tre secondi, trasformare ogni persona e oggetto più grande di lui in palestra di free climbing, e chiedere a chi gli sta vicino di partecipare a queste avventure ginniche con allegria curiosa.
Vorrei prendermi un momento di tranquillità con Dado, ripensare al nostro ritmo, confrontarlo con quello di chi ci dà una mano, e sentire se gli equilibri sono realmente quelli che capiamo e vogliamo. Ci vorrebbe una pausa tutta per noi il prossimo weekend, ma sarò all’estero ancora sabato; e i due fine settimana successivi Dado avrà i suoi voli intercontinentali.
Ci prendiamo un giorno di ferie a due?

Esco dai miei pensieri, entro con lo sguardo nel finestrino.
Dopo una breve fase di volo sopra il mare, torna la terra collinosa e mossa, ora indubbiamente greca, e per quanto vedo è tutta punteggiata di generatori eolici. Ogni cocuzzolo di collina ha la sua catenella di steli bianchi equidistanti, ornati di pale rotanti lentamente. E’ come se tutte le strade che scollinano avessero i peli ritti infreddoliti dal vento, c’è una bella abbondanza di generatori chiaramente visibili da ogni altezza.

Secondo atterraggio del giorno, delicato e perfettamente assestato al suolo, e mi ritrovo nel quasi-nuovo-e-ancora-scintillante aeroporto di Atene.
Faccio un giro per visitarlo?, mi domando, quanto tempo ho?
Controllo con più calma il mio programma, e noto… quattro ore davanti a me prima dell’ultimo tratto aereo per Creta.
Posso poltrire un attimino in tutta calma!
Dopodomani sarò già di ritorno, e il passaggio all’aeroporto di Atene sarà ancor “meglio” congegnato: Una pasua di sei ore tra un volo e l’altro!

Non c’è che dire, questa trasferta mi lascia indubbiamente qualche oretta libera.
Qualche oretta per pensare a quel che voglio, tra me e me.
All’aeroporto.

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