Archive for settembre, 2010

HSH Chapter 25 – Il ritorno del campanello

Finalmente sono arrivati tutti gli interruttori nella casa nuova.
I lavori nel complesso cominciano ad essere a buon punto.
L’elettricista ci dice: “Dài, state quasi per vedere la luce fuori dal tunnel
E Dado: “Varda, alla luce te devi pensarghe ti!

durante il montaggio delle prese prima di montare le prese il contatore nuovo alcuni caloriferi sono montati
il campanello nuovo

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Ritorno ai Magredi. Un fiume di pietra

Domenica scorsa preparo un giro piuttosto lungo.
Voglio tornare sui Magredi, cercando degli attraversamenti più a nord.

Comincio il giro da Pordenone, fissando la prima tappa a Budoia, alla sagra dei funghi. C’è anche la mostra fotografica Asferico, bella. E poi, le solite bancarelle dei mestieri: cesti in metallo, scarpe in panno cucite a mano… mi sa che queste esposizioni fanno il giro delle pro loco, e io mi ritrovo a corrergli dietro ogni settimana…

Faccio pranzo e pedalo verso Aviano, lungo una panoramica pedemontana. Quando arrivo in centro, mi sembra di essere finita “altrove”: le insegne dei negozi sono tutte in inglese, e alcune hanno anche la versione in italiano, ma al secondo posto.
Comunque, di americani non se ne vedono. Mi dicono che non fanno esercitazioni nel weekend, solo durante la settimana. Proprio sul basso greto del Cellina, dove voglio andare io, che è servitù militare.

Quando arrivo a San Foca, il letto del fiume secco si apre davanti a me. Un’enorme distesa di pietroni bianchi, larga oltre un chilometro, e che risale fino alle montagne, dritta verso l’orizzonte.
Il greto del Cellina a quell’altezza non si riesce ad attraversare in bici come speravo, si deve prendere il ponte. Un ponte sopra un fiume bianco, stridente.
Dopo il ponte inizia l’area triangolare tra Cellina e Meduna che si uniscono, un’ampia steppa protetta come Sito di Importanza Comunitaria.
E lì mi butto.
Seguo l’indicazione “perdersi nei Magredi”. E mi perdo.

il pannello dopo il ponte sul cellina acqua nei magrediil greto ampio del cellina piante

Giro nella zona dei prati stabili, che non ha un orientamento preciso come lo avrebbe un fiume. Strade bianche e ciuffi verdi-viola spelacchiati. Orizzonte indistinto. Qualche rivo d’acqua riemerge ogni tanto e bagna i piedi.
Quando arrivo alla vecchia base Brigata Ariete, non so più la direzione. Ci giro attorno, vado dove il panorama è più ampio, la luce mi attira. C’è una serie di costruzioni abbandonate. E rumore di spari. Ta-ra-ta-ta-ta.
Intravedo dei ragazzi che giocano alla guerra. Uno. Due. Tre. Dieci. Sbucano dai nascondigli, levano sulla spalla le armi. Finte.

Aspetto che si radunino tutti insieme fuori dal sito di appostamento. E quando sono sicura che hanno smesso, li punto con la bici. Per chiedere: “Sapete dove posso attraversare il Meduna?”.
Come sempre, è uno solo che risponde per tutti.
“E’ di là, c’è un guado dietro agli alberi. L’acqua sarà fonda venti centimetri, puoi attraversarla”.
Filo via mentre gli altri cominciano a borbottare. Arrivo al fiume in pochi minuti. Finalmente acqua viva che scorre!
Via le scarpe, via le calze, immergiamoci.
La bici viene al seguito, con me.
Devo dire che la corrente tenta un poco di portarmela via, ma ormai sono oltre.
Fuori! Sono all’esterno del triangolo di confluenza tra i due fiumi!

Davanti a me c’è ancora steppa, e vedo un paio di ragazzi che giocano sui sassi, stavolta con due moto polverose.
Di nuovo, attendo.
Dopo un po’ si fermano.
Mi lasciano passare.
Non credono alle loro orecchie, quando dico che vengo da Aviano, e ancora prima da Pordenone. “E poi vai a Casarsa? Guarda che è lunga”, mi fanno.
Certo che è lunga, lo so. Sono in giro per tutto il giorno, io.

Prima di arrivare a Casarsa perdo il treno, ma in fondo lo avevo messo in conto.
Prendo quello dopo, che arriva a Trieste dopo le nove. Sono fuori da dodici ore, giornata lunga. Ma è questo il bello.
Il tran tran del treno che mi riporta a casa fa quasi appisolare. Vedo sentieri, ho la musica nelle orecchie. Un senso di ipnosi, una stanchezza meritata.
Proprio quello che ci voleva.

la mostra dei primi vincitori ragno oltre le gocce d'acqua cancello di legno a budoia risotto di funghi galletti a budoia
palla e i sassi grossi sabbia e sassi percorso accidentato d'acqua piante d'acqua
chiome bianche il segno del cingolato la steppa striata stazione di casarsa

Bicitinerario: Pordenone stazione – via Garibaldi a sinistra – indicazioni per Aviano – Roveredo in Piano – Budoia – strada pedemontana – Piante – Aviano – Sedrano – San Foca – Ponte sul Cellina – dopo il ponte, cartello per l’ingresso nella riserva naturale – percorso delle garitte – edificio recintato per le esercitazioni militari – casette-bersaglio – guado sul Meduna – uscita dai Magredi – Rauscedo – Domanins – Arzene – Castions e Orcenico Superiore (in realtà è più breve andare verso Valvasone) – Casarsa della Delizia stazione.

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La storia del delta d’Europa – l’ecologia

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

Che cosa è la scienza chiamata ecologia?

La natura in passato veniva intesa come una risorsa libera da utilizzare e sfruttare. Tutto quello che la natura produceva aveva un impiego commerciale o domestico. Letteralmente ogni porzione di piante e animali aveva uno scopo o un altro. Questa convinzione è rimasta presente fino all’inizio del ventesimo secolo. Si può dire che appena a partire dal diciassettesimo secolo una varazione sul tema era stata avviata, in cui descrizioni veritiere (e non religiose) di piante, invertebrati, pesci, mammiferi è stata introdotta, in osservazione del loro valore intriseco e scientifico. L’Olanda, in questo, è stata pioniera, con i suoi grandi microsopisti e botanici (un settore in cui hanno avuto un ruolo chiave anche le donne, illustratrici scientifiche e biologhe, n.d.r.).
E’ solo alla fine del diciannovesimo secolo che si cominciano ad avvertire i primi sintomi di sensibilità verso la protezione delle risorse naturali, e appunto all’inizio del ventesimo secolo è nato un interesse di tipo professionale verso gli aspetti anche ecologici di ambienti umidi e acquatici. Per avere una raccolta sistematica di dati ambientali e analisi si deve arrivare al secondo dopo guerra. Oggi, una enorme quantità di dati qualitativi e quantitativi su parametri chimici e biologici del delta Reno-Mosa viene raccolta continuamente.

L’inquinamento dell’acqua ha una dimensione cronica internazionale, come l’inquinamento dell’aria.
L’impatto combinato di interferenze chimico-fisiche al sistema biologico, ha portato effetti diversi ad esempio sui vari gruppi di pesci. Le categorie specializzate che condividevano strategie storiche di adattamento a peculiari ambienti fluviali sono declinate molto più ampiamente delle specie generaliste che possono sopravvivere in un ampio range di habitat non necessariamente caratteristici dell’ecosistema del fiume.
Inoltre, i diversi stati iniziali del ciclo di vita delle specie acquatiche (uova, girini, larve, avannotti) necessitano di una successione di micro-habitat particolari e vicini tra loro, per cui la frammentazione degli habitat fluviali (ad esempio mediante separazione e canalizzazione dei corsi d’acqua, o alterazione dei profili graduali degli argini naturali) possono mettere a rischio il successo riproduttivo di queste specie. Ad esempio, il salmone (che peraltro è stato una risorsa economica storica per quelle zone), noto per il suo comportamento di risalita dei fiumi nel periodo della riproduzione, è sparito dai fiumi dell’Olanda da molto tempo.

L’interazione con l’ambiente, in Olanda, ha avuto per protagonisti anche le specie vegetali.
A partire dal medioevo, le alghe del mare del Wadden, comunemente presenti in grandi masse, venivano impiegate per per molti scopi, tra cui il rivestimento degli argini. Nel periodo 1970-1990 però sono state soggette ad una campagna di eliminazione per il disagio che creavano allo sfruttamento turistico dei laghi. Questo esempio serve ad illustrare come nel tempo la percezione ecologica di una specie (da preziosa e da preservare, a dannosa e da alterare) possa cambiare nel tempo.
Anche per gli animali, a seconda del periodo storico, la distinzione tra “utile” e “dannoso” è sempre stata decisiva per determinare il modo in cui venivano trattati. In tempi recenti, la maggior parte dei mammiferi selvatici è “protetta”, e la estensione della loro popolazione è controllata da misure che ne stimolano la riproduzione (protezione di siti riproduttivi o di canali migratori) o che ne riducono la quantità mediante permessi di caccia selettivi. Altre specie però rimangono perseguitate rigorosamente, a causa delle loro caratteristiche etichettate come dannose.

La domanda “cosa è la natura” nel delta del Reno-Mosa è una domanda retorica, perchè letteralmente ogni centimetro quadrato di suolo è stato ripetutamente rivoltato sottosopra nel corso della storia.
Per gestire un simile ambiente semi-naturale, il modo migliore è adottare in ogni zona una misura differente e specifica, e una volta scelta, mantenerla nel tempo. Spesso le pratiche gestionali odierne però si basano su un continuo cambiamento delle metodiche, e nell’applicazione di queste metodiche dappertutto ad ogni loro avvio.
La condizione ecologica dell’ambiente fluviale dovrebbe essere migliorata in modo misurabile, e il sistema-fiume, da profondamente alterato e suscettibile com’è ora, dovrebbe tornare ad esser più capace di autosostentamento e resilienza nei confronti delle variazioni contingenti, in modo che le manutenzioni si rendano necessarie solo ad un livello minimo.

Oggi è chiaro che la definizione di sviluppo sostenibile si basa sul valore della reversibilità, e sulla possibilità di mantenere le opportunità disponibili per le generazioni future.

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La storia del delta d’Europa – i fiumi

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

Un aspetto meno noto del problema di inondazione in un delta occupato dall’uomo è il seguente.
La maggior parte delle grandi alluvioni fluviali nel delta Reno-Mosa è stata causata dalla formazione di tratti ghiacciati nel fiume, dall’accumulo di acqua da scioglimento, e dalla formazione di danni alle dighe creati dalle infiltrazioni di ghiaccio nelle stesse. La situazione era spesso aggravata dal fatto che alla foce dei fiumi il ghiaccio non si era ancora sciolto, mentre la zona delle sorgenti collocata più a sud era già in discioglimento. Questo tipo di alluvioni non era presente negli altri paesi.

L’area oggi chiamata Biesbosch è la più grande zona sommersa da acque dolci ed esposta alle maree di tutta Europa. E’ il risultato di continui cedimenti negli argini sia della Mosa che del fiume Waal, che nel 1500 portarono all’annegamento di 28 villaggi un tempo emersi, e che dopo molti anni di tentativi di riparazione delle dighe interne furono abbandonati all’acqua. Ci sono documenti di viaggiatori dell’epoca che riportano descrizioni del luogo, con viste su laghi da cui emergevano campanili di chiesa, il cui livello del suolo precedente all’inondazione era di parecchio sotto il livello dell’acqua.

In Olanda, come in ogni altro luogo ma forse più che altrove, i corsi dei fiumi furono profondamente modificati dalla costruzione di alti argini e dalla modifica del loro corso. L’età dell’oro olandese, caratterizzata da una grande espansione coloniale, si è basata sulla forza della navigazione, esterna come interna: i corsi d’acqua olandesi furono per secoli la via di trasporto principale, superiore in importanza a quella delle strade su terra, che al loro confronto erano state sviluppate relativamente poco.
La costruzione sistematica di canalizzazioni trasformò i fiumi in corsi d’acqua domati e regolati, in cui gli elementi di paesaggio particolari furono amputati: rami interrotti, canali secondari essiccati, e porti naturali ricoperti di sedimenti.
Il fiume Reno e il fiume Mosa sono gli esempi principali di questa azione di modifica dei corsi d’acqua dolce nel delta olandese.

Quali sono stati i cambiamenti nell’ecosistema del Reno negli ultimi secoli? Il “Reno naturale” è un’immagine preistorica. La deforestazione è stata avviata a partire dai tempi dei Romani. Negli ultimi due secoli, la canalizzazione e irregimentazione del fiume, da ricco di meandri a raddrizzato e navigabile ha visto sparire tutti gli ambienti alberati, paludosi o con prati lungo fiume. L’area in cui insisteva il corso d’acqua è passata dalle originali ampiezze di oltre quindici chilometri, ad uno stretto corridoio di alcune centinaia di metri. L’estensione del letto del Reno si è ridotta del 95%, e quella che una volta era la piana alluvionale del fiume è ora parte di un ambiente occupato da costruzioni e abitati civili.

il letto del reno

Il fiume Mosa fu “normalizzato” nella seconda metà del diciannovesimo secolo, e trasformato da un fiume selvaggio, pieno di curve e meandri nel letto di ghiaia, a uno stretto canale a larghezza costante. Nonostante questo, i problemi rimasero, perchè il fiume era non navigabile per gran parte dell’anno, ed era soggetto a rischio esondazione durante i momenti di piena.
Essendo collegato al mare, il fiume era esposto agli effetti della marea per buona parte del suo corso, e l’incursione di acqua salata poteva facilmente raggiungere livelli indesiderati.

Il “Delta project”, uno dei più imponenti progetti di ingegneria civile al mondo, costituito dall’imponente modifica del delta avviata a seguito dell’inondazione del 1953, ha introdotto un paradosso. Da un lato, con la costruzione di imponenti dighe-ponte all’estremità del delta, ha migliorato di molto l’accessibilità di isole un tempo isolate e ha portato a un grande sviluppo degli sport acquatici e delle attività ricreative legate all’acqua. Dall’altro lato, i gradienti dell’estuario e le strutture zonali dell’ecosistema sono state annichilite, trasformando il delta in un insieme di compartimenti stagni e non resilienti in cui zone d’acqua dolce e d’acqua salata sono separate da grandi muri di pietra.

Negli ultimi vent’anni l’interesse per l’ecologia come scienza è aumentato di molto. Si è capito che gli estuari naturali, con il loro ritmo delle maree e i loro gradienti tra acqua dolce e salata sono ecologicamente molto più sani delle zone d’acqua separata e isolata create artificialmente nel delta di oggi. Il delta è diventato una somma di enormi acquari, instabili e difficili da gestire. Le alghe ammuffiscono, le sabbie vengono erose e scompaiono sotto il livello dell’acqua. Le acque sono torbide e invase da specie esotiche, e solo venti anni sono passati dalla costruzione della grossa diga sull’Oosterschelde. Ora, nel ventunesimo secolo, si parla di un “nuovo delta”, in cui le dinamiche delle maree dovrebbero ritornare, ricostruendo connessioni tra i corpi acquatici, mantenendo il requisito di massima sicurezza per gli abitanti del delta.

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La storia del delta d’Europa – il suolo

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

C’è un vecchio detto: “Dio ha creato il mondo; gli olandesi hanno creato la loro terra”.
Molte città olandesi devono il loro nome alla costruzione delle dighe (“dam”): Rotterdam, Amsterdam, Edam,…
La civiltà è il risultato di complesse combinazioni di istituzioni, cultura, caratteristiche materiali e ambientali.
E la crescita economica avviene spesso alle spese dell’ambiente naturale.

Un tema ambientale molto discusso di recente è quello del rischio di aumento del livello del mare.
In Olanda, la differenza tra il livello del mare (e dei fiumi) e quello del suolo hanno giocato un ruolo chiave già a partire da molto tempo fa.
L’aumento del livello del mare è un processo complicato: non è solo il livello del mare ad alzarsi di per sè (e questo è stato osservabile dall’ultima glaciazione, ovvero negli ultimi 10000 anni), ma è anche il suolo che sprofonda e contribusce in modo dinamico alla differenza di livello.

Perchè l’Olanda è definita uno dei Paesi Bassi?
E’ stato calcolato che, attorno al 1450, la differenza tra livello del suolo (soggetto a compattazione e sprofondamento) e livello del mare diventò di segno negativo: da quel momento in poi, il delta Reno-Mosa divenne un’area collocata sotto il livello del mare, soggetta al rischio di inondazione. Inoltre, da lì fino ai giorni nostri, il problema non ha fatto altro che aggravarsi, portando il popolo olandese alla nota battaglia senza fine contro il rischio d’inondazione.

Ma perchè possiamo fare riferimento ad una data precisa per l’inizio di questo fenomeno?
E’ ampiamente documentato che, a partire dal quindicesimo secolo, la terra del delta fu sfruttata estesamente per l’estrazione della torba. Questo fu l’ingresso “ufficiale” di quel territorio in una condizione dinamica. Infatti, a causa degli estensivi scavi di torba che indebolivano il suolo, ampie aree di terra cominciarono ad essere erose dall’azione del mare e sprofondarono sott’acqua, creando grandi laghi profondi. La formazione dei grandi laghi nei luoghi che furono sfruttati per l’estrazione della torba è uno dei più importanti esempi di danno ecologico massivo prodotto dall’uomo in tempi recenti. Poichè questo fenomeno si era formato gradualmente, ai tempi non fu percepito come un disastro. I documenti ufficiali (governativi) del tempo parlano non del timore dell’annullamento del paesaggio, ma della paura delle minori rese di tassazione dalle aree che si riducevano in estensione.
Il desiderio di massimizzare i profitti da estrazione della torba portava a rischiosi corto circuiti: le autorità davano concessioni di estrazione ai proprietari terrieri, e nel frattempo finanziavano la riparazione dei danni commessi mediante sovvenzioni alla riparazione e manutenzione delle dighe per cui l’Olanda è diventata famosa.

A posteriori è facile dire che l’estrazione della torba ha portato ad una prosperità temporanea della popolazione locale, ma ha finito per “uccidere la gallina che covava le uova d’oro”. Nel periodo successivo, ad esempio, il vuoto occupato dai laghi che hanno preso il posto delle distese di torba, ha finito per introdurre una nuova povertà nella popolazione locale.
Ma questo era solo l’inizio di una storia di alterazione del territorio che non ha più avuto fine. Una storia in cui, forse, non è molto noto come sia stato proprio l’uomo a crearsi il problema del rischio d’inondazione, e a portarselo fino al giorno d’oggi. Quello che si dice, e cioè che gran parte della costa olandese sia stata strappata al mare, è un luogo comune, ma è vero il contrario. In realtà, il danneggiamento del territorio per estrazione di torba e drenaggio delle coste sono continuati per secoli, facendo sì che ampie parti della costa si compattassero, sprofondassero e diventassero preda della forza delle maree, portando alla penetrazione del mare in ampie aree che originariamente erano collocate sopra il livello del mare.

Nel sedicesimo secolo, venne introdotto il mulino a vento, e grazie alla forza di pompaggio dei mulini, i laghi di origine torbiera vennero svuotati nuovamente, arrivando alla formazione di nuovo suolo coltivabile, ad un livello significativamente sottoposto rispetto al livello del mare.
Nello stesso periodo, si è aggiunto il contributo dell’industria del ferro, che è stata la principale responsabile della deforestazione della zona del Veluwe, lasciando su ampia scala un residuo di suolo sabbioso.

Uno dei più larghi laghi originati dall’estrazione della torba, l’Harlemmermeer, raggiunse le dimensioni di un mare. Nel 1838, fu avviato un piano imponente per il suo prosciugamento. Lo scopo del progetto era la protezione dal movimento d’acqua che causava inondazioni, non la reclamazione della terra. Dopo numerosi tentativi, nel 1852 i lavori di bonifica furono completati, e ben 18000 ettari di nuova terra furono esposti all’essiccazione: il caso del prosciugamento dell’Harlemmermeer può esser visto come l’apoteosi della capacità idraulica del tempo.
Senonchè, una volta prosciugata, la terra fu ceduta dal governo a privati. Diversi lotti furono venduti, principalmente a ricchi investitori, ma siccome il ritorno dalla vendita fu minore del costo di bonifica, il governo non investì più in quella zona, e non costruì strade o scuole o chiese, al punto che i pionieri colonizzatori ebbero una vita particolarmente dura in quell’ambiente selvaggio.
Sulle prime, i coloni praticarono una agricoltura di sfruttamento, spendendo poco nel mantenimento delle caratteristiche del suolo coltivabile appena esposto. Il suolo ottenuto da drenaggio non era uniforme e dava rese discontinue, e l’area fu colpita da un’epidemia di colera. La mancanza di strade e la mancanza di coesione sociale o efficienza agricola portarono la zona sull’orlo del disastro sociale, finchè nel 1880 la fase pionieristica terminò. La terra fu frazionata in lotti da 20-100 ettari, e le macchine agricole furono introdotte a basso costo di manodopera. Alla fine, in quest’area depressa fu costruito l’aeroporto di Schipol, che è attualmente l’aeroporto nazionale dell’Olanda, collocato sul fondo del lago di origine torbiera, situato 4,3 metri sotto il livello del mare.

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La storia del delta d’Europa – il libro

Questa settimana ho finito un libro che mi ha accompagnata per parecchi mesi, e a cui sono stata molto affezionata.
Si tratta di un saggio che racconta e analizza la storia ecologica del delta Reno-Mosa, e l’evoluzione del rapporto interattivo uomo-ambiente nei secoli in Olanda.
La voglia di approfondire questo argomento mi è venuta dopo il viaggio in bici in Olanda dell’anno scorso. Dove abbiamo visto che il grado di interferenza con la natura e la quantità di opere idrauliche erano a livelli d’eccezione. E che i confini dell’Olanda stessa coincidono con quelli di un delta in cui si riversano fiumi che hanno viaggiato attraverso molti paesi europei.

Solo leggendo questo saggio ho compreso che in era preistorica, al posto della densissima presenza umana, c’era l’occupazione libera ed indomata di acque che giocavano nella piana alluvionale inondandola come fosse cosa propria. E che imbrigliare le reti disegnate dai fiumi in uno spazio che è solo il 5% di quello inizialmente da loro utilizzato, per edificare o coltivare il restante 95%, è stata in un certo senso una invasione.

Inoltre, tra le righe e le pagine ho capito un concetto affascinante. Quello della fertilità delle zone di transizione. Sì, i luoghi che variano nel tempo e nello spazio, come i bagnasciuga, gli argini naturali, le acque a salinità variabile con le stagioni, risalite dai salmoni, filtrate tre volte al giorno dai molluschi che cristallizzano il plancton sulla roccia. L’acqua che lambisce questi confini è parte di un continuo ciclo di vita e trasformazione.

la storia ecologica del delta reno-mosa

Nei prossimi post, citerò alcune parti di questo saggio, relative a:

- la storia del suolo dei paesi bassi
- la storia dei fiumi Reno e Mosa
- il significato dell’ecologia

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Fuori piove? Allora, fiori…

fiori rosa a Duino petali coi frizzuli

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HSH Chapter 24 – Il gioco dei quindici

I lavori nella casa nuova procedono un po’ più lentamente in questo periodo, ma sono sempre vivi.
Finalmente è stato quasi completato e sgombrato lo sgabuzzino, così è stato possibile riempirlo di nuovo con il materiale di lavoro delle altre stanze.
Non si sa dove girarsi: c’è un ibrido tra “cantiere ancora in corso” (in cui non si riesce a camminare) e stanze apparentemente “finite” che non vorresti sporcare (ma in cui in realtà mancano ancora un bel po’ di rifiniture).

sgabuzzino dal pavimento laccato sgabuzzino dal pavimento protetto sgabuzzino riempito

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Ancora sui Magredi – informazioni tecniche

Sul cartello che precede il guado del Cellina, leggo.

“ZPS, Zona di Protezione Speciale dei Magredi di Pordenone: vietata la distruzione degli habitat naturali necessari alle specie avifaunistiche tutelate, l’organizzazione di manifestazioni fuoristradistiche, la creazione di nuove cave e discariche, e in generale l’eliminazione degli elementi naturali e seminaturali del paesaggio agrario con alta valenza ecologica.”

“Al di là dell’aspetto povero della vegetazione, i magredi ospitano un numero davvero rilevante di specie e di rarità in ambito botanico. Similmente a quanto avviene per gli ambienti desertici, in primavera, appena la disponibilità d’acqua aumenta e le condizioni ambientali si fanno meno severe, i brulli magredi sono capaci di regalare lo spettacolo di splendide fioriture.”

“Nel greto ciottoloso, cioè nel letto attivo del fiume, cresce una vegetazione pioniera rada fatta di singoli steli e ciuffi d’erba fra cui si rileva qualche specie alpina. I semi di queste piante sono trasportati continuamente dai monti verso valle per azione dello scorrere dei fiumi. Nelle zone più riparate dalle piene, si sviluppa invece una vegetazione di erbe che forma cuscinetti e chiazze più estese di prato discontinuo. Infine nelle aree più lontane dai greti, sui suoli più fertili, sono presenti i magredi più evoluti. Questi sono delle vere e proprie praterie, con copertura pressochè completa del terreno.”

“Il termine Magredi deriva dal vocabolo friulano “Magredis” che significa prati magri (poco fertili). Il paesaggio dei Magredi, ampio e aperto, dove lo sguardo può spaziare liberamente, contraddistingue in modo quasi esclusivo l’alta pianura friulana. I Magredi si rilevano al margine degli estesi letti ghiaiosi dei fiumi Cellina-Meduna, Colvera e Tagliamento”.

Colvera?

la storia delle piante pioniere L'ambiente magredile

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Io e le piante pioniere – i Magredi del Cellina

strano cuore sulle prealpi cesti artigianali sagra dei Sest Erba palustre, rafia naturale...
messaggio sospetto la storia delle piante pioniere i Magredi del Cellina all'incorcio col Meduna guado del Cellina
Magredi del Cellina con la bici Magredi del Cellina sabbia asciutta e sabbia bagnata cono di ghiaia lavata
magredi erbosi mosaico di Castions Mosaico a Castions L'ambiente magredile

Questa mattina, nel pensare alle mete per la pedalata domenicale, c’era l’imbarazzo della scelta. Le pro loco della regione riaprivano le attività con numerose sagre e iniziative. Mi sono limitata a puntarne due.

A Polcenigo, la 337a sagra dei Sèst, del cesto in vimini intrecciato (che poi si rivela essere salice decorticato o non, pioppo, erba palustre).
A Zoppola, una rassegna di opere d’arte trasformate in mosaico permanente.
Emozioni particolari da queste due tappe?
Nulla di imprevedibile.
Se non la nota sul mio consueto, irresistibile, richiamo verso i luoghi deserti.
Sì, perchè, per passare dalla prima alla seconda meta, si doveva da qualche parte attraversare il fiume Cellina-Meduna. E dopo lunghe (sì devo ammetterlo, lunghe) ricerche, il passaggio l’ho trovato.
Al guado di Cordenons. Presso Murlis.
Un guado ufficiale, asfaltato. Col cartello per le auto: “Divieto di passaggio in caso di presenza d’acqua”.

Lì, nel guado, ho trovato sassi di fiume incastonati nella sabbia croccante, che a calpestarla, rivelava un primo strato biscottato più compatto, e poi un sottofondo friabile e polveroso.
Da quanto tempo era passata per l’ultima volta l’acqua, tanto da lasciare sopra la polpa del letto questa superficie sottile così ben cotta?

io e le piante pioniere strato biscottato
paesaggio desertico apparente

Bicitinerario: Pordenone stazione – centro pedonale, via Garibaldi a sinistra – indicazioni per Aviano – Roveredo in Piano – Budoia – prima di entrare nel centro di Budoia, subito a sinistra, ciclabile per Budoia stazione – S. Lucia di Budoia – S. Giovanni – Polcenigo.
Ritorno fino a Roveredo – la Comina – Cordenons – guado sul Cellina – Murlins – Ovoledo – (Zoppola) – Castions – Orcenico Superiore – Casarsa stazione.

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