Giusto per togliere eventuali dubbi
Ricevo questo articolo e, adattato, lo pubblico.
Perchè, con l’occasione della notizia di agenzia, offre una buona sintesi dei temi della questione femminile nel mondo.

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Una nuova agenzia delle Nazioni Unite per le donne: cambiare tutto perché cambi qualcosa – di Beatrice Costa*
15 luglio 2010. Dopo mesi di discussioni e trattative, il 2 luglio l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione che darà vita a UN WOMEN, la nuova agenzia ONU dedicata alla promozione dei diritti delle donne e all’uguaglianza di genere.
La nuova struttura – operativa dal gennaio 2011 – sarà guidata da un Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite e racchiuderà in sé quattro entità, fino ad oggi operanti in maniera separata: il Fondo di Sviluppo per le donne (UNIFEM), la Divisione per l’emancipazione delle donne (DAW), l’Istituto di Ricerca e Formazione internazionale per l’emancipazione delle donne (INSTRAW), l’Ufficio del Consigliere Speciale del Segretario Generale ONU sulle tematiche di genere (OSAGI).
Eppure rimane l’impressione di tornare indietro nel tempo: ancora, nel 2010, serve un’agenzia “per le donne” ancora “specie” da proteggere, promuovere, accompagnare? Dov’è finita la promessa del gender mainstreaming degli anni ’90, che avrebbe dovuto includere una prospettiva di genere a qualunque politica, legge, programma? Cosa non ha funzionato? Nonostante decenni di discussioni, centinaia di programmi e progetti, convenzioni internazionali, siamo ancora di fronte a dati sconcertanti rispetto alla condizione femminile nel mondo, e il dialogo tra istituzioni e società civile in occasioni di conferenze internazionali in tema di diritti delle donne non è regolare, né affidato a meccanismi di consultazione stabili.
A parità di mansione le donne mediamente percepiscono il 17% di salario in meno degli uomini, e sono meno dell’1% le donne che guadagnano più dei mariti. Sulle donne pesa la maggior parte delle responsabilità domestiche e di lavoro non retribuito: il carico di cura è prevalentemente affidato all’universo femminile. Due terzi degli adulti analfabeti sono donne e meno della metà delle madri nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo possono partorire assistite da personale sanitario. La violenza è la prima causa di morte per le donne tra i 15 ei 44 anni e su dieci persone vittime di tratta otto sono donne e ragazze. Troppo poche le donne in Parlamento, nei Ministeri, nei consigli di amministrazione, con rare eccezioni e non sempre nei Paesi industrializzati. Ricordiamo che fino all’anno scorso le donne erano solo il 16% dei diplomatici italiani (di cui più della metà ai livelli iniziali della carriera) e solo due direzioni generali del Ministero Affari Esteri erano guidate da una donna, mentre le donne presenti tra Montecitorio e Palazzo Madama sono meno delle parlamentari in Rwanda, Mozambico, Nepal, Perù.
Si prova imbarazzo a ripetere così spesso gli indicatori di disuguaglianza che dovrebbero rendere prioritario, deciso ed unanime l’impegno per restituire voce, dignità e autonomia a più della metà della popolazione mondiale.
Nondimeno negli ultimi trent’anni molto è cambiato nelle condizioni di vita materiale per le donne e nel dibattito pubblico o nei fora di elaborazione di pensieri e strategie. In molti contesti le donne sono passate da “categoria protetta” a risorsa preziosa, vettore di crescita e benessere, soggetto da includere non solo più per ragioni di pari opportunità ma perché la differenza può costituire valore aggiunto. Anche il World Economic Forum ha dimostrato che più un Paese è equo, più è competitivo e che investire per ridurre le disuguaglianze è economicamente conveniente, poiché massimizza le risorse a disposizione. In questi anni di crisi (alimentare, finanziaria, climatica) le donne vengono (a volte opportunisticamente) chiamate in causa come attori chiave per trovare vie di uscita e altri modelli di sviluppo più sostenibili.
La prospettiva di genere e l’analisi economica femminista hanno contribuito a rinnovare anche la disciplina economica, investigando il nodo produzione-riproduzione, costruendo analisi dei bilanci pubblici sensibili alla dimensione di genere, introducendo statistiche e dati prima ignorati.
Potremmo almeno metterci la faccia, promuovendo la leadership al femminile con una coraggiosa e significativa presenza di donne in fora e istituzioni internazionali.
Insomma, luci e ombre dunque per le donne del XXI secolo che da un lato vedono oggi aprirsi nuovi orizzonti, possono contare su molti più alleati tra organizzazioni non governative e istituzioni statali, ma dall’altro vivono ancora penalizzate da sistemi ampiamente discriminatori.
E’ con questo scenario che l’agenzia UN Women dovrà avere a che fare.
*Beatrice Costa si occupa di ricerca e analisi sui diritti delle donne e sulle politiche di genere per ActionAid