Abbiamo sensibilità nei confronti dello spreco, oppure no?

In questo giorni ho finito di leggere un saggio di Tristam Stuart, “Waste”, che in Italia è tradotto come “Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare”.

Contiene parecchie buone analisi e riflessioni, relative agli sprechi di cibo che avvengono nelle varie tappe che percorrono tutto il ciclo degli alimenti: conversione degli usi del suolo coltivabile, allevamento, produzione, conservazione, trattamento, confezionamento, distribuzione, comportamenti all’acquisto, preparazione alimenti finiti, scarti dimenticati nel frigo, scarti freschi dei supermercati e dei ristoranti, scarti riutilizzabili che vanno buttati o bruciati, forme di riciclo più o meno sostenibili, leggi sul contenimento dei rifiuti e sulla sicurezza degli alimenti, confronto tra soluzioni di diversi paesi, e così via.

Vale la pena di citare alcuni dei suoi spunti, che qui traduco liberamente dall’originale inglese.

I paesi ricchi hanno investito molto in sistemi di riduzione degli sprechi di un certo tipo (per esempio quelli generati dalle perdite dei raccolti per problemi di conservazione), specialmente nel dopoguerra; ma poi più di recente hanno reintrodotto quote di spreco altrettanto enormi permettendosi il lusso delle sovrapproduzioni inutilizzate, o ad esempio creando standard cosmetici inutilmente stringenti.

Anche se è controintuitivo, sono i supermercati che hanno sviluppato alcuni dei metodi più efficienti per la gestione e il trattamento del cibo. Il prezzo di vendita dei cibi confezionati è fino a tre volte il suo costo: stando così le cose, alla grande distribuzione risulta più conveniente buttare due articoli per ogni articolo venduto, piuttosto che rischiare di non vendere quell’uno. Questo è supportato da assurde regole cosmetiche che pretendono articoli alimentari esteticamente perfetti. La dimensione dei margini di vendita e i bassi costi dello smaltimento del cibo divenuto scarto fanno sì che questo meccanismo, che porta a cibi commestibili scartati fino al 40%, sia qualcosa che i supermercati si possono permettere.

Ci sono catene che espongono in vetrina pasti preparati sempre freschi (ma che poi risulteranno scartati in quantità rilevanti); questi produttori scelgono di fomentare l’illusione che il cibo sia una risorsa infinitamente e facilmente disponibile.

Gli sprechi alimentari nei paesi ricchi, che derivano da apatica trascuratezza, sono diversi da quelli dei paesi in via di sviluppo: in questi ultimi si osserva la mancanza di fondi d’investimento per migliorare le pratiche produttive o di conservazione, o anche la mancanza di accesso a conoscenze che in realtà sono già consolidate.

E’ immagine comune in occidente quella del bimbetto con il faccino tutto sporco di pappine, che sono state anche in gran parte lanciate dappertutto, pavimento compreso. Ma questo non è l’unico modo di educare all’alimentazione. Ad esempio, in India, i genitori danno il cibo ai bambini non in un piatto separato per loro, ma porgendo un po’ alla volta bocconi del pasto preso dal propro piatto. Questo risparmia sprechi e disordine, ed evidenzia qual è il trattamento da risevare agli alimenti: vanno considerati una risorsa di valore, o che può essere buttata?

Lo spreco gratuito di cibo che potrebbe essere utilizzato per sfamare altre persone, e che invece va a riempire i bidoni della spazzatura, dovrà diventare (o ritornare ad essere) un fatto socialmente inaccettabile.

"Waste" by Tristam Stuart "Waste" by Tristam Stuart

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