Archive for dicembre, 2009

Le recensioni ufficiali di davidaola

Di recente Dado è entrato a far parte della redazione del giornale on-line bora.la, producendo articoli che sono tra i più visitati di tutto il sito.

Anche io ora ne ho scritto uno, su un tema a me caro, ovvero le questioni femminili. Questo, perchè sono stata invitata a contribuire con un breve discorso ad una tavola rotonda, e già l’elenco delle altre illustri partecipanti era motivo sufficiente di entusiasmo. Potete immaginare come sono stata contenta quando mi è stato detto: “Sono una tua fan”, da una delle brillanti signore di cui io stessa sono ammiratrice a mia volta.

Di seguito riporto il testo integrale dell’articolo.

locandina evento

Riunito il primo Consiglio delle Donne di Trieste

Sabato 12 dicembre si è riunito il primo Consiglio delle Donne di Trieste, presentando importanti contributi di Poropat, Blazina, Serracchiani, Pedicchio, Richter, Carignani e molte altre donne che ricoprono posizioni di rilievo sul territorio. Erano attese anche l’assessore Rosolen e Margherita Hack. Quest’ultima ha inviato un saluto, essendo all’estero per un’iniziativa scientifica inderogabile.
Il convegno è stato organizzato dal Forum delle Donne di Trieste, nato nel 2006, durante le campagne elettorali comunali e provinciali. Costituendosi come organizzazione trasversale di donne provenienti da tutti i partiti, ha promosso numerose iniziative, tra cui l’adesione alla campagna “50 e 50″ lanciata dall’UDI (Unione Donne Italiane) per un’equa rappresentanza delle donne in Parlamento; l’istituzione di incontri con forze politiche, e la presentazione delle candidate di tutte le liste.

Sabato mattina dunque, nella sala conferenze del Grand’Hotel Duchi d’Aosta, i lavori sono stati aperti da Ester Pacor, presidente del Forum, affiancata da Luisa Fazzini e Ilde Poggi. Scopo della tavola rotonda era l’individuazione delle linee guida principali da seguire nel corso dell’anno successivo da parte del Consiglio delle Donne di Trieste, interessate a promuovere i temi del femminile sul territorio.
Dagli oltre quindici interventi, sono emerse distintamente le problematiche dell’integrazione e del lavoro, oltre a quelle della conciliazione e dei servizi, dell’urbanistica (sottolineata dalla consigliera comunale Bruna Tam), dell’ambiente, e della cultura sulle questioni di genere.

Vediamo dunque alcuni dei contributi proposti.
Cristina Pedicchio, presidente del centro di Biomedicina Molecolare, ha animato la discussione ricordando come, a seguito di un questionario presso i dipendenti di Area Science Park, era emersa netta la richiesta dell’asilo nido aziendale, servizio oggi reclamato anche dai nonni e dalle nonne, ancora presenti ed attive nel mondo del lavoro. Ripercorrendo l’iter di realizzazione della struttura nido, ha citato le numerose volte (ben cinque) in cui il progetto era stato presentato prima del suo accoglimento, e la resistenza incontrata per il suo finanziamento.
Maria Stella Malafronte, vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti FVG, ha raccontato appassionatamente quante giovani donne escano con voti brillanti dalle scuole di giornalismo in Italia, incontrando però poi grosse difficoltà ad accedere ad incarichi di responsabilità nel settore (tra i quotidiani nazionali troviamo una sola donna che ricopre il ruolo di direttrice).
Carla Mocavero, scrittrice, ha menzionato gli illustri nomi della scrittura a Trieste: Svevo, Saba, Joyce, che possono essere affiancati da molti altri nomi portatori di diversità culturale. “L’identità di Trieste come città della scrittura ha già basi evidenti; e queste basi, ora, le dobbiamo arricchire”.
Debora Serracchiani, arrivata verso la fine, ha partecipato portando ad esempio gli strumenti incontrati presso il Parlamento Europeo. Ha segnalato una iniziativa adatta ad essere ripetuta a Trieste, e che finora ha avuto attuazionea Milano. Una tavola rotonda sul tema delle migranti, per lo studio del fenomeno e per proposte concrete. Ha osservato come l’immigrazione femminile avvenga per diverse motivazioni: donne al seguito del marito per ricongiungimento famigliare, migranti autonome alla ricerca del lavoro, e molte altre tipologie. Di quali strumenti di supporto si possono avvalere queste figure femminili? Non ce ne sono di diversi a seconda del tipo di migrazione, è presente un unico “calderone” in cui vengono catalogati anche gli uomini, senza che sia reso possibilile distinguere tra le necessità espresse da ciascun gruppo.
In chiusura, la presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat ha espresso con forza il valore della competenza. “Prima di poter scegliere candidature al femminile per la politica”, ha dichiarato, “si devono dare alle donne degli strumenti di formazione adeguati. La politica è un settore che richiede delle competenze specifiche, per cui le candidature devono essere scelte a seguito di un solido iter formativo”.
Chiude il convegno Ester Pacor con un augurio, ovvero quello di poter passare il testimone dell’impegno per i diritti delle donne alle giovani generazioni.

Personalmente ho trovato l’iniziativa molto interessante. Innanzitutto mi ha dato l’opportunità di parlare allo stesso tavolo di illustri rappresentanti del mondo femminile cittadino. Presentandomi come “probabilmente la più giovane”, pur se con un’esperienza professionale di dieci anni, da ingegnere e poi manager, ho potuto dare un esempio della mia generazione. Ho confermato come ancora oggi la segregazione professionale femminile nasca già al momento delle scelte formative, per motivi culturali. Le statistiche Almalaurea mostrano chiaramente quanto le ragazze scelgano di costruire il proprio futuro ispirandosi ancora ad identità stereotipate.
Inoltre già l’evento in sè ha potuto offrire delle risposte alla problematica culturale del dibattito sulle questioni di genere. Quante delle donne presenti in sala avrebbero potuto costutire degno modello di riferimento per le nuove generazioni? Molte, se non tutte.
Ad esempio, ho apprezzato molto l’intervento di Etta Carignani, già presidente nazionale Associazione Donne Imprenditrici e Direttrici d’Azienza. La Carignani è intervenuta con un commento, con cui ha voluto condividere la propria esperienza di impegno per la promozione dell’impresa al femminile. Il suo attuale incarico di segretario generale FCEM (donne direttrici d’impresa nel mondo) l’ha portata a conoscere in prima persona le capacità delle donne sullo scenario internazionale. Ha sperimentato gli effetti del “digital divide” presente nei paesi in via di sviluppo, i problemi di conoscenza della lingua in nazioni pur tecnologicamente avanzate come la Corea, e le difficoltà incontrate sui diversi processi produttivi (come la realizzazione del sapone nei villaggi africani, che per motivi di temperature non potevano adottare il processo standard). Nelle sue parole (come in quelle di molte delle altre oratrici) era ben visibile il tipico esempio di modello professionale positivo: “Grazie alla mia attività”, affermava Etta, “ho avuto l’opportunità di rileggere il libro della storia attraverso le vicende delle donne dei vari paesi”.

Ilde Poggi, vicepresidente del Forum, dopo la chiusura, mi ha confermato il suo apprezzamento per questo evento. “Lo considero un punto di riferimento per idee ed opinioni. Spero che sia l’inizio di una serie di incontri futuri, che fino ad oggi si sono svolti su base annua, ma che meritano di essere trasformati in un appuntamento mensile, per passare al programmare ed al fare”.

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Aria d’inverno

Comincia la nuova stagione, un po’ in anticipo. La Bora come al solito ci ha messo lo zampino. Domenica scorsa si è sentito l’abbassamento della temperatura che preannunciava l’inverno, e il sole limpido è tornato fuori dopo un po’ di giornate uggiose.

Per l’occasione le famiglie davidaola si sono riunite per pranzo, e si sono concesse una bella mangiata di pesce al Villaggio del Pescatore. Sì, è già il momento dei pranzi delle feste, diciamo che noi abbiamo cominciato in anticipo per evitare la folla! (Ogni scusa è buona). Nei giorni precedenti Luisa e Giordano non si sono fatti scappare gli ultimi funghi venuti fuori dalle piogge, e così hanno portato un cesto di deliziosi finferli per Rita.

Vediamo dunque il menu offerto dall’Ittiturismo.
Ribaltavapori in savor, cozze impanate (col bis!), tagliolini alla siciliana (piccanti!), filetto d’orata (il pezzo migliore) e polpette di pesce con polenta; insalta mista e patate al forno; dolce di carote e mandorle e biscotti da pucciare nel ramandolo.

finferli Luisa e Rita coi finferli Cilla e Palla in foto
gli uomini di famiglia pranzo all'ittiturismo foto di gruppo

Dalle chiacchiere del pranzo prendo nota di un paio di buone uscite:
“El legno te scalda tre volte: quando te lo tai, quando te lo porti casa, e quando te lo brusi!”

“Drio de la casa iera un grande albero de cachi, che quando che i cascava zo, i faseva tuto un plotch. Soto iera la vanesa de radicio, e no te rivavi mai a ingrumar radicio senza far una marmelata. E po’, se te cascava un caco in testa, te se ritrovavi tuto ‘negà!”

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HSH Chapter5 – Cena tra amici con sorpresa

Sabato scorso, dopo diversi tentativi dell’ultimo periodo, abbiamo finalmente incontrato i nostri amici per una cena a casa davidaola. Effettivamente, alcuni non li vedevamo da un po’. Soprattutto Puc, che è emigrato a Milano da più di un anno.
La scusa per ritrovarci è stata data dal rientro di Puc a Trieste per il suo compleanno, così lo abbiamo invitato a casa nostra con Michele, Liviano e consorti, oltre ai nostri amici Carluca, e abbiamo organizzato una cenetta con i fiocchi: cannelloni con zucchine e formaggio, con radicchio e prosciutto, insalatona, più i contributi degli ospiti per antipasti, vini, dolci (e vanno sicuramente menzionati i biscotti preparati da Liezbeth poco prima di arrivare da noi).

Tra frizzi e lazzi e ricordi dei bei tempi, Dado ed io avevamo anche un altro motivo per festeggiare con loro. Nessuno di loro sapeva (a parte Carluca che erano già un po’ più preparati) che in questo periodo ci eravamo buttati nell’avventura dell’acquisto di un nuovo appartamento. Per questo abbiamo organizzato con loro un brindisi al buio a base di centrifuga di frutta fresca (anche se Michele non ci credeva che fosse del tutto analcolico). Con questo evento abbiamo fatto omaggio al regalo di nozze a cui hanno contribuito anche i nostri amici, assegnando ad ognuno di quelli che erano presenti  la propria “quota” di metri quadrati di parquet.

—Messaggio di servizio—
Si rende noto che l’assegnazione delle prossime quote avrà luogo con molti altri brindisi che saremo ansiosi di proporre a breve.

Siccome i nostri amici Carluca avevano immaginato che le pratiche per l’acquisto erano arrivate verso il completamento, ci hanno fatto la sorpresa di un gradito ed utile regalo: la serie completa di attrezzi per il muratore che si dovrà impegnare nella ristrutturazione (eh eh, anche loro  ne sanno qualcosa, e dato che ora tocca a noi, hanno sottolineato che è venuto il momento del contrappasso…).

Davidaola ed amici in missione segreta La cazzuola in regalo
le pastine e i biscotti cena a casa Davidaola

Abbiamo raccontato ai nostri amici le varie tappe che hanno portato a questo risultato, compresa la corsa di Dado per il treno il giorno in cui abbiamo deciso di proporre la nostra offerta di acquisto.
Mi ricordo ancora come mi sentivo quel giorno, l’inizio di una serie di tappe inedite. In quel momento non sapevamo ancora come sarebbe andata a finire. Avevo la sensazione di un dubbio nuovo, uno di quelli che ti proiettano nel futuro.

Nel corso della cena, non sono mancate le consuete chicche che ci permettono di rimanere coi piedi per terra.
Tra queste, citiamo la massima di Liviano sulla “panza dei 30 anni”:
Lui ga sempre fatto sport, e el ga la panza.
Mi no go mai fatto sport, e go la panza.
Quindi…
Mi go risparmià battiti cardiaci!

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Il sogno americano numero 2

Il “sogno americano numero 1″, quello del dopo guerra, per chi non lo ricordasse, era il sogno della classe media di riuscire a possedere una casa di proprietà. Ci sembra incredibile che potesse essere considerato un sogno, dal momento che si tratta di un concetto che oggi in molti provano ad esplorare in modo naturale. Forse, a quel tempo, era la prima volta che il benessere cominciava ad essere diffuso abbastanza ampiamente da far pensare alle persone in massa che la casa di proprietà potesse essere uno degli obiettivi di percorso da far diventare “tradizionale”.
Oggi cominciamo ad osservare che il beneficio della casa di proprietà non è così ovvio, perchè la crisi dei mutui americani legati proprio all’acquisto delle case ha cominciato a far “perdere” la proprietà della casa a gruppi ampi di persone. Negli Stati Uniti, pignoramenti ed espropri hanno cominciato a far diventare deserti interi quartieri.

Ma non è del “sogno americano numero 1″ che voglio parlare ora.
Lo cito solo per ricordare che, come tante cose del nostro mondo occidentale contemporaneo, si tratta di un concetto recente, un concetto che davamo per scontato, ma che si può perdere.

Infatti credo che una sorte simile possa capitare ad un’altra idea, che tutti danno per scontata, e che invece è un “sogno” anch’essa, e che può essere soggetta allo stesso destino di costruzione e anche di perdita.

Il “Sogno americano numero 2″, secondo me, è quello del “lavoro idale”, ovvero il lavoro corrispondente alle proprie attitudini e al proprio investimento formativo, anche elevato. Per la nostra generazione, nessuno aveva messo in dubbio che fosse legittimo dare a sè stessi questa meta. L’idea era che una giusta miscela di capacità, impegno e strategia d’investimento formativo potesse bastare per raggiungere un discreto soddisfacimento di questo obiettivo.

In qualche angolo della mente, tutti noi giovani abbiamo sempre saputo che ottenerlo era in effetti un “sogno”, ovvero un bell’obiettivo che poteva realizzarsi per molti ma non per tutti, ma non dicevamo certo a noi stessi che questo si sarebbe realizzato solo per “pochi”: il “molti” ce lo concedevamo: chi lo avrebbe messo in dubbio, ad esempio tra i nostri compagni dell’Università?

Invece, di recente, ho visto diverse cose che mi hanno fatto cominciare a dubitare di questo “sogno”, al punto che ora non lo chiamerò più “sogno”, ma “modello sociale”: ovvero qualcosa che può valere per certe società e per certi periodi dotati delle giuste condizioni, ma comunque si tratterà di una “idea costruita”, una idea che anticipa la realtà, ma pur sempre una idea da cui la realtà, se ne ha voglia, si può tranquillamente e liberamente staccare.

Di queste cose che ho visto, ne segnalerò due.
La prima è questa.

L’altra settimana, sono andata all’Università, a tenere una lezione presso il corso di laurea che ha dato formazione a me, secondo un percorso concluso nove anni fa. Durante la lezione, mi sono divertita molto (come già le altre volte in passato) a presentare le mie esperienze pratiche, ad un pubblico che aveva la stessa base teorica che avevo io: che bello poter dare per scontato lo stesso linguaggio. Mi sono persino lasciata andare all’entusiasmo e allo stile enfatico, come forse da un po’ non potevo fare: come se avessi preso una boccata d’aria fresca rispetto ad una quotidianità che tutti gli altri giorni mi chiedeva di essere troppo ingessata. Ma andiamo oltre, andiamo alla cosa che ho notato.
A fine lezione, ho chiesto a tutti gli studenti di parlare loro per me, di darmi un riscontro. Domanda semplice: cosa avessero deciso di fare una volta completati gli studi (erano al penultimo anno di un percorso formativo di cinque anni). Tralasciamo ora il fatto che solo una parte di loro aveva le idee chiare, e che gli altri rimandavano a più avanti il momento della riflessione sul tema (o preferivano mantenersi riservati). Quelli che si erano espressi con chiarezza ed assertività, avevano fatto delle riflessioni che ho considerato rivelatorie, perchè mi hanno mostrato una novità entrata nel pensiero dei giovani. Tra i più convinti e determinati, che stavano definendo delle scelte di campo (“questo ramo o quest’altro ramo della specializzazione è quello che voglio continuare a perseguire, e mi piace per questo e questo motivo”), ce n’erano diversi che si stavano anche rendendo conto della crisi del modello formativo legato al “lavoro ideale”. Non pochi si stavano rendendo conto di non avere più la certezza di far bene ad investire su quella che era la loro attitudine e preferenza, pur avendola identificata chiaramente.

Attenzione, vi faccio notare la anomalia più chiaramente, per chi non l’avesse colta.
Gli studenti a cui mi sono rivolta, sono stati quelli che hanno scelto il percorso formativo che (statistiche Almalaurea alla mano) dà PIU’ LAVORO e IN TEMPI PIU’ BREVI di tutti i corsi di laurea in assoluto. Inoltre, la percezione di incertezza mi è stata espressa dagli studenti PIU’ BRILLANTI e consapevoli e motivati.
Della serie: se sono loro a dire così (“è da quando sono ragazzino che mi interesso a questo settore… ho sempre investito nel mio percorso formativo in questa direzione, e ora mi sto rendendo conto che questa direzione non ha le caratteristiche che dovrebbero esserci in una direzione giusta”), cosa dovrebbero dire tutti gli altri?

Cito più nel dettaglio i numeri che esprimono questa condizione.
Rapporto Censis 2009:

“Circa l’80% dei giovani tra 15 e 18 anni si chiede che senso abbia stare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale. Dominano il disincanto e lo scetticismo: il 92,6% dei giovani in uscita dalla scuola superiore ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6% pensa che sia agevolato solo chi può avvalersi delle “conoscenze”. Inoltre il 63,9% degli occupati giudica inutili le cose studiate a scuola per il proprio lavoro. La visione pessimistica travalica i confini dell’universo educativo: il 75% dei laureati e l’85% dei non laureati di 16-35 anni pensano che in Italia vi siano scarse possibilità di trovare lavoro solo grazie alla propria preparazione”.

Il lavoro per una donna ucraina

Ma passiamo ora al secondo punto che ho notato di recente sul tema del lavoro, ovvero: l’effetto delle condizioni normative non uniformi sui diversi territori nazionali, nei confronti dell’approccio al “sogno del lavoro”.

Ho già parlato qualche giorno fa del film “Africa paradis”. Si tratta di un racconto illuminante, basato sul trucco narrativo della inversione delle parti. Un trucco che, rimuovendo (per scambio) l’identità degli attori, rivela in modo più nitido le dinamiche dei loro gesti.

Il contesto del racconto è il seguente (dal sito del festival del cinema africano).
“Anno 2033, Stati Uniti d’Africa. L’Africa è Il paradiso terrestre, la meta di milioni di profughi in fuga dall’Occidente che è devastato da guerre e crisi economiche. Una coppia di giovani francesi sceglie di emigrare clandestinamente per cercare fortuna in Africa. Ma la realtà che li attende è durissima: pregiudizi, sfruttamento, xenofobia. E intanto, nei palazzi dell’ Unione Africana, si dibatte sulla linea politica da adottare nei confronti di questa ‘invasione’.”

La situazione del lavoro, all’interno di questo contesto, è dunque questa. I due francesi hanno un profilo professionale elevato, ma questa professionalità non è richiesta nel paese che ha il benessere (che nel racconto è l’Africa), ed è inutile nel loro paese di origine (una Francia in guerra civile). Oltre alle condizioni di forte vincolo per quanto riguarda in generale i diritti di cittadinanza, tutela e presenza sul territorio, in particolare i protagonisti sono anche soggetti alla trasformazione del “sogno del lavoro ideale”, in un incubo. Infatti i rapporti di forza presenti nel sistema permettono loro di accedere solo a quello che è l’inverso del lavoro ideale: ampiamente demansionato, diminutivo del rispetto di sè, precario e legato a forme di incertezza, se non di sconfinamento al di fuori dei limiti della legge.

Questo film mi ha colpito perchè ha messo bene in evidenza, tra le altre cose, la dinamica del lavoro come parametro fortemente dipendente dai rapporti di forza. Quello che ho qui chiamato il “sogno americano numero 2″, il sogno del “lavoro ideale”, può essere trasformato in un mostro.

Per concludere, mi pare semplice ricordare che che la variabile indipendente siano le risorse (come ci insegna Jared Diamond in Collasso).
Il lavoro è una variabile dipendente, ovviamente.
Credo però che sia una forma di cecità guardare solo ai parametri di contorno (ad esempio le differenti leggi per cui in un paese o in un altro vengono incentivati o compressi gli attributi del lavoro, come la detassazione del lavoro di primingresso) o addirittura alle conseguenze (la fuga dei cervelli), senza guardare la condizione delle variabili prime, come le risorse.
Credo inoltre che vada guardato in modo distaccato il modello sociale del “lavoro ideale” (anche nella sua relazione all’investimento formativo, un investimento che, giusto per fare una analogia che è una esagerazione, non vorrei che facesse la fine dei mutui subprime), ricordando che è un sogno, un ideale.
Io ad esempio ho riscontrato con una certa sorpresa che sei anni di percorso formativo avanzato mi sono serviti per ottenere come risultato un’esperienza di sei anni di lavoro proficuamente corrispondenti a quella specializzazione. Poi ho cambiato mansione. E, per fortuna, posso dire che i sei anni spesi sulla prima mansione, hanno svolto la funzione di investimento per gli anni successivi (ad oggi un arco di ulteriori tre) ovvero per quella che è la nuova mansione attuale, comunque collocata su un piano significativamente diverso. Però accidenti, che rapporto temporale pesante, che viene fuori. Ovvero: non è che con un quinquennio universitario (per non parlare di tutti gli anni a scuola) si viva di rendita tutta la vita. Nel mio esempio si ottiene una restituzione giusta giusta secondo un rapporto temporale di uno a uno.

Investire nella costruzione del proprio “lavoro ideale” è un bell’ideale, un bel costrutto valoriale. Un valore che è stato anche faticoso strutturare, e tramandare, come forma di senso di responsabilità, alle ultime generazioni (infatti ogni generazione lo recepisce in modo influenzato dal livello formativo dei genitori, statistiche alla mano).
Mi sembra incredibile l’essere entrata in un momento della vita in cui sono disposta a mettere in discussione i sogni, gli ideali.
Però sto veramente cominciando a credere che gli ideali sono un costrutto che va riconosciuto in quanto tale, nei suoi benefici (di orientamento, di motivazione) e nei suoi limiti (e costi, meno divulgati, e da confrontare seriamente alla quantità di risorse, fossero anche solo quelle temporali).
Per dirla in modo non negativo: ogni ideale deve perlomeno essere soggetto a ricostruzione e riformulazione continua.

(Fonti per questo articolo: 1, 2, 3, 4, 5, 6).

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Rugiada al sole, brina all’ombra

Foto dalle esplorazioni condotte nei campi (bagnando le scarpe), durante la pedalata sulla ciclovia del torrente Versa.

campo d'erba dorata la ragnatela di perle cristalli orientati le spighe con la brina
la ragnatela di perle

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La ciclovia del Versa

Giovedì scorso c’era un improvviso giorno di sole: l’ho colto al volo, e sono salita sul treno per Sagrado. Non avevo una meta precisa, e il caso mi ha fatto trovare una pista ciclabile che vale la pena ricordare.

Nel tratto di strada che va da Romans d’Isonzo alla località di Versa, si incontra il ponte sul torrente Versa. All’attacco del ponte, comincia la pista ciclabile, segnalata da un ampio cartello.
Sul cartello, una poesia di Celso Macor nomina i fiumi della zona, che anche io ho imparato ad apprezzare pedalando: Torre, Judrio e Versa. Le rime affiancano ricordi del poeta bambino, che immaginiamo nudo a giocare nell’acqua, ad immagini di oggi più dolenti, come quella dei letti di fiume trasfomati in pietraia silenziosa.

La poesia del fiume Versa Ritmi familiari inizio pista ciclabile la ciclovia del Versa
In bici sul Versa arnie baciate dal sole il letto del Versa sassi di fiume

Il percorso ciclabile si snoda lungo tutto l’argine destro in direzione di risalita del torrente. La posizione sopraelevata dell’argine raccoglie il sole e la vista sui monti, mentre l’acqua dal color del cielo si increspa in prospettiva virando sul viola e sul bruno.
A metà strada cedo alla tentazione, mi calo giù dall’argine, vado a toccare il torrente. Faccio pausa sul letto del fiume per un po’, mi immergo nel rumore dell’acqua e nelle forme dei sassi.

La pedalata sull’argine arriva fino a Capriva. Basta poco per arrivare a Cormons, e fare incetta di cartine della zona all’ufficio turistico, prima del pranzo con risotto zucchine e gamberetti.

rugiada sull'erba rompi flutti sul Versa le scarpe volanti I cachi senza foglie
Vista serale sullo Judrio sburtà (ovvio!) colori primari ombre e idrogeologia

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Il vantaggio dell’anteprima

Sto ascoltando un pezzo inedito dei nostri amici Déja, un lavoro che ha permesso loro di vincere il festival della musica acustica in Germania.
Lo metto in cuffia, nessuno si accorge di quante volte sto ripetendo l’ascolto di seguito.
Vorrei citare parti del testo, però non è il momento, aspetto l’uscita ufficiale.
Nel frattempo posso disegnarci sopra, di getto, in pochi minuti, così come mi viene fuori il colore…

insisto, vai

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Non solo una foto viola

Questo autoscatto risale a qualche sabato fa, in cui la sera dopo il cinema siamo andati a prenderci sei-succhi-di-frutta-sei con gli amici. Eravamo andati a vedere il documentario Food Inc, un lavoro sul sistema della produzione alimentare (che fa bene il paio col già citato libro Fast food nation).

In questo periodo abbiamo visto dei film o dei documentari interessanti ai festival del cinema (sì, quei festival del cinema che adesso sono in difficoltà nel reperire finanziamenti, e che penso siano una fonte di approfondimento e scambio da preservare).

Come non citare Nollywood, la selezione dei migliori film pop africani proiettata di recente al teatro Miela. Chi l’avrebbe detto che Nollywood, partendo dalla Nigeria, sta diventando la terza industria cinematografica al mondo (dopo Hollywood e Bollywood, l’industria del cinema indiano)?

Segnalo ad esempio i colori delle videodanze di Nora Chipamuire, che studia le performance collaborative. E va vista la storia dell’immigrazione all’incontrario, rappresentata in Africa Paradis, vincitore del festival del cinema africano di Verona. E non dimentico Muniru che prende la parola per tutti noi, prima della cena di raccolta fondi.

con gli amici al bar

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Il momento della grande chiacchiera

I nostro amici AleBibi e Dodo abitano in una via che si trova sulla nostra strada verso casa. Certe volte indugiamo sotto la loro finestra mentre inviamo loro un messaggino per salutarli. L’altro giorno, proprio mentre passavamo per di lì, Dodo si è affacciato e ci ha visti. Ale ci ha riconosciuti da lassù, e ci ha fatto ciao!
Ale ha imparato a dire i nostri nomi. Ora per lui noi siamo “Dadu” e “Pao”. In questo periodo dice molte parole, e si accende per ogni cosa che vede e riconosce. Uno dei suoi mimi preferiti è quello dell’arancia: fa il gesto della spremuta, e della goccia di succo che entra nell’occhio. Lo indica col ditino e dice “Zic!”

alefinestra

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Incontri

Lo scorso weekend è stato lasciato un po’ al caso: con le previsioni di pioggia non ci siamo fatti idee strane. E proprio in questo modo, sono venuti fuori dei momenti speciali ed inattesi.

Sabato ho incontrato Anna Lucia sulla strada del ritorno, e così ho potuto darle delle cose, due tovaglioli e una presina, che tenevo da parte per lei da oltre due anni!
Poi sono andata a fare visita ai nostri futuri vicini di casa, portando un dolce per l’occasione. Mi hanno raccontato di essere venuti ad abitare lì nel ’66. Si ricordavano che a quei tempi c’era il tram che serviva la via sottostante, e che i sotterranei erano ancora indicati (con una targa presso l’ingresso) come rifugio anti aereo messo a disposizione del circondario.

Nel pomeriggio Franci mi ha chiamata: “Ehi, non pensavo di trovarti a casa a quest’ora! Beh, allora vengo da te, così mi aiuti a stampare dei documenti”.
Tisana menta e camomilla, musica dei Déja anche per lei. E’ già uscito il loro video che ho potuto apprezzare dietro le quinte l’altra settimana.
“Fai i complimenti a voce e chitarra”, ha detto Fra.

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