Archive for maggio, 2008

Attualità

Federico Rampini è uno dei miei osservatori internazionali preferiti. Credo che il suo blog sia migliore dei suoi libri: una struttura agile che gli permette di ragguingere il grado di approfondimento a lui più congeniale. Stranamente, certi giorni fa uscire fino a 4-5 commenti in una volta…
Molti dei suoi articoli recenti ci mostrano la Cina nelle sue sfaccettature sorprendenti. Segnalo ora, però, una sua pagina sull’India.
Secondo il giornalista, “L’esperimento democratico dell’India è il più originale e il più importante nella storia umana.”
“Nell’India di oggi accade l’esatto contrario di quel che si nota nell’affluenza alle urne in tutte le altre democrazie del mondo: più un indiano è di casta bassa, più è povero e sprovvisto di istruzione, più va a votare. Le liberalizzazioni indiane vanno negoziate continuamente con i ceti più deboli della società per ottenere il loro consenso. I governi sono costretti a moderare il ritmo delle riforme, cercando compromessi e mediazioni con le masse popolari.”
Per chi vuole leggere tutto l’articolo di Rampini, il testo completo sui trova qui.

Ora, vi propongo un confronto con quanto detto sopra e quanto si dice nella stessa data in un’altra zona del mondo: ecco un articolo da un quotidiano nazionale.
“Lo Stato non farà passi indietro. Chiaiano si farà. Chi ostacolerà il progetto finirà davanti al giudice. Basta con l’anarchia”, dice il premier. “Qualora si decidesse di aprire la cava, essa sarà dichiarata zona militare, difesa da soldati e chi si opporrà sarà perseguito come persona che ha commesso un reato”. “L’indagine che ha tentato di fermare l’iniziativa ha demotivato chi si era impegnato, ma non Bertolaso: lui è un uomo vero”. (che chicca il machismo della chiosa finale!!).
Stiamo parlando di provvedimenti che avvengono sotto casa nostra, e l’articolo completo si trova qua.

Ecco: oltre al senso di contrasto che si può trarre da questi due estratti, non mi pare che ci sia molto altro da aggiungere…

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Scoperte notturne

Sabato notte, risveglio nel cuore delle ore piccole, vado a fare due passi in giardinetto.
Non so cosa cerco, ma per il momento trovo: due calzini spaiati di colore diverso sui miei piedi, guardando giù verso i sandali; il suono delle cicale nella notte, udibile lievissimo solo quando c’è una pausa tra il passaggio delle macchine, e non so dove questo gruppo di cicale è localizzato (l’eco sembra provenire da oltre la stazione, ma lì non c’è del verde, quindi non capisco). E infine, un giornale mezzo schiacciato per terra, che mi chiama e deve, per la mezz’ora successiva, lasciarsi leggere. (L’ultimo numero di Konrad, n.d.r.)
Ci trovo gli articoli dei miei intellettuali preferiti, e il richiamo agli stessi valori di cui sento l’importanza della sottolineatura anche io: tolleranza, democrazia, cultura.

meno peggio paolo rumiz

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Baracchino frutta

Enrico e Marina sono i gestori del baracchino ortofrutta che sta vicino a casa nostra. Noi ci passiamo spesso davanti facendo la strada e scambiamo con loro i saluti; la loro verdura è più buona di quella del supermercato ed è pure conveniente. Lei mi chiede sempre dove ho messo i mezzi guanti fatti da me all’uncinetto che le ricordano molto i suoi, mentre lui parla senza fermarsi di tutte le specie che ha sul banco o motteggia coi clienti che prende in giro.

Oggi sono andata da loro a prendere i pompelmi per la colazione, l’insalata e le uova, anche se avevo chiesto a Dado di farlo ma non l’avevo ancora visto arrivare e allora l’ho anticipato andandoci io. Poi mi sono diretta verso Marisa per prendermi un gelato, ma ho trovato chiuso e son tornata indietro.
Dopo un po’ Dado passa di là al baracchino e si dicono:

Enrico: Guarda che tua moglie, quela uficiale, iera za qua!
Dado: Quela uficiale che conossi tutti, o quel’altra?
E: Sì, la iera qua, quela uficiale!
D: La ga ciolto pompelmi?
E: No so, perchè no la go servida mi, la ga servida el mulo novo. E adesso come ghe spieghemo chi che xè tua moglie, che lui no la conossi? Te ga una foto in scarsela?
D: Sì ah, che go una foto!
(e gliela mostra)
E: Che cocolo, apena sposà! Ah che cocoli ne la foto che i se dà bacin! Amico Friz, guarda la foto!
Friz: Ah sì si, la iera qua, la ga ciolto pompelmi, la ga portà anche i porta-ovi, e la xè ‘ndada via.
D: E dove la xè ‘ndada, de sù o de zo?
Friz: De sù, de su!
D: Ah bon, allora vado in su e vedo se la trovo.

Come torno, vedo il Dado, che ondeggia al suono della musica nelle cuffiette, mentre mi sorride e mi viene incontro, con la borsa di stoffa nera per la spesa uguale alla mia, la mia però è piena. Gli dico: “Eccolo! Proprio di qua passavo! Non occorre che prendi i pompelmi, li ho già presi io!”
E Dado risponde: “Lo so!”

pompelmi

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A ciascuno il suo caffè

Impasse.
I progetti in corso non vanno avanti.
Si torna sempre sugli stessi punti senza novità.
E’ il caso di ricominciare, ripartendo da un altro lato; ci vuole qualcosa di facile, da cui prendere l’abbrivio, che abbia successo garantito e che dia la carica giusta…

Trovato!
Posso arricchire la mia collezione di ritratti!
Un disegno torna buono per ogni uso, ci faccio anche il caffè…
miry

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Un’ora a Copenhagen

Mercoledì scorso, alla fine del viaggio di lavoro, sbarco dalla nave a Copenhagen e ho due ore di anticipo rispetto al check-in del volo di ritorno a casa.
Intercetto un tassista al salto, e gli chiedo: “Quanta strada c’è da qui all’aeroporto?”
Per rispondermi mi mostra l’orologio, mi fa un po’ di gesti, e capisco che ci vuole mezzo giro del quadrante: mezz’ora. Dunque, ho un po’ di tempo che mi avanza. Gli chiedo allora: “Riesco nell’ora che mi rimane ad andare a vedere qualcosa del centro della città?”
Scuote la testa, mi fa salire sul taxi, emette strani suoni, e alla fine mi porge il suo telefonino: eccomi connessa con la sua traduttrice personale, che in inglese mi suggerisce di andare a vedere la City Hall, e poi spiega a lui la decisione presa.

Cosa dire di un’ora libera passata a Copenhagen, con due valigie al seguito e il piglio fotografico dei giapponesi grampa e scampa? Che l’idea migliore era salire sugli autobus panoramici e fare il tour del centro con il naso in aria e il bagaglio scarrozzato comodamente? Oppure infilarsi nelle viuzze per turisti a confrontare souvenir insopportabilmente tutti uguali e consumare così mezz’ora per decidere che quei gadget non sono regalabili?

Uno solo è il messaggio ben chiaro che la città mi ha lasciato, osservata sia al centro che al largo verso l’aeroporto: l’esercito delle bici era qua con noi. Bici con carretti al seguito o di fronte, bici con tre ruote oppure con mini ruote, caschetti piccoli da ciclista o grandi da sciatore, scarpe col tacco alto o gonne al vento portate in bici senza timore; abito gessato da ufficio, stivaloni e impermeabile svolazzante, tutti in bici ad ogni ora! E i marciapiedi tappezzati di bici parcheggiate? Non ce n’è uno, dico uno, in tutta la mia città, che assomigli anche lontanamente a quelli ovunque sovraffollati di bici legate in fila che ho trovato qua.

copenhagen copenhagen copenhagen copenhagen
copenhagen by bike copenhagen by bike copenhagen by bike copenhagen by bike

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Aspettando la bella stagione

Martedì scorso, sul molo bersaglieri, al tramonto
Musica: Aria LiberaBen Hur

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Crociera doppio mondo

Lo scorso lunedì mi sono imbarcata su una nave da crociera per lavoro, e ci sono rimasta per tre giorni. Il tempo libero non era molto, ma ho potuto comunque vedere le due facce della città viaggiante.
Una faccia, situata ai piani alti, era quella del lusso. Tredici ponti tutto vetro e relax, ascensori con vista mare contemporanea alla vista sulla hall, con pianoforte e voce tutto il giorno, oltre che teatro, negozi dell’oro e della pelliccia, e numerose soluzioni fitness e benessere. Sala massaggio, agopuntura, sauna, palestra col tapis-roulant per correre e guardare, davanti a sè, il mare fuori dal vetro. Quanti lettini sdraio e attrezzi palestra vuoti! Solo un’orda di esagitati del wellness avrebbe potuto occuparli tutti, ma non so dov’era, dato che mi parevano più frequenti gli anziani non deambulanti sulle sedie a motore comprese nel servizio.
Un’altra faccia, brulicante come un formicaio, era invece attivissima ai piani di sotto, lato cucina, refrigeranti, carico-scarico e motori. Questa era la parte riservata all’equipaggio, in cui per lavoro potevo passare. Appena superavo una porta “restricted access”, si apriva il mondo sotterraneo multietnico, che pareva quello di una metropoli di blade runner. Nei labirinti del sotterraneo mille scale mi sono persa molte volte, fino a trovare definitivamente il modo di orientarmi qualunque fosse la porta ad accesso limitato che usavo per entrare nell’altra dimensione.
Ai piani di sotto, numerosi cartelli ricordavano all’equipaggio che portare i turisti dal lato a loro vietato avrebbe potuto comportare un richiamo pesante fino al licenziamento.
Tornando al piano di sopra, si poteva vedere il personale di servizio in azione: addestrato a mettere a proprio agio gli ospiti, riusciva perfettamente nell’intento di costruire un clima di apparente confidenza; ti guardava negli occhi come se ti conoscesse da anni, ricordava il tuo nome e le tue preferenze quasi prima che tu gliele dicessi, e superava in cortesia tutti i commessi triestini che cadono nell’uso del “volentieri”e del “no se pol”.

pallacruise PLcruise lettini da spiaggia natante pioggia all'orizzonte
vista sulle onde dall'ascensore vista sulle onde dal tavolo di ping pong cruising underdecks cruiselabyrinth

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Un pomeriggio a Stoccolma

La scorsa domenica sono stata caricata su un aereo con poco preavviso per questioni di lavoro, e mi sono ritrovata a bighellonare per una mezza giornata libera nella città di Alfred Nobel: una Stoccolma apparentemente uggiosa, che ho scoperto pian piano nelle poche ore che avevo a disposizione.
Alle quattro del pomeriggio, sciarpa e guanti contro una pioggerellina che era quasi nevischio, mi sono diretta verso il mare, e i grandi spazi vuoti delle piazze e delle banchine disposte tra i canali e i palazzi mi hanno stordita un po’, colpa del vento nelle orecchie.
Cerco di consolarmi in un grazioso caffè, ma non ci riesco: mi faccio preparare un tè verde e una torta al cioccolato con sbuffo di panna, ma non posso pagarli: non accettano nè gli euro nè le mie carte di credito, e devo uscire a pancia vuota lasciando tutto lì, sigh…
Orecchie (fredde) basse, sto per rinunciare al giro e quasi quasi vado a rintanarmi in hotel, ma prima faccio ancora un tentativo: giro oziosamente in un supermercato, di quelli dei grandi centri commerciali al coperto come si usa quassù, giusto per scaldarmi un po’.
Ed è lì che riscopro il lato più confortevole e popolato della città: gli ampi spazi al coperto, che sono quasi tutti interconnessi tra loro, e che mi si aprono davanti in successione: una Stoccolma vista da dentro, che però si dà abbastanza volumetria da sembrare comunque “fuori”. Splendida, ad esempio, la stazione centrale, su più piani tutti visibili attraverso le ringhiere in ferro battuto, e con le panchine centrali in legno chiaro, che sembrano le bancate di una biblioteca, o almeno questo è l’uso che ne fanno le persone tranquille che stanno lì con i loro libri e giornali.
Giro al semichiuso ancora un po’, fino alla sorpresa finale, che arriva in pieno pomeriggio: la casa delle culture, o Kulturhauset. Lì, in un ambiente trasformato in discoteca grazie alle luci ed alla tapparella abbassata, riesco ad intrufolarmi, e sento scatenarsi la musica di una ottima band sudentesca, che improvvisa infinite variazioni funky, impreziosite dai toni soul della giovane vocalist di colore, e davanti a loro si sfogano i ragazzi della scuola di hip-hop: prendono la scena a turno, con numeri di ballo tutti diversi, a volte commentati dal loro istruttore; nelle altre sale, fiorisce il disordine dei laboratori di pittura, cucito e arte varia. Il tutto, molto più colorato del cielo grigio che c’è fuori.
Eccola qua, dunque, l’anima mista di Stoccolma: fredda fuori, calda dentro.

Stockholm Stockholm Stockholm Stockholm
Stockholm central station Stockholm central station Stockholm Kulturhauset Stockholm Kulturhauset

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Aquileia sotto la pioggia

Sabato mattina scorso ho fatto un giro treno-bici tutto sul filo di lana. Per cominciare, sono arrivata in stazione alle 9.19 per prendere un treno che partiva alle 9.22: ho usato due macchinette automatiche in contemporanea per far uscire in tempo i due biglietti, quello per Cervignano e il supplemento bici, l’ultimo dei quali è stato stampato alle 9:21… Stessa cosa a fine giro: arrivo alla stazione di Monfalcone senza biglietto di ritorno e senza sapere a che ora è il treno, e scopro che è due minuti dopo… (riesco a prenderlo, però che c***)…

Durante la pedalata, ho avuto quasi sempre pioggia e vento come compagnia, ma il k-way ha fatto il suo lavoro, e l’acqua sull’erba a fianco strada faceva salire i profumi dei campi. A sinistra i papaveri occhieggiavano ondosi nel vento, più alti della distesa di grano morbido. A destra acacie e sambuco facevano piovere fiori bianchi, di quelli che si possono mettere nella frittata.

In mezzo al giro mi sono “riscaldata” nella basilica di Aquileia. Erano anni che non ci andavo. Mi sono accodata alle visite guidate. Inutile dire che la parte della regina viene svolta dai mosaici…
Il pavimento della basilica infatti costituisce il più esteso mosaico paleocristiano del mondo occidentale.

basilica di Aquileia mosaici di Aquileia poppies basilica di Aquileia

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Notte lenta

Notte fonda, niente sonno, mi faccio un bagno caldo.
L’acqua bollente ondeggia, avvolge, rallenta il battito.
L’immagine più bella che mi viene in mente, per portare un po’ più vicina la calma, è quella di un prato pieno di fiori.
Margherite sull’erba, che ritornano a sbucare imperterrite, anche dopo la tosatura.
Tulipani a frotte, di specie rare e piene di colore, da fotografare sdraiandosi al livello degli insetti.
Rose svettanti, che prendono il sole da dietro le spalle e s’indorano, nell’intrico pieno del roseto antico.

roseto contro il cielo collina di Kostanjevica verde sul cielo roseto di monastero

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