Quando si legge un libro, non è il caso di interromperlo per cominciarne un altro, in teoria.
Però, due settimane fa, ho interrotto temporaneamente la lettura di “Vita di Tina Modotti” (grazie Edle che ce l’hai regalato, biografia di una illustre fotografa!) per portare in treno un libro da viaggio più leggero e sottile che ho iniziato e finito durante il tragitto.
Quando si comincia un disegno, uno di quelli lunghi che si completano in più puntate, come si fa a cominciarne un altro, anche se ne viene voglia?
Si fa così: lo si comincia, e finisce, in treno. Come questo, che ho fatto lo scorso weekend. E nello zaino della gita domenicale, pesava pure meno di un libro…
Le forature della bici si presentano sempre in serie, mi ha detto papi. Aveva ragione. Sabato scorso, la mattina, ero pronta per fare un giro treno-bici a Cervignano, ma appena uscita di casa ho scoperto che la ruota posteriore era forata. Ritorno a casa, Dado mi aiuta a cambiare la camera d’aria velocemente, e riparto per una nuova destinazione: ultimo treno utile, Monfalcone.
Che nuovo giro mi invento? Cartina FVG alla mano, propendo per la direzione Ronchi-Doberdò. Un cartello mi incuriosisce: centro ippico Terrarossa, riserva naturale. Andiamo a vedere! E così ho speso la mattina esplorando la zona protetta fino al centro visite, su strade bianche, sterrati e tappeti di foglie gialle bagnate; foglie che si attaccavano alle ruote e ai pedali; foglie di quercia, d’acacia, frassino e ciliegio canino, ognuna con la sua sfumatura dell’oro.
Volevo vedere il laghetto di Terrarossa: quello piccolissimo che appare a destra in autostrada presso Ronchi, che fa sempre girare lo sguardo. Ho fatto due volte il giro del sentiero attorno al lago, ma non si riusciva a vederlo: “la vegetazione è troppo alta”, mi ha detto un ciclista, e non c’erano accessi al lago. Allora provo a farmi strada uscendo dal sentiero: il lago è là, si sente la sua presenza, sotto forma di assenza degli alberi oltre un certo punto guardando in alto. Ma più volte l’intrico mi blocca, i rovi lasciano collezioni di spine attaccate ai miei vestiti, e allora riprovo senza la bici.
Mi inoltro tra gli alberi in uno slargo apparente, ma per l’ennesima volta i cespugli si fanno trppo fitti per poterli attraversare: non vedo nè spazi che si aprono davanti a me, nè la bici lasciata indietro presso il sentiero. Sento solo un rumore come di pioggia, che a notarlo diventa costante: tic toc, tic toc. Come di rametti che scricchiolano: cric croc, cric croc. Alzo lo sguardo: sono le foglie. Cadono continuamente dall’alto, ma non arrivano mai a terra: si fermano sempre a metà, incastrate sui cespugli e sui trivi dei rami, decorandoli di macchie rosse, gialle e marrone secco; continuano a cadere attorno a me che sto nei cespugli: tic tic, tic toc, cric croc.
Ho capito chi è che protegge il laghetto dai curiosi.
Più tardi, allontanandomi per via della Fornace, chiedo ad una signora anziana che abita lì se è vero che non ci sono accessi al lago. “Da quando hanno fatto l’autostrada e scavato il canale per le risorgive, il livello del lago si è abbassato di molto”, mi spiega; “Non è più come quarant’anni fa, ora del lago si possono vedere solo le sorgenti”.
Sì, la sorgente l’ho vista prima di andare a caccia del lago.
Per vedere il lago, andate in autostrada.
Questa domenica abbiamo visto la seconda metà della Biennale di Arte Contemporanea a Venezia. Arsenale: meno interessante che Giardini. Però, splendido spazio espositivo. Colonnati e magazzini storici.
Tecniche utilizzate nelle opere che si facevano notare di più: dipingere con l’acqua su pietra rovente, così l’acqua evapora subito, come il desaparecido ritratto. Ricamare con filo di seta su tela di lino, con perline luminose come le luci della città. Comporre un arazzo con pezzi colorati di metallo, che si rivelano essere dei lucenti tappi di bottglia. Saldare e laccare una scultura di lamiera a forma di gigante… cacca. Ricostruire la silhouette dei grattacieli di Manhattan con l’ombra di una serie di altoparlanti che riproducono il suono del traffico.
Queste, e molte altre, le idee degli artisti contemporanei.
Molte cose so sugli amici.
Un amico è quello che, quando hai un problema, ti offre aiuto pratico e concreto.
Un’amica è quella che ha i tuoi stessi piccoli sogni con cui giocare con te appena se ne crea l’occasione, anche per quindici anni.
Un amico ti permette di passare improvvisamente dal registro delle ca**ate a cose serissime su cui ci si capisce al volo.
Un’amica ti dà opinioni che tieni come punto di riferimento per mesi nei periodi di cambiamento.
Ci puoi litigare con gran divertimento sulla vera storia della fine dell’isola di Pasqua, mentre gli altri guardano scettici, e noi continuiamo il dibattito sapendo che possiamo andare avanti all’infinito ridendo sotto i baffi.
Puoi all’improvviso metterti a parlare di cose private senza che gli altri se ne accorgano, senza neanche far scattare l’avviso dell’inizio del linguaggio in codice: che intesa.
Un’amica si ricorda di te nei momenti speciali dopo anni di poco contatto, e ti combina cose che fanno la differenza.
Un amico un anno fa mi aveva detto: “quasi quasi emigro in Belgio”; e io mi sentivo male, perchè non era ancora arrivato il matrimonio a cui avrei voluto invitarlo… ma alla fine quella volta non era partito, e al matrimonio ci era venuto; per questo, ora che è passato un anno ed effettivamente va al nord, sono più tranquilla: i nostri giorni e pranzi li abbiamo avuti.
In questo periodo sono molti gli amici che hanno trovato o stanno trovando lavoro in un altro paese, non sto qui a farvi la lista, non mi preoccupo tanto, so che li andrò a trovare. Il mondo non è così grande da non riuscire a contenere tutti i festini internazionali che possiamo fare.
Cosa combinavano Paola ed Emilio a casa Rigatti, lo scorso giovedì, davanti ad un pc, con Dado e Rosa che davano suggerimenti sorseggiando tè allo zenzero?
Eh eh eh, qualche strana miscela bolle in pentola, oramai siete avvisati… le menti creative sono all’opera!
Come dice Emilio: “se non ci fosse stata quella pioggia a Bagnoli, non ci saremmo incontrati” (e infatti, l’incrocio istantaneo poteva sfuggire ad un occhio poco attento; ma la storia la sapete già).
Andando a Ruda abbiamo trovato le montagne blu che si stagliavano sul rosa del tramonto, una giornata dai colori stupendi; e poi ancora: profumo di legno (le travi nuove del tetto), citazioni di libri senza più fermarsi, arte varia alle pareti e teiera quasi dimenticata sul fuoco, ih ih ih…
Domenica scorsa siamo andati a trovare Claudio De Paoli, il nostro fotografo delle nozze. Dopo l’incontro, ci ha ospitati a cena: “Questa sera siete con noi”, non potevamo rifiutare! Mentre gustavo l’arrosto con le patate, la mia attenzione si fissava su una delle loro presine… “ma guarda un po’, è proprio come una di quelle che facevamo noi, deve essere un disegno comune…” pensavo io. Che roba: ci ho messo un po’ per capire, e apprezzare con piacere, che una delle bomboniere che avevamo sparso per il mondo era in uso a casa sua (ma come ho fatto a dimenticarlo! E’ che non ce n’erano due uguali… non è facile ricordarle tutte!).
Durante la serata, ho scoperto che anche Nevia, la moglie di Claudio, è un’amante dell’uncinetto, e del disegno, che aveva coltivato al tempo del Nordio, insomma delle cose fatte a mano.
Un po’ come Erica. Infatti, oggi ho guardato la cassetta della posta con trepidazione: “come mi piacerebbe trovarci una sorpresa…” ho pensato prima di aprirla. E infatti c’era!!! Una busta scritta a mano e senza bollo, quindi portata di persona, che doveva sicuramente contenere un pensiero speciale. Proprio così: c’era un cd di foto per noi da parte di Erica, e questo gesto l’ho trovato proprio delizioso. I regalini fatti con le proprie mani sono unici e valgono mille volte tanto.
Ah sì: e per cena abbiamo mangiato l’ultima fetta di torta con la composta di mele fatta da Cecilia “dall’inizio” e portata domenica a pranzo.
Viva la creatività e chi la scambia!
Oggi ho utilizzato l’azoto liquido senza problemi. Le prime volte mette soggezione, ma adesso ne conosco i rumori. E la sequenza di applicazione delle multiple sicurezze che son presenti sui recipienti in pressione, complessi.
Quando si apre la valvola del liquido sul recipiente in pressione, per prima cosa il gas comincia a riempire il tubo flessibile, che si muove come una biscia. Poi il flessibile comincia a scricchiolare come un ramo secco… è arrivato il liquido, il tubo si ricopre di ghiaccio, e poichè si muove ancora, il ghiaccio si rompe in numerosi scricchiolii che danno soddisfazione: l’azoto liquido passa. Il tubo diventa bianco, ricoperto di cristalli che continuano a crescere sopra la biscia. Il vapore condensato sale dall’imboccatura del recipiente di destinazione (un dewar da un litro); il vapore che sale è visibile solo perchè è condensa dell’atmosfera (l’azoto gassoso è trasparente), e forma una colonna abbastanza alta che poi scende a riccioli come un fungo. Fischia, il fluido che esce, quanto ce ne sarà nel dewar?
Ora so anche riconoscere il momento in cui il dewar è pieno: non è facile, non si può guardare da vicino, non serve inserire sonde perchè la loro superficie si ricopre di vapore che non bagna. Quando il livello del liquido è alto abbastanza, l’ebollizione del pelo è osservabile, piccole bolle di liquido schizzano fuori dal dewar come diavoletti impazziti, come una Notte sul Monte Calvo.
Infine, si mette il coperchio al dewar. Ma il coperchio non sta fermo, balla il tip-tap, saltella perchè qualcosa bolle in pentola. Ci vuole un peso: un bel peso da mettere sopra il coperchio, così finalmente sta buono.
Le basse temperature scottano.
Questo fine settimana io e Paolina siamo andati alla Biennale di Venezia. Avevamo pensato di andarci già in giugno. Capitava quasi bene, con l’inaugurazione quasi contemporanea al nostro matrimonio. Poi non ci siamo andati, e tiraparaemola abbiamo trovato il momento di andarci quasi alla chiusura della mostra.
A me e a Paola piace molto l’arte contemporanea, soprattutto da quando io ho avuto occasione di seguire un corso di arte al Conservatorio e ho potuto condividere con Paola le scoperte che facevo.
Sabato siamo stati ai Giardini, a vedere i padiglioni nazionali. Mi sono piaciuti: l’Austria, qualcosa in Spagna, la Russia, Israele, Australia e poi diverse opere nel Padiglione Italia che propone un’insieme scelto da vari paesi.
Sopra le altre, secondo me, l’opera di Sol Lewitt, maestro del minimalismo e del concettuale, purtroppo morto in aprile. Due grandi pareti, una di fronte all’altra, colorate a mano a carboncino: una con una sfumatura dal grigio scuro al grigio chiaro andando verso il centro, dall’altra parte l’inverso, chiaro all’estremità e scuro al centro.
Ma tanto mi è piaciuta anche una pozzanghera nei giardinetti tra i padiglioni, opera della Natura, datata 3 Novembre 2007. Non occorre pagare il biglietto per ammirarla, perciò guardatela anche voi…