Archive for novembre, 2007

brodo

…anzi, “bòdo”. Da piccolo non mi piaceva. Anche adesso non faccio pazzie comunque.
Mamma e nonna mi dicevano
-”mangia il brodo”
-”mi bòdo no magno”
-”e allora cossa te magnerà?”
-”magnerò méda!”
Ecco. Storiella da bambini. E proprio quello che non mi piaceva era il bòdo con i capelli d’angelo dentro. Sì, quegli spaghettini sottili sottili, mai sopportati.
Dove voglio arrivare? Stasera mi sono guardato un paio di foto del matrimonio dal file originale ad alta risoluzione. Ne prendo una, ingrandisco e trovo, ben visibile sulla mia capoccia, un capello grigio. Non che sia la prima volta che li vedo, ma anche in fotografia… Lo faccio vedere a Paola, che ride, mi dà un bacio,e dice “ah, Dado col capello d’angelo!!!”.
E io penso: capelli d’angelo, in bòdo e in testa, mai sopportati :D
Qui sotto la prova!
capello d'angelo
…scrivo mentre Paola si sta rimirando il nuovo disegno ed è distratta… anzi no, sta scrivendo anche lei… si è accorta, mi ha pizzicato… devo trovare un modo più nascosto per scrivere i miei post…

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This is so contemporary

Lunedì sera ho visto al Teatro Sloveno uno spettacolo di danza contemporanea suggerito da Ico: buona scelta.

La formazione constava di quattro europei, quattro asiatici e quattro africani, tre donne e un uomo per ogni gruppo. Già i loro colori che si intrecciavano valevano il biglietto. E poi i movimenti da loro composti: battito di ciglia, alberi al vento o onde e grida primordiali. Danzavano al buio facendo intravedere appena dei guizzi di moto, o nel quadrato bianco e luminoso guardavano il pubblico, diretti come interrogativi.

Per fortuna l’arte contemporanea, in questo caso la danza contemporanea, ci è familiare, altrimenti poteva sembrare strana. E invece alcuni attimi sono stati positivi come una rivelazione. Come quella volta in cui ho scoperto la musica classica contemporanea vedendo Steve Reich dal vivo. Una finestra aperta impossibile da dimenticare.

Compagnie Heddy Maalem Compagnie Heddy Maalem

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Piccole scenette quotidiane

Stamattina, facendo la solita strada a piedi, ho sentito uno strano rumore ripetitivo alla mia destra. L’auto che mi si stava avvicinando aveva la ruota bucata. Faccia della signora alla guida sconsolata.
Qualche isolato più avanti, di nuovo rumore dalla strada. Toh! Un’altra auto con la ruota bucata. Tutte oggi? Faccia della stessa signora alla guida sconsolata.
Quanti giri doveva fare ancora prima di trovar parcheggio?

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Ma quando arrivano le ragazze

Venerdì e sabato sono stata ad Abano Terme – Montegrotto, dove ho potuto godere di una compagnia femminile superiore al solito 3-5% che mi circonda quotidianamente. All’assemblea dei soci di Banca popolare Etica le donne riuscivano ad essere tra il 20 e il 30%. Ragazze custodi del fuoco dei loro ideali, come Alice, Maria Antonietta, Mara. “Il mondo va visto da vicino”, dice Alice, che è stata in Tanzania e in Perù passando per le Botteghe del Mondo.

Nel frattempo, sabato, a Roma, sfilava il corteo delle donne ‘arrabbiate’: sono tornate!

Io continuo a cercare di guardarle da vicino.

due sorelle

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I mille tappeti del sottobosco

pomodoro e basilico terra nera verso il lago lo scotano e i suoi amici tappeto di pervinca

Nella pedalata attorno al lago di Pietrarossa, ho ritrovato, fedeli, alcuni dettagli che avevo già notato la domenica precedente. Come la macchia di sentiero gialla, che ospitava foglie di tutte le gradazioni dell’oro.
Ma ho anche incontrato il cespuglio di sommacco svuotato, con il fuoco caduto ai suoi piedi.
E mentre mi intrufolavo verso il lago, la terra si faceva nera, e grigi i caduti dell’albero.
Fuori sentiero stavano stesi i tappeti verdi della pervinca. Ho capito perchè la mia pervinca in vaso resiste sempre agli inverni alla finestra. Questa è la sua zona.

pervinca la mia amica il fuoco ai piedi del sommacco margheritine viola il tappeto d'oro

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Alla conquista del laghetto sperduto

Vi ricordate la storia del laghetto irraggiungibile, il laghetto di Pietrarossa? Domenica scorsa sono tornata a caccia di itinerari da quelle parti.
Ma andiamo con ordine.

Lo scorso weekend è stato caratterizzato da previsioni del tempo scoraggianti: “Bora a 70 km/h, pioggia e neve sulle alture, pochi gradi sopra lo zero”. Mah, chissà se il giro in bici si può fare. Domenica mattina ho deciso di uscire a pedalare lo stesso, abbigliamento tecnico più maglione di lana tra gli strati, e k-way di emergenza in borsa. Devo dire che alla fine nei sentieri nel bosco si stava bene, e che c’erano solo delle finissime goccioline d’acqua nell’aria che mi accompagnavano sempre, minaccia di pioggia ma mai vera pioggia. Quindi meno male che il clima non mi ha scoraggiato e che sono andata incontro alle sorprese.

Treno fino a Monfalcone, percorso Ronchi – maneggio – centro visite di Pietrarossa. Toh! nell’edificio del centro visite c’è qualcuno, andiamo a vedere. D’inverno dovrebbe essere chiuso, forse è una festa privata, beh posso sempre bussare e far la curiosa. Trovo Andrea, che mi spiega che di lì a due ore ci sarà una castagnata con il CAI di Monfalcone; mi invita ad unirmi a loro quando torno dal giro (cosa che puntualmente farò, portando in cambio la mia scorta di arance).

L’incontro con Andrea mi dà l’opportunità di cogliere alcuni indizi decisivi sul mistero del laghetto. Se non mi fossi intrufolata nel centro visite e non avessi insistito chiedendo informazioni sugli itinerari del luogo, Andrea non mi avrebbe dato le brochure sul sentiero dei Castellieri. E se non avessi aperto subito il pieghevole sotto il suo naso, non avrei potuto esclamare: “ehi, ma qua c’è una foto del Laghetto di Pietrarossa, com’è stata fatta dal momento che non è raggiungibile?!!”. Andrea mi spiega che c’è un osservatorio nascosto nel verde, che permette di vedere il lago dal basso; mi descrive come arrivarci (non facile), e mi dice che proprio ieri hanno pulito un po’ il sentrierino che porta all’osservatorio, per permettere al gruppo CAI, atteso per la castagnata, di passarci.
Quest’ultimo indizio è stato decisivo: alcuni rovi tagliati di fresco sono stati l’indicatore giusto per scovare il mini sentiero che s’inoltrava nel folto. Ho legato la bici, mi sono intrufolata tra le fronde, e quando ho raggiunto la postazione-casetta-finestrella sul lago, sono rimasta a bocca aperta come davanti a un tesoro. Pure se mezza diroccata, la postazione mi ha fatto l’effetto di un luogo prezioso, e mi ha permesso di osservare finalmente il lago, piccolo! Molto più piccolo di Lagolo (per chi sa com’è). Sono rimasta un bel po’ in contemplazione di quel posto privato, proprietà di uccelli acquatici in gruppi numerosi, che si tuffavano e chiacchieravano ognuno col suo verso.

Alla fine sono tornata a ringraziare Andrea e a scaldarmi al loro caminetto con le castagne.
Altro che previsioni del tempo.

osservatorio pietrarossa - istruzioni il laghetto catturato laghetto di pietrarossa sentiero per l'osservatorio
l'osservatorio di pietrarossa gli abitanti del lago andrea alle castagne centro visite pietrarossa

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I piccoli flash del giorno

Sabato c’era la Bora, la mattina ho guardato il sito del museo della Bora, e tira di qua molla di là, non sono uscita per la pedalata di rito, ho fatto giusto un salto in città a comprare le matite.

E’ stata una giornata fuori dal tempo, perchè si stava sempre chiusi a casa, infilati sotto il piumino del divano, tra cani, gatti e giochi con Franci, come ai vecchi tempi.
La partita della nazionale non mi ha coinvolta tanto; dopo il primo tempo, all’inizio del secondo, ho detto: cosa, ce n’è anche un altro? Molto più affascinante dello schermo tv era il gioco del fuoco nel caminetto. Croc croc fluff fluff… fiamme gialle e legna rossa. In controluce, il collo di Dorfi che dormiva in piedi.

La sera ho fatto la cernita delle matite doppie, lunghe e corte. Mi sono accorta di averne tantissime, dei mozziconi da un centimetro; giallo giallo rosso rosso, di gradazioni diverse da confrontare. Certe matite erano storiche: come giustamente si è ricordata mamma, anche a me è venuto il flash. Alcune tra quelle erano ancora le matite della nonna. La nonna che nel 1972 (prima che io fossi nata) firmava quei grandi disegni, guarda un po’ proprio ritratti di donna, che ancora oggi abbiamo in camera.

incompleto

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Non c’è tre senza quattro

Sabato scorso c’erano vento, freddo, cielo coperto… ma almeno un giro in centro con la bici a mezzogiorno ci voleva. Appena ho cominciato a pedalare ho sentito l’aria passare sotto la sciarpa, mi pungevano gli occhi e il naso, però dopo un po’ si stava giusti.
E alla fine della giornata, alle nove di sera, è arrivato il momento migliore. Buttarsi giù per Scala Santa senza sentite il rumore del motore, ma solo il rumore delle gomme sulla strada… Andare in bici di notte è speciale.

p.s. il rumore delle gomme sulla strada si sentiva troppo bene.
Per dieci anni non ho forato mai, e ora le forature sono capitate tutte di seguito, come dice papi. L’ho già detto? Eh, sì, ma ora sono alla quarta. Troppa grazia!
Ecco la foto della spina, trovata conficcata nel copertone. Già fatto foto di spine? Eh, si, ma è come fotografare delle glorie…

la spina

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Trasporto

Mi è capitato più volte, rispetto ad attività creative, di avere dei meccanismi di dipendenza. Uno dei sintomi, peraltro interessante, è questo: desiderare di compiere quell’attività (ad esempio: uncinetto) in momenti in cui non era possibile, desiderare ardentemente di farlo lì e subito, e immaginare con impazienza i dettagli di come si svolgerà questa attività appena possibile.

Nei confronti del disegno, ultimamente, ho osservato dei fenomeni di attrazione piuttosto forti. Appena ho un soggetto disponibile (grazie Carla! La mia prima modella in carne ed ossa per le foto da cui ho tratto l’ultimo lavoro) e appena ho un po’ di tempo a casa per cominciare il disegno, mi ci fiondo subito. Tre ore dopo: “Non riesco a smettere”, dico ripetutamente a Davide che ha già cominciato la cena. Eppure ad un certo punto devo posare le matite per andare a dormire. Ma la mattina dopo, appena mi sveglio, una delle prime voci che sento dal cuscino, mi dice di nuovo quello: “il disegno, posso finire il disegno!”.

Irresistibile.

absolute portrait

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Il gelato e la bici

La storia seguente, a forza di rimandi per fare spazio ad altri post, è ormai fuori stagione. Bon, immaginatevi il caldo estivo attorno alla scena, ok?
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Dopo una lunga pedalata tra i campi nel sole, e prima di salire sul treno che porta a casa, ci sta bene un bel gelato.
Questa gelateria è quella giusta? Non ancora, vado avanti verso la stazione, e poi se c’è tempo prima del treno lo prendo. Arrivata – dieci minuti al treno. Ok, vada per il gelato. Cominciamolo subito, altrimenti si squaglia.
Arriva il treno. Raggiungere di corsa il vagone per le bici col gelato in mano è un’impresa. Caricare sul treno la bici senza strizzare nella mano il cono del gelato è ancora più arduo, ma è fatta.
Eccomi su. Fisso la bici al porta bici. Ora ci si può rilassare. Anzi no… aaaah la bici fissata male cadeee… per riprenderla, il gelato sguscia dalla mano… finisce sotto la ruota… tutto schiacciato e distrutto in poltiglia!!! Bon che prima di salire avevo preso un tovagliolo di carta…
Il gelato e la bici non vanno d’accordo.

vignetta pupettiverdi

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